Una ragazza bionda avanza tra la folla, stretta in un corteo di donne come una testuggine di corpi elettrici. Ha appena lasciato il tribunale dei minori di Bobigny insieme all’avvocatessa Gisèle Halimi, la signora Michèle Chevalier e sua figlia diciassettenne Marie Claire: l’imputata diventata un caso di stato in Francia, la minorenne violentata da un compagno di scuola che ha compiuto la sua scelta di libertà all’indirizzo clandestino di una dattilografa che l’ha aiutata a interrompere illegalmente la gravidanza. La ragazza bionda ha solo vent’anni in questo autunno del 1972 sull’avenue Paul Vaillant-Couturier e non sa che quest’attimo immortalato in bianco e nero diventerà Storia.
Oggi la scrittrice Claudine Monteil, sodale di Simone de Beauvoir, figlia di Josiane Serre, grande chimica francese e direttrice del prestigioso istituto femminile Ecole normale supérieure de jeunes filles, sembra essere ancora lì, in questo scatto che mi invia su whatsapp in un mattino d’autunno. Una consuetudine, questo nostro scambio, che scandisce da mesi un dialogo che trascende il tempo e lo spazio: un personaggio del mio romanzo ha preso parola e corpo. Un corpo vero, un viso che è uscito dalle pagine; una voce che ascolto attraverso uno schermo e che prova che quella Storia, quella di donne che hanno cambiato il nostro destino, è ancora qui tra noi. Ascolto questa ragazza degli anni Settanta raccontare di sé senza nostalgia: è sempre il futuro a contare in queste videochiamate dove il “lei” non è ammesso, dove la fiducia nella storia e nella letteratura è una preghiera laica e il supporto tra sconosciute che si riconoscono non ha età. «La sorellanza tra generazioni», quella vera, «è imprescindibile».
Ricordi l’esatto momento in cui hai conosciuto Simone de Beauvoir?
Era l’ottobre del 1970. Ero una giovanissima femminista ispirata da mia madre che lesse Il secondo sesso in gravidanza, proprio mentre era incinta di me: incontrare Simone de Beauvoir era il mio sogno, da adolescente avevo divorato tutti i suoi libri. Ero coinvolta nel movimento studentesco dal Sessantotto, è così che incontrai Jean-Paul Sartre: fu lui a suggerire il mio nome a Beauvoir, che propose di incontrarmi. Quell’invito mi sconcertò. E allora eccomi, appena ventenne, al cospetto del mio idolo che all’epoca aveva sessantadue anni ed era famosa in tutto il mondo.
Come andò?
Arrivai nel suo appartamento alle cinque in punto di una domenica pomeriggio, come mi era stato detto. In quel momento non sapevo ancora che avrei varcato la porta di quello studio sulla Rive Gauche, proprio vicino al cimitero di Montparnasse dove fu sepolta nell’aprile del 1986, per oltre sedici anni. De Beauvoir aprì la porta e subito mi rimproverò: «Sei in ritardo!». Non lo ero, semplicemente la sua vecchia sveglia era sempre in anticipo di sette minuti. Nel suo soggiorno c’erano tutte le femministe con le quali avrei avuto a che fare per molti anni a venire. De Beauvoir, fissandomi negli occhi, subito mi interrogò: «Visto che sei in ritardo, parlami della strategia che consigli per costringere la Francia ad affrontare questa orribile legge sull’aborto».
Un esame sull’uscio di casa, in pratica.
In realtà ci trovammo subito d’accordo: insieme alle altre femministe presenti, Anne Zelensky, Delphine Seyrig, Liliane Kandel e la famosa avvocatessa Gisèle Halimi decidemmo che avremmo costretto le persone ad ascoltare finalmente la parola “aborto”, il più grande tabù nella Francia del tempo. Così decidemmo di scrivere un manifesto aperto in cui dichiaravamo di aver abortito illegalmente, quello che poi diventò il “Manifesto delle 343”. Sapevamo che avremmo rischiato tre anni di galera, non essendo nessuna di noi né un agente pubblico, né un professore, un insegnante o un diplomatico. Fu un grosso rischio ma ci sembrò del tutto naturale. Firmarono anche Catherine Deneuve, Jeanne Moreau, Françoise Sagan.
Pensavamo che se ci avessero arrestato tutte avremmo messo il governo francese in un gran imbarazzo. Eravamo determinate a cambiare il mondo, subito. E questo è ciò che abbiamo fatto.
