La prima cosa che si nota entrando sono i golf cart. Sono ovunque. Parcheggiati davanti a qualsiasi tipo di attività commerciale, colorati, personalizzati, brandizzati. Alcuni possono arrivare a costare decine di migliaia di dollari, accessoriati come Suv. Viaggiano veloci su simil piste ciclabili destinate al loro traffico esclusivo, salgono e scendono dai piccoli ponti, a volte si avventurano persino fuori, sulle larghe e trafficate strade della Florida. Si muovono agili tra un vialetto e un laghetto artificiale, tra una rotonda piena di fiori e un incrocio, con la gente che si fa ciao con la mano da una macchinetta all’altra. Il golf cart come stile di vita: per muoversi qui dentro basta e avanza, la macchina non serve, anche perché qui c’è tutto, un micromondo completamente autosufficiente. La seconda cosa che si nota è la perfezione delle aree verdi, ché chiamarle aiuole sarebbe offensivo. Sono inappuntabili, curate, di un verde brillante che non lascia spazio a nessun altro colore, figurarsi il giallo.
Benvenuti a The Villages, la comunità recintata per pensionati più grande del mondo. La Disney degli over 55. Una città più estesa di Manhattan che oggi ospita 150 mila residenti e che all’interno ha: 54 campi da golf, 70 piscine, cento ristoranti, quattro piazze, lo stadio, il campo da polo e una infinità di attività ricreative tanto che il motto è «balla e canta 365 giorni all’anno con musica dal vivo», come si legge su una delle loro brochure. C’è persino un microbirrificio che consente uno dei tanti record che può vantare questo posto assurdo: il più alto consumo di birra alla spina nello stato della Florida. Altri sono meno virtuosi: il luogo con il tasso più alto di consumo di Viagra e di malattie sessualmente trasmissibili. In realtà questi due ultimi dati sono stati di recente rivisti, ma fanno parte della mitologia del posto, un luogo in cui giovani anziani si ritirano a vivere gli anni migliori, in un paradiso di palme e clima mite, con poche tasse da pagare e zero pensieri, senza traffico, code e senza adolescenti rumorosi – i bambini possono venire in visita, ma solo per un massimo di tre settimane.
Andrew Blechman nel suo libro Leisureville – Adventures in America’s Retirement Utopias racconta che questo posto è stato costruito in circa un anno, inventandosi un proprio passato, incluso un lago artificiale «che dovrebbe avere cent’anni» e due centri urbani costruiti a tema da specialisti dell’intrattenimento degli Universal Studios, e dove gli edifici sembrano quelli di un’ampia strada del diciannovesimo secolo, alcuni con finte targhe storiche che descrivono eventi memorabili che non sono mai accaduti. Dove i confini tra pubblico e privato, civico e commerciale, reale e immaginario sono impalpabili. «Tutto è di proprietà di colui che l’ha costruito. Tutto è privatizzato, ma ciò non sembra turbare i suoi abitanti: hanno barattato le urne elettorali con la cassetta dei suggerimenti aziendali», scrive Blechman.
La storia di The Villages inizia con un parcheggio per roulotte e un sogno. Negli anni Settanta, un uomo d’affari del Michigan di nome Harold Schwartz acquista un terreno nella Florida centrale, a meno di un’ora da Orlando, e lo trasforma in un parco per case mobili chiamato Orange Blossom Gardens. Passano dieci anni e Schwartz convince il figlio, H. Gary Morse, a lasciare l’agenzia pubblicitaria di Chicago per la quale lavora per seguirlo in Florida e unirsi a lui. La costruzione di un campo da golf che i residenti possono utilizzare gratuitamente è la svolta che attrae decine di migliaia di nuovi abitanti. Dal 1986 Morse e il padre iniziano a vendere cinquecento case ogni anno, aggiungono altri campi da golf, piscine, club, centri ricreativi, teatri e persino un ospedale. The Villages incomincia a prendere forma, rivelandosi l’affare più geniale e remunerativo che essere umano abbia mai concepito. Morse non è soltanto colui che vende le case, è anche il proprietario della società che finanzia i loro mutui, così come di tutti gli edifici commerciali. Possiede praticamente tutto ciò che vale la pena possedere: la banca, l’ospedale, i servizi pubblici, l’azienda di raccolta dei rifiuti, le stazioni televisive e radiofoniche – che mandano solo musica anni Cinquanta e Sessanta – e il giornale, organo di comunicazione interno della comunità dove, ovviamente, non si legge mai una parola scoraggiante o negativa o meno che entusiasta sulla vita dentro al villaggio. Una patina di propagandistica perfezione che solo di recente è stata incrinata da almeno due documentari, Some Kind of Heaven di Lance Oppenheim e The Bubble di Valerie Blankenbyl, del 2020 e del 2021. Entrambi interessati agli aspetti più bui e pruriginosi del progetto, questi due lavori aprono squarci di realtà in una narrazione per il resto paradisiaca, se il paradiso assomigliasse al Truman Show.
