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L’orrore del corpo è l’orrore del mondo

Non si soffre per The Substance perché è splatter. Il dolore è il tarlo nel cervello: se un uomo mi lascia, se il mondo mi lascia è colpa di questa bocca, di questa ruga, di questo seno. Donne con dentro uomini che guardano le donne senza pietà: uscire dal cinema con le vertigini per tutto ciò che non vorremmo mai più essere e pensare

Dovevo andare a vedere un altro film, invece sono uscita di casa troppo tardi e quando sono arrivata era già iniziato. «Se vuoi c’è The Substance tra dieci minuti», mi ha detto il signore al botteghino, gli ho risposto che andava bene. Del film sapevo che la protagonista era Demi Moore, che parlava di bellezza femminile, e che era un body horror.

Sono entrata in sala sovrappensiero per un lavoro che dovevo consegnare a breve e mi sono seduta con quel vago senso di nostalgia mista a tepore che mi provoca andare al cinema da sola. Sono uscita dopo due ore, tenendomi forte al corrimano per tentare di interrompere il tremolio alle gambe mentre scendevo le scale che portavano nel buco nero in cui sembrano condurre tutte le uscite del cinema, un marciapiede sporco sul quale ho dovuto sedermi e respirare a fondo, provando a fermare il vomito che sentivo spingere sul diaframma.

The Substance, provo a dirlo in breve perché immagino nel frattempo sia diventato ancora più virale, e mentre scrivo questo pezzo in Italia ha già superato il milione di euro in incassi, è la storia dell’attrice Elisabeth Sparkle, che da giovane è stata una star di Hollywood e adesso lo è ancora, solo che ha appena compiuto cinquant’anni e non va più bene per il programma di fitness che conduce in tv. Da un giorno all’altro il capo dell’emittente le dà il benservito, ed Elisabeth è talmente sconvolta che finisce in un incidente stradale. Mentre piange disperata sul lettino, un infermiere le infila in tasca un biglietto. «Mi ha cambiato la vita», scrive a mano sopra il numero di telefono da chiamare per procurarsi The Substance, la sostanza, un liquido giallo che se inoculato promette di creare una versione migliore di sé. Non un clone, ma un’ipotesi diversa, un’Elisabeth più giovane, più prestante. Sette giorni nelle vesti dell’altra e sette giorni nella propria vecchia pelle, questo è lo scambio, senza barare.

Elisabeth non ha niente da perdere, noi che guardiamo neanche, e quindi ecco nascere Sue, nel film Margaret Qualley, bellissima, perfetta, tette incredibili, culo a mandolino, occhi enormi.

Sue lascia Elisabeth in stato vegetativo sul pavimento del bagno ed esce nel mondo senza mai mettere in dubbio che verrà adorata, e infatti il mondo la adora. È lei a condurre il programma di fitness, lei a far impennare il numero degli spettatori, lei a essere proposta come conduttrice della serata di Capodanno, mentre l’altra passa i suoi sette giorni in pigiama a languire sul divano, mangiare fino a star male, rinunciare alla vita fuori in attesa di tornare a essere Sue. Scrivo lei e l’altra, ma uno dei punti cardine del film è il fatto che non esiste una distinzione di coscienza tra Sue ed Elisabeth, che il gioco delle parti finisce presto e ogni volta in cui il meccanismo si inceppa ecco che rivela la sua mostruosità, dando vita alle scene gore che hanno fatto scappare dalla sala molte persone, al pus e il vomito e il rumore di articolazioni tirate, di ossa che si spezzano, l’ago che entra ed esce dalla pelle di Elisabeth che somiglia a quella dei maiali, e che come quella dei maiali è considerata sacrificabile, mero prodotto di scarto.

Ecco, immaginavo che sarebbe stato questo a farmi stare male, ho pensato: speriamo non ci siano altre scene in cui si vede il sangue, speriamo non peggiori perché potrei non reggere, ma poi del sangue, che nel film è copioso soprattutto nel finale, non me ne è più importato nulla.