C’è un’altra frase memorabile che Beauvoir ti ha detto poco dopo la pronuncia della Loi Veil: «Certo, Claudine, abbiamo vinto, ma temporaneamente. Basta una crisi politica, economica e religiosa per mettere in discussione i diritti delle donne, i nostri diritti. Dovrai rimanere vigile per tutta la vita». Quanto ha risuonato nella tua vita e quanto risuona ancora oggi?
È un’espressione diventata parte della cultura francese, ancora oggi molti membri del governo la ripetono. Ma anche giornalisti, star della televisione e dei social, attivisti per i diritti umani. Ora risuona ancora più potente di quando de Beauvoir si rivolse così a me nel 1974: quelli erano anni di grandi ostilità nei nostri confronti, il nostro attivismo quotidiano veniva continuamente osteggiato. Le sue parole, da quel giorno, sono rimaste nella mia mente per tutta la mia vita sin qui. È una frase che dovremmo continuare a ripetere sempre, alle ragazze e ai giovani di tutto il mondo.
Cosa pensavi della vittoria della Loi Veil nel 1975? Analizzandola oggi, fu una legge che sanciva il diritto all’aborto come una scelta sempre “dolorosa”. Il discorso di Veil fu sicuramente più conservatore rispetto alle vostre battaglie dell’epoca…
La Francia di quel tempo era ancora un paese molto cattolico, molto conservatore. Sono state le nostre azioni a obbligare il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing a giurare che avrebbe cambiato la legge se fosse stato eletto. Il discorso di Veil fu certamente conservatore, ma anche molto brillante, tagliente, coraggioso: non dimentichiamo che proprio in quel momento ricevette minacce di morte perché ebrea, sopravvissuta in un campo di concentramento alla madre che morì dinanzi ai suoi occhi. E che di fronte a lei in Parlamento c’erano soprattutto uomini conservatori: penso che sapesse meglio di noi giovani femministe quale vocabolario usare per persuaderli.
Dalla riunione clandestina per preparare il Manifesto delle 343 alle azioni dimostrative come quella sotto l’Arco di Trionfo con la corona di fiori e la scritta «In onore di qualcuno che è ancora più sconosciuto del Milite Ignoto: sua moglie», il vostro attivismo è costellato di scene epiche, persino cinematografiche: quanto eravate consapevoli al tempo di scrivere la Storia? Quale rapporto hai oggi con la memoria?
All’inizio non ce ne rendevamo assolutamente conto. Nonostante ogni nostra azione provocasse ogni volta una reazione molto aggressiva da parte dei conservatori, avevamo la sensazione che la storia delle donne non facesse parte della storia francese, e che non fosse presa seriamente né dai media né dalla politica. Al tempo ci sono voluti almeno quattro anni di battaglie quotidiane per prendere consapevolezza della portata epocale di ciò che stavamo compiendo.
Cosa hai provato il giorno in cui è stato annunciato il diritto all’aborto nella Costituzione francese?
Innanzitutto, poiché il Senato è più conservatore dell’Assemblea nazionale, e con una stragrande maggioranza di uomini, pensavo che questa norma non sarebbe passata. Negli anni Settanta nessuna di noi poteva neanche solo immaginare che questo giorno sarebbe arrivato. Invece le giovani senatrici e deputate sono state straordinarie: le ho sostenute, sapevo che sarebbe stato un momento storico, non solo per le donne francesi ma per le donne di tutto il mondo. Il giorno in cui è stato dato l’annuncio, dopo aver parlato in televisione in diversi programmi, tornando a casa mi sono commossa. È stato uno dei giorni più importanti della mia vita. Le donne in politica della nuova generazione hanno superato i nostri sogni.
Parliamo allora di sogni, anche di quelli infranti. Sono giunta alla conclusione che anche il piacere e la sua liberazione si siano rivelati in parte un amaro inganno. Il tanto mitizzato amore libero, il sesso liberatorio che per la prima volta liberò le ragazze e le donne dalle catene delle relazioni tradizionali, in realtà non fece altro che imprigionarle: mentre si confessava di amare più uomini liberamente in appartamenti intrisi di fumo e popolati da sole donne, non solo l’aborto era ancora illegale, ma lo erano anche i contraccettivi. Come hai vissuto questa finta libertà? Era possibile allora, senza il distacco del presente di oggi, comprendere o prevedere questo diabolico inganno?