Lance Oppenheim ha 22 anni quando visita per la prima volta The Villages, affascinato dalle storie che lui, nato in Florida, continua a leggere e a sentire. In Some Kind of Heaven racconta la storia di diversi personaggi: Reggie e Anne, che stanno sperimentando sostanze psichedeliche per alleviare le sofferenze di un tumore; Barbara, che cerca l’amore dopo la morte del marito; Dennis, che vive in un furgone nei parcheggi della comunità e cerca una donna più ricca con cui potersi sistemare. «Cercavo persone che fossero ai margini, che non esistessero all’interno della stessa brochure di marketing di tutti gli altri», ha dichiarato il regista.
«Quando punti una telecamera su The Villages, tutto ciò che vedi è artificio. Io invece volevo trovare persone reali, con problemi reali, in un luogo irreale. Ho pensato che se avessi potuto guardare il mondo attraverso il loro punto di vista, il posto si sarebbe rivelato in un modo diverso». Seguendo queste persone per mesi, il film offre un potente contraltare non solo alla versione idealizzata di The Villages, ma anche di quel pezzo di America così bianca, così ricca, così privilegiata, così ossessivamente attaccata al passato. In una parola: trumpiana.
Grazie a The Villages, Morse è diventato un miliardario che ha utilizzato la sua fortuna per costruirsi anche una potente base politica. Morto nel 2014, fino a quel momento è stato uno dei più grandi donatori del Partito repubblicano e ha contribuito alle elezioni sia dell’ex governatore e ora senatore Rick Scott sia del senatore ancora in carica (eletto la prima volta nel 2011) Marco Rubio il quale, al suo funerale, pronunciò l’elegia:
«Gary Morse guardò i pascoli e le praterie dell’interno della Florida e vide il sogno americano. Non solo per lui, ma per le decine di migliaia di anziani che hanno potuto godersi i loro anni d’oro e continuare a viverli al meglio. La sua visione ha creato una comunità di pensionati diversa da qualsiasi altra, e la Florida è più ricca grazie al suo spirito imprenditoriale». Con la sua popolazione quasi esclusivamente bianca – le minoranze rappresentano un misero 3 per cento – e con una fedeltà repubblicana incrollabile The Villages è una tappa obbligata per la campagna di qualsiasi candidato repubblicano a cariche nazionali e statali. Di qui sono passati George W. Bush, Mitt Romney e ovviamente Donald Trump che nel 2016 e nel 2020 ha vinto con il 68,8 e il 67,8 per cento. Non solo, con i loro golf cart agghindati, i berrettini Maga, gli striscioni, le trombette e gli immancabili cagnolini bianchi, i pensionati di The Villages sono anni che rappresentano l’immagine più pittoresca, rumorosa e fedele dei fan di Donald Trump. Sono loro che, qualsiasi cosa succeda all’ex presidente, salgono sui loro moderni e super funzionali trabiccoli e improvvisano processioni che puntualmente finiscono sulla stampa nazionale.