Ero sprofondata nella poltrona, agghiacciata da un orrore più profondo, dall’impossibilità di sfuggire a quello che mi sembrava la regista Coralie Fargeat stesse sbattendo in faccia proprio a me, Greta, che dovevo andare a vedere un altro film e invece adesso stavo lì nelle ultime file a trattenere il respiro. Assistevo alla rappresentazione di una delle questioni che mi fanno vergognare di più, una delle più imbarazzanti e proibite da dire ad alta voce se si prova a esercitare una pratica femminista, a decostruirsi, ad analizzare il proprio comportamento in quanto persone socializzate come donne.

Il fatto è che lo sguardo che stava lentamente uccidendo Elisabeth, quello che aveva analizzato senza pietà il suo corpo e lo aveva ritenuto ridicolo rispetto alla perfezione di Sue, era il mio. Io avevo goduto dei primi piani sulla pelle liscia ed elastica di Sue, osservato con rapimento e ammirazione la plasticità delle sue gambe, il solco perfetto del sedere, avevo pensato che avrei voluto averle anche io, quelle gambe lì, che esiste una parte di me inconsolabile per la certezza che questo non accadrà mai e che in fondo, ma neanche troppo, il sacrificio di Elisabeth era giustificato.

Non è un pensiero nuovo, accade di frequente e non mi stupisce né sorprende, ma forse per la prima volta le sue dinamiche mi venivano restituite senza mediazione, senza una metafora che potesse nobilitarne la biechezza.

Il male gaze che tutto filtra e tutto giudica qui ha un colore, è il giallo fosforescente di The Substance, possiede delle fattezze, un corpo, una pelle, ma poi di maschi in questo film si parla davvero poco. Sono loro, certo, questo gruppo di uomini canuti, grinzosi, che mangiano a bocca aperta e a cui non importa nulla di stare composti, di controllarsi nei movimenti e nelle parole, sono loro a esercitare un’analisi spietata e becera sui corpi delle donne, a decidere chi è degna e chi non lo è, chi esiste e chi non può esistere più.

Hanno l’ultima parola, ma restano sullo sfondo e spesso appaiono patetici e prevedibili. Sono i due vecchi lascivi che nel quadro di Artemisia Gentileschi Susanna e i vecchioni, incombono sulla giovane donna, che si ritrae disgustata.

Non è ai maschi che si rivolge il desiderio disperato di Elisabeth, non sono loro le attenzioni che ricerca Sue. Rappresentano il tassello iniziale e scatenante di un disegno infinitamente più complesso e ramificato, che raggiunge profondità a loro stessi ignote e incomprensibili.

Per questo molte donne hanno trovato dolorosa la risata che alcune scene grottesche hanno suscitato nel pubblico maschile. È successo anche a me, che avevo una coppia di fidanzati seduta accanto, e sentivo lui divertirsi nei momenti più miserabili dell’arco narrativo di Elisabeth. Lo capivo che non rideva con cattiveria, e pure io in alcuni momenti ho sghignazzato per rilasciare la tensione accumulata, ma non ho potuto non pensare: stai schernendo una cosa mia, un segreto che ti viene rivelato oggi forse per la prima volta, un mostro di cui non sospetti l’esistenza e che però tormenta le mie giornate senza che possa liberarmene mai.

Si tratta del tarlo mostruoso che mi obbliga a sospettare sempre, senza eccezioni, che il motivo nascosto per cui qualcuno mi lascia o non mi vuole o mi tradisce abbia a che fare con qualcosa che non va nel mio corpo. L’ossessione oscura che due estati fa, durante il mal di cuore più sconcertante della mia vita sentimentale, mi ha fatto dire ad alta voce alle mie amiche: «Devo iniziare ad andare in palestra».

Come se c’entrasse qualcosa, come se l’amore avesse a che fare con una bellezza oggettiva, con la perfezione delle membra, come se non sapessi quanto sia effimero l’aspetto fisico, quanto l’armonia dei lineamenti comporti spesso una condanna, più che un beneficio, quanto sia difficile godere del proprio corpo, soprattutto se è un corpo giovane, soprattutto se è un corpo femminile.

