Il campus è semideserto, sul vialetto d’ingresso due ragazzi si rincorrono in ciabatte velocissimi, dalla sala mensa arrivano alcune voci, nel grande prato che s’affaccia sul mare un piccolo gruppo è alle prese con un machete e una noce di cocco. È un tardo pomeriggio di metà agosto, la Titchfield High School di Port Antonio, nel nord della Giamaica, è ancora in vacanza: nel silenzio del tramonto, tra le aiuole ben curate, le palazzine gialle e blu, il campo da basket e di calcio, e qualche automobile scassata parcheggiata a caso, parlano soltanto i cartelli sparsi qui e là con «valori del liceo» – qui siamo «tenaci, innovativi, tolleranti, gentili e onesti» – e il motto dipinto sul muro della segreteria: «By virtue and by learning».
Questo è il liceo in cui ha studiato Donald Harris, il padre di Kamala, una settantina di anni fa. In Riflessioni di un padre giamaicano, il professor Harris racconta che quando le sue bambine erano piccole e il suo matrimonio con la madre era già mezzo naufragato, le portava in Giamaica, nei luoghi in cui era cresciuto. Della Titchfield High School scrive: «È ancora dov’era – simbolo potente di un sistema privilegiato d’istruzione che esisteva prima delle riforme progressiste del primo ministro Michael Manley – alla fine della piccola penisola che guarda Navy Island, dove storicamente c’erano batterie di cannoni puntati verso il mare per difendere il porto». Riflessioni di un padre giamaicano è un articolo che Donald Harris ha pubblicato nel 2020, quando la più grande delle sue due figlie si era prima candidata alle primarie del Partito democratico americano e poi era stata scelta da Joe Biden come vicepresidente: è l’unico testo in cui si ritrovano le tracce del lato paterno di Kamala Harris, che oggi sfida Donald Trump alle presidenziali – sono tracce che indica lui, Donald Harris, professore di Economia con vari primati in curriculum, mescolando affetto, nostalgia e orgoglio, ma con il piglio di chi dice: se non la racconto io, questa storia, non lo farà nessuno. Nessuno è Kamala, la prima figlia, che del padre parla davvero di rado, ma senza cattiveria: non lascia intravedere risentimento né qualche trauma antico e segreto, sembra quasi più indifferenza la sua, ancora più dolorosa per un padre.
È Donald Trump che cita spesso il professor Harris, sempre con quel modo offensivo e tracotante che riserva alla sua rivale «stupida come un sasso». Quando Kamala Harris ha preso il posto di Joe Biden nella corsa elettorale per la Casa Bianca – si vota il 5 novembre – sconvolgendo i piani dei repubblicani che contavano di far campagna esclusivamente sul rimbambimento del presidente americano, Donald Trump ha detto di non sapere che Harris fosse nera. In un incontro di fine luglio, Trump disse che Kamala era «diventata nera» soltanto qualche anno prima, «all’improvviso ha fatto una virata sulla sua identità», e ha unito alle sue origini asiatiche – da parte di madre, che era indiana – anche quelle nere: «Allora è indiana o nera? – chiese Trump – Rispetto entrambe le identità, ma evidentemente lei no, perché è stata per tutto il tempo asiatica e ora vuole essere riconosciuta come nera, penso che qualcuno debba andare un po’ a verificare questa cosa». Questo principio di teoria del complotto, che assomiglia alla campagna che Trump fece contro Barack Obama insinuando che il presidente non fosse nato in America (è un’insinuazione che è diventata, come tutto quello che tocca Trump, una cospirazione: si chiama birtherism), non è durato a lungo: talvolta e per fortuna, la realtà ci mette poco a battere le bugie. Ma l’ex presidente ha pensato che nei silenzi sul padre potesse nascondersi una fragilità della sua rivale e quindi si è messo a citarlo molto più spesso di quanto faccia lei. Nell’unico dibattito televisivo tra Harris e Trump, all’inizio di settembre, lui ha detto di lei: «È marxista. Tutti sanno che è marxista. Suo padre è un professore di Economia marxista, e l’ha istruita bene».
Donald Harris oggi ha 86 anni, arrivò in America negli anni Sessanta per finire il dottorato a Berkeley, dove incontrò, durante una protesta universitaria per i diritti civili, Shyamala Gopalan, dottoranda in Medicina. Si sposarono, nacquero Kamala e Maya, ma come scrive la candidata alla presidenza nel suo memoir, Le nostre verità, «i miei genitori smisero di essere gentili tra di loro quando avevo 5 anni». A 7, si erano separati, le ostilità continuarono, le ragazze rimasero per lo più con la madre, punto di riferimento e d’ispirazione da e per sempre (è morta nel 2009). Nelle sue Riflessioni, Donald Harris scrive che allora – erano gli inizi degli anni Settanta – le norme sulla custodia dei figli, nello stato della California, si basavano «sul presupposto che i padri non possano gestire la genitorialità, in particolare nel caso di questo padre, a neegroe from da eyelans secondo lo stereotipo yankee, che potrebbe finire per mangiare i suoi figli a colazione». Un padre nero, un padre giamaicano non può fare il padre da solo, o peggio: non sa fare il padre. Questo era il pensiero prevalente in quegli anni (non è del tutto svanito nemmeno oggi, nella cultura ma purtroppo anche nelle statistiche degli abbandoni familiari degli uomini afroamericani) contro cui il professor Harris ha combattuto, e non sappiamo, perché sua figlia non ne parla, se poi abbia vinto o no questa battaglia nel cuore di Kamala. Diventando il primo docente di colore a ottenere una cattedra a Stanford, Donald Harris ha di certo vinto l’altra battaglia, quella professionale, con le sue ricerche nell’economia post keynesiana, un saggio molto commentato ora che sua figlia si è candidata a guidare gli Stati Uniti – Capital Accumulation and Income Distribution, è del 1978 ed è dedicato a Kamala e Maya – e la formulazione di teorie discusse nelle università americane e britanniche riguardo al rapporto tra diseguaglianza e crescita. Gran parte di questo lavoro accademico ha poi trovato il suo compimento proprio in Giamaica: nel 2012, il professor Harris ha lavorato a un piano economico di sviluppo per il suo paese che è stato adottato dal governo e ha avviato l’isola sulla strada della crescita. Se oggi la Giamaica è considerata “un fragile caso di successo” è grazie anche alla dedizione di Donald Harris.