È per questo che la notizia della visita elettorale tenuta qui lo scorso settembre da Doug Emhoff, marito di Kamala Harris e attuale second gentleman, ha ugualmente fatto il giro di tutti gli Stati Uniti. Un comizio mantenuto segreto fino all’ultimo per paura di contestazioni, ma che ha poi riunito più di mille persone, tanto che la stanza adibita non ha potuto contenerle tutte. Un successo, insomma, e la dimostrazione che l’entusiasmo per la campagna di Harris è arrivato anche in luoghi inaspettati, in luoghi in cui per molti anni la minoranza democratica che pur esiste è stata ridotta al silenzio, sovrastata dal rumore dei clacson dei golf cart con le bandiere a stelle e strisce e le scritte «STOP THE STEAL» e «TRUMP 2024». Tra i sostenitori dell’ex presidente che hanno abbracciato in pieno la teoria delle elezioni truccate e che si crogiolano in una teoria della cospirazione dietro l’altra, gli abitanti di The Villages sono in prima fila. Non hanno mai riconosciuto Joe Biden come presidente, ma in fondo loro di un presidente non hanno neanche bisogno. Amano Trump alla follia e l’unico momento di difficoltà l’hanno avuto quando sembrava che Ron DeSantis, altrettanto amato governatore della Florida, potesse sfidarlo alla corsa alla presidenza. Adorano così tanto Trump che l’hanno votato più volte durante la stessa elezione, nel senso che i pochi casi reali di frode legati alle presidenziali del 2020 e finiti sotto inchiesta sono stati commessi in stragrande maggioranza da repubblicani di cui quattro nella giurisdizione di cui fa parte proprio The Villages. Tutti e quattro hanno rischiato un massimo di cinque anni di carcere, si sono dichiarati colpevoli e per evitare la galera hanno accettato di completare un corso di educazione civica per adulti di dodici settimane basato sul libro di testo We the People: il Cittadino e la Costituzione.
Brogli a parte e al netto dell’entusiasmo per Harris, nessuno si aspetta una vittoria democratica qui in particolare o in Florida in generale: è uno stato che è stato in bilicoin passato, ma ormai è saldamente repubblicano. Nel 2020 contro Biden, Trump migliorò addirittura il risultato del 2016 contro Hillary Clinton: 3,3 punti di vantaggio sull’avversario rispetto agli 1,2 punti dell’elezione precedente, il margine più ampio per qualsiasi elezione presidenziale in Florida dal 2004. I sondaggi a livello statale danno Trump avanti rispetto a Harris con una media di circa quattro punti percentuali: il vantaggio è determinato dal voto degli ispanici, un gruppo di elettori dove la vicepresidente non è particolarmente popolare. Nel micromondo di The Villages però qualcosa si muove. Lo scorso luglio, a candidatura non ancora confermata, due parate pro Harris a cui avevano partecipato 500 golf cart la prima volta e 800 la seconda avevano fatto il giro di tutte le televisioni e le immagini erano diventate virali sui social. Cindy Grossman, che abita qui, aveva detto al quotidiano locale di aver parlato con molti repubblicani che avevano votato Trump in passato ma che ora erano possibilisti sul fatto di dare la preferenza a Harris: «La Florida a queste elezioni vi sorprenderà». Suona più come un augurio che come una profezia, ma è indubbio che alcuni degli elementi contenuti nel famigerato Project 2025 – il programma che potrebbe ispirare gran parte delle politiche della seconda amministrazione Trump, anche se lui nega – sono fonte di preoccupazione per gli abitanti più anziani, come il possibile smantellamento del Medicare – il programma di assicurazione sanitaria federale per le persone di 65 anni e oltre – e l’attacco al sistema pensionistico. Per altri la motivazione è più romantica: «Non ho perso la speranza», mi dice al telefono Karen, una signora che ho conosciuto anni fa: «Ho 84 anni, sento che per me o è questa volta o mai più: non voglio andarmene senza aver visto una donna eletta presidente degli Stati Uniti». Di tutta l’irrealtà di cui è fatta la vita dentro alla bolla di The Villages l’unica cosa di cui non si parla mai è anche l’unica concreta, e inevitabile: la morte.