C’è imbarazzo nel riconoscere questo, nell’ammettere che sì, esiste uno strato di superficialità da cui non riesco a liberarmi, un dito che tasta e scosta e sonda per cogliere la pecca, la ruga, il punto nero, il capello bianco, l’orrore nascosto dai vestiti, che allarga le foto su Instagram e nasconde quelle in cui non mi riconosco, un dito che vorrebbe scavare un buco nel muro come fa Elisabeth, riporci dentro me stessa, un nascondiglio in cui potermi rannicchiare e far andare nel mondo la versione migliore di me.

Margaret Atwood, in un libro che si intitola La donna che rubava i mariti, edito da Ponte alle Grazie nel 2023, scrive:

«Anche far finta di non essere asservite alle fantasie maschili, è una fantasia maschile: fingere di non essere vista, di avere una vita tua, di poterti lavare i piedi e pettinare i capelli senza badare all’onnipresente osservatore che ti spia dal buco della serratura, nella tua mente, se non nella realtà. Tu sei una donna con dentro un uomo che guarda una donna. Sei il voyeur di te stessa». È il motivo per cui ho rivisto almeno dieci volte Promising young woman, che amo come amo la maggior parte delle narrazioni che utilizzano il female gaze, quando le donne sono ritratte e raccontate dalla prospettiva femminile. Ma negare che l’occhio continui a fissarci dal buco della serratura, e provare anche vergogna per questo, mi sembra un torto fatto a noi stesse, e in fondo anche il modo peggiore per affrontarlo e liberarcene. Ho ripreso la metro e appena tornata a casa ho chiamato al telefono mia madre, mi ha risposto con voce assonnata, era tardi. Come meglio potevo le ho raccontato alcune scene. Quella in cui il produttore divora i crostacei, il primo piano sulla bocca che maciulla i carapaci, trancia le teste, ingoia e sputa, e quella in cui Elisabeth si sta preparando per uscire con il suo vecchio compagno di scuola («sei sempre la ragazza più bella del mondo», le dice quando si rincontrano per caso) e torna compulsivamente davanti allo specchio, perfeziona la pettinatura, toglie e rimette il rossetto, detesta il riflesso allo specchio che non è abbastanza per concedersi una vita, non la legittima a essere felice.

Mia madre ama moltissimo il cinema, ma non ci va più da anni.

Alla fine mi ha detto due cose, entrambe mi sono parse vere: Demi Moore da giovane era stupenda. E poi: chissà quanto sarà stato difficile per lei fare questo film.

Si è interrotta per rispondere qualcosa a mio padre, che la chiamava dell’altra stanza, quando è tornata ha aggiunto che tanto sono ancora giovane, ci vorrà un sacco di tempo. Sarai una splendida quarantenne.

«Sì ma che succederà dopo», le ho detto. «Che succederà quando diventerò te», non le ho detto per la vergogna.

In The Substance c’è una questione che è sempre presente senza essere mai l’argomento principale, soffocata e divorata dal desiderio lancinante di rimanere cristallizzate nel tempo.

Elisabeth è stata un’attrice talmente di successo da guadagnarsi una stella sulla Walk of fame, che è dove torna strisciando alla fine del film. È il talento ad averla portata fin lì, il talento che non muore neanche quando muore lei, una scintilla che riconosce anche in Sue, quando vede la sua intervista in televisione. «Sono stata io a portarti lì», urla allo schermo, e mi è parso che intendesse: è il talento che ci ha permesso questo, la bravura, la costruzione di noi stesse, anche se nessuno se ne ricorda più.

A nessuna di loro, a nessuna di noi, è permesso di lavorare e basta, di essere brave e basta. Non viene concesso a Elizabeth, scansata e nascosta, e non viene concesso a Sue, che esiste solo perché frammentata, ispezionata, solo perché sorride e le ragazze carine, si sa, devono sorridere sempre.

Greta Olivo (Roma, 1993), scrittrice. Il suo primo romanzo, «Spilli», è appena uscito per Einaudi.