Nei ritorni a casa con le figlie, che non durarono a lungo, il padre voleva che imparassero a riconoscere la differenza tra privilegio e povertà, una cosa che in Giamaica si vede a occhio nudo: «Cercavo di spiegare le contraddizioni nella vita economica e sociale di un paese “povero” – scrive nelle Riflessioni – la sorprendente giustapposizione di povertà estrema ed estrema ricchezza». Ma erano anche viaggi di famiglia e nella famiglia: le spezie utilizzate dalle nonne che ripetevano di continuo al nipote «ricordati da dove vieni», la frutta che cresce soltanto in Giamaica, le montagne in cui i Maroons trovarono combattendo la libertà dalla schiavitù, la musica che è stata esportata in tutto il mondo ma che qui risuona più straziante, e più potente. È il modo di un padre di lasciare le proprie tracce – personali, culturali, affettive, viscerali – nella vita di una figlia, quando attorno tutti pensano che, per quello che sei, per il luogo da cui provieni, non sarai all’altezza – non sarai mai un buon padre.
C’è stato un piccolo battibecco pubblico qualche anno fa tra il professor Harris e sua figlia: è sempre citato a riprova del fatto che tra i due il rapporto non è così pacifico come vogliono far intendere, ma forse la ragione è che è una delle poche cose che sappiamo di una relazione altrimenti indecifrabile. Nel 2020, che è l’anno in cui Kamala Harris è arrivata sulla scena nazionale, un giornalista le aveva chiesto se fosse contraria alla legalizzazione della marijuana in America, e lei aveva risposto ridendo: bÈ, sono mezza giamaicana, mi prendi in giro vero? Il padre ci era rimasto male e l’aveva, per una volta, fatto sapere: tutta una vita a smarcarsi dai luoghi comuni sulla Giamaica, a studiare e lavorare per garantire al suo paese un futuro più promettente di quello che tutti si aspettavano – c’è sempre un gran pregiudizio sulla possibilità di riscatto delle nazioni, come delle persone – e poi arriva la figlia, in quel ruolo prominente, a dire che per forza si fa le canne, se sei giamaicano puoi non fartele? Il professore era offeso: «Le mie care nonne defunte, così come i miei genitori defunti, si rigireranno nella tomba nel sentire il nome della loro famiglia, la reputazione e la fiera identità giamaicana collegati, che fosse una battuta oppure no, con lo stereotipo truffaldino di un allegro fumatore d’erba». Mi dissocio da questa buffonata, aggiunse il padre risentito, ma la lite finì lì. Kamala Harris non commentò, non voleva che il rapporto con suo padre diventasse un tema pubblico, e non soltanto perché è una questione personale. Come racconta Astead Herndon, giornalista del New York Times, è da quando è stata scelta come vicepresidente nel 2020 da Biden – in quanto donna, asiatica e nera – che Kamala Harris tenta di sottrarsi a tutto ciò che ha a che fare con le politiche identitarie, «non vuole essere identity first». In questa brevissima campagna elettorale lo ha dimostrato costruendo una leadership fondata sulla competenza e ispirata a gioia e futuro: non sono qui in quanto donna nera e asiatica, ma perché posso guidare gli Stati Uniti d’America. È una rivoluzione, questa, nel dibattito a sinistra, in quello dentro le minoranze, nell’interpretazione stessa del fondamento culturale e sociale del paese: il sogno americano.
Dopo la visita al suo liceo, il professor Harris aveva portato le bambine a vedere le rovine di “Folly”, sul promontorio a est della Tichfield, una casa costruita da un americano all’inizio del Novecento che era considerata, con le colonne e le ampie scalinate, la villa più bella della Giamaica. La leggenda dice che fosse un dono d’amore, l’americano voleva impressionare la sua amata il prima possibile, così nella fretta fu commesso un errore e al cemento fu mischiata l’acqua di mare. La donna si innamorò all’istante, ma la magione durò poco a causa della pioggia e delle mareggiate, e cominciò a sgretolarsi. «Che follia!», urlò la donna, che partì subito, lasciò l’uomo e non rimise mai più piede in Giamaica. Oggi restano le rovine di quella casa, incastonate tra il mar dei Caraibi e la giungla giamaicana, simbolo di un amore folle e ambizioso, la traccia di un padre nella vita di una figlia.