Certamente ho sperimentato questa falsa libertà negli anni Settanta. Non durò però a lungo. Ci stufammo presto di questi piccoli macho della sinistra e semplicemente li scaricammo. Così, nel giro di pochi anni, riuscimmo a elevare rapidamente la nostra coscienza femminista.
Cosa rappresentò per voi ragazze degli anni Settanta la liberazione del piacere? Come pensi che il tema del piacere femminile sia vissuto oggi dalle nuove generazioni?
La pillola contraccettiva è stata una rivoluzione straordinaria: fare l’amore senza il terrore di rimanere incinta è una rivoluzione straordinaria. Ho la sensazione che le ragazze di oggi non abbiano la consapevolezza di poter godere di questa liberazione nella misura in cui ne abbiamo avuto bisogno noi.
Anche le conquiste relative all’autodeterminazione del proprio corpo legate allo scorrere del tempo sembrano subire l’inganno del presente. Nel 1972 Susan Sontag scriveva: «L’età di una donna diventa un’informazione confidenziale, una sua proprietà privata, una sorta di segreto sporco e volgare. E dire la verità è sempre un atto indiscreto». Siamo ancora qui?
Non sono così pessimista come Sontag. Queste parole, poi, sono di mezzo secolo fa. Naturalmente la questione dell’età e dell’invecchiamento per le donne è ancora molto delicata, e in Francia molti uomini tendono a divorziare o ad abbandonare la moglie intorno ai cinquant’anni per sposarsi con donne più giovani. La questione della menopausa, poi, è ancora un tabù. Oggi c’è però una nuova generazione di donne che decide di iniziare una nuova vita dopo i cinquant’anni, con nuovi problemi, nuovi piaceri, nuove connessioni. Sta accadendo ovunque nel nostro mondo occidentale, quindi mi fa ben sperare.
Sontag ha scritto anche: «La paura di invecchiare viene nel momento in cui si riconosce di non vivere la vita che si desidera. Equivale alla sensazione di abusare del presente». A proposito di abusi, cosa pensi del femminismo di oggi? Non pensi che le parole ritornino spesso distorte, negli slogan commercializzati e utilizzati nuovamente come merce di scambio politico, spesso non a favore ma subdolamente contro le stesse donne?
Gli abusi sono ancora ovunque. E le femministe sono considerate come sempre in torto. Una giovane mi ha detto: «Una brava femminista è una femminista morta». Sì, le nostre azioni e il nostro impegno ci vengono riconosciuti solo una volta morte. Sì, le parole sono sempre distorte fino a sminuirci, a renderci ridicole. Ma allo stesso tempo le giovani donne stanno reagendo con molto vigore. Pensa al MeToo: c’è ancora molto lavoro da fare, ma ci sarà per sempre un prima e un dopo MeToo.
Anche la campagna elettorale di Kamala Harris negli Stati Uniti ha come tema centrale i diritti sul corpo delle donne: che rapporto avevate con le femministe americane? Cosa pensi del dibattito negli Usa sulla candidatura di Kamala Harris?
Le femministe francesi e americane si sono sempre sostenute a vicenda. Negli anni Settanta ho trascorso molte estati presso i Feminist Women’s Health Center, sono una sostenitrice del movimento statunitense. Penso che la difesa dei diritti delle donne e della libertà di aborto aiuterà Kamala Harris a essere eletta. Anzi, forse sarà la sua più grande opportunità: siamo nel 2024 e le donne devono ancora lasciare alcuni stati conservatori per vedere un ginecologo che possa davvero prendersi cura del loro stato di salute legalmente. Quindi sono fiduciosa.
Oggi però c’è una tendenza politica inconfutabile: l’avanzata delle donne al potere è strettamente legata alla leadership di destra: Marine Le Pen, Giorgia Meloni, Alice Weidel, la leader dell’AfD tedesco. Non pensi che la vittoria di tante donne al potere per la prima volta nella storia sia “mutilata” da un’appartenenza che non solo nega ma non tiene neanche conto della storia delle battaglie femminili senza le quali queste leader non avrebbero potuto salire al vertice del potere?
La tendenza è molto preoccupante per i diritti delle donne e significa anche che gli uomini sono più pronti ad avere donne leader, soprattutto se non sono femministe. Gli uomini amano le donne che non sono femministe! Lo vedo ovunque. L’ascesa di queste leader nega la nostra storia, ma dovrebbe spingerci a continuare a impegnarci ancora più duramente per far sì che sempre più donne, ovviamente con un’altra mentalità, possano occupare quegli spazi.