Il primo e unico caso di attentato suicida in Italia è successo sotto casa mia. Avevo ventidue anni ed erano soltanto sette mesi che vivevo da solo a Milano, in un brutto quartiere che non ha nemmeno un nome preciso ma è definito dalla fermata della metropolitana più vicina: Primaticcio. Sia la casa sia l’attentato erano in via Chinotto, una strada sonnolenta e triste, con molto traffico alla mattina. A pochi metri da casa la via si apriva in una piazza ampia, dominata da una chiesa moderna, costruita nel 1933, anche lei con un aspetto triste nonostante l’intonaco rosa. Davanti a casa c’era invece, e c’è ancora, la caserma Santa Barbara, una delle più grandi della città. Cercando di forzare il picchetto armato delle guardie, Mohammed Game ha fatto detonare due chilogrammi di nitrato d’ammonio contenuto in una cassetta degli attrezzi che portava in mano, alle 7.45 del mattino del 12 ottobre 2009. Non ha fatto vittime né feriti gravi. A parte sé stesso: ha perso una mano e la vista. L’esplosione, quel giorno, mi ha svegliato da un sonno profondo.
Il 12 ottobre 2009 è una giornata bigia, e io non sono abituato a svegliarmi prima delle otto, forse neanche prima delle nove. Sono giovane e le mie giornate piene di un’energia che dura fino alle ore più piccole della notte: studio all’università e lavoro 24 ore alla settimana per pagarmi quel bilocale in affitto che ho trovato in quel quartiere spento ed è grande per una persona sola e costa poco. Faccio molte feste. Abitare davanti a una caserma mi piace, però: mi ci affaccio dalla finestra della camera e da quella della cucina, posso vedere la facciata austera intervallata da quelle strane colonne ioniche, il timpano fuori contesto tipo tempietto greco, lo stemma araldico al centro con un’aquila nera. Era stata inaugurata da Vittorio Emanuele III nel 1931, ho scoperto poi. Curiosamente, è lo stesso anno in cui l’esercito italiano in Libia guidato da Rodolfo Graziani catturava Omar al Mukhtar, l’imam nato nel 1858 eroe della resistenza libica, che fu giustiziato a Soluch, in Cirenaica, il 16 settembre. Le due cose si tengono insieme. Ma questo l’ho scoperto soltanto dopo.
Dopo che Mohammed Game detona il nitrato d’ammonio, vado alla finestra, sollevo le tapparelle anche se sono abbassate soltanto per metà. Mi sono convinto, in quella sveglia improvvisa, che la colpa del rumore sia di un tamponamento: sono molti i tir che passano davanti alla caserma e sotto casa mia, al mattino presto, perché lì vicino c’è l’uscita di una tangenziale. Sotto, vedo le solite auto in coda. Il cielo è grigio. Mi convinco, allora, che deve essere stato un tuono. Sono confuso, e mi sembra una spiegazione logica. Non guardo nel cortile della caserma, e non vedo il corpo di Game circondato dai militari. A quel punto sarebbe dovuto essere steso a terra. Chissà se urlava, e chissà se urlavano i militari. Chissà perché non sento niente: colpa del traffico, probabilmente. Soddisfatto dalla mia spiegazione, chiudo la finestra e mi rimetto a dormire, e tiro avanti un’altra ora, sereno. Non ci sono molti smartphone in circolazione, allora, io di sicuro non ne posseggo: il mio cellulare Nokia riposa all’ingresso di casa, spento. Nessuno mi chiama, per avvertirmi della notizia.
Dopo mi faccio una doccia, preparo il caffè solubile. Scendo per andare al lavoro con la bicicletta azzurra. Uscendo dal portone, svolto a sinistra, sul marciapiede, poi di nuovo a sinistra, nella piazza. La strada, ho visto nelle foto anni dopo, era bloccata da polizia e militari. Non so perché non ci faccio caso, all’epoca. Sono in ritardo, come sempre. Per andare al lavoro devo attraversare tutta la periferia est fino al centro, vicino al Duomo. Arrivo al lavoro sudato. Faccio il commesso in un negozio di vestiti di una catena americana molto alla moda. Me la cavo bene, anche se sono sempre di fretta, con le magliette piene di pieghe, gli occhi gonfi.
Scopro cos’è successo soltanto al negozio, leggendo i quotidiani online dal computer della cassa. Il Corriere della Sera titola: «Kamikaze in caserma a Milano», con quella parola che allora si usa ancora molto e che oggi, nemmeno vent’anni dopo, sembra di un’altra epoca. Anche il Giornale usa lo stesso termine: «E ora ci ritroviamo i kamikaze in casa», scrive in prima pagina. Le analisi della polizia parlano del pericolo dei lupi solitari, che possono essere innescati dagli appelli di Osama bin Laden. È vero: Osama bin Laden è vivo e ricercato. Morirà soltanto due anni dopo, ucciso dai Navy Seals in un compound in Pakistan. Mohammed Game, invece, ha una storia molto più vicina.
È nato nel 1974 a Bengasi, ha 35 anni quando cerca di far esplodere sé stesso e il militare che gli sta vicino la mattina del 12 ottobre. Si è trasferito in Italia nel 2003 dopo essersi diplomato come perito elettronico. I primi anni a Milano ha aperto un’impresa edile, e le cose gli vanno bene. Ha anche dei dipendenti. Nel 2008, qualcosa cambia o si rompe, ma a leggere i giornali è difficile legare tra loro gli eventi, individuare il cortocircuito che fa infiammare il rapporto di causa ed effetto. Mohammed ha un attacco di cuore, e le cose iniziano ad andare male anche economicamente. Anzi, precipitano. Chiude l’impresa, si arrabatta con lavori saltuari. A un giornalista di Cronaca Qui dice, pochi mesi prima dell’attentato, in occasione di non so quale intervista: «Aiutateci ad avere una casa più dignitosa. Viviamo in sei senza nemmeno il bagno». Le altre quattro persone di cui parla Game sono la moglie italiana e quattro figli. Due di questi sono figli della donna e di un altro uomo italiano, una relazione precedente a quella con Mohammed, e due della donna e di Game. Si chiamano Davide, Alessandro i primi due, Islam e Omar i secondi. Giovanna non si è convertita all’islam, e la sua unica dichiarazione che si trova su internet, raccolta il giorno dopo l’attentato, dice soltanto: «Sono stupita da quello che ha fatto». Un quotidiano riesce a parlare, chissà come, con una zia di Giovanna, che è invece più colorita: «Giovanna si era sposata una volta. Poi lui è morto. Allora si è messa con un italiano con cui ha fatto due figli. Quando ha iniziato a farsela con il “marocchino”, lui l’ha mollata ed è andato all’estero. Quel Mohammed lì non lo conosco. Una sera mi ha telefonato ubriaco, diceva che Giovanna voleva lasciarlo. Ho messo giù».
Terrorismo è una parola che ha saputo prendere forme molto diverse in pochi anni. Sono nato nel 1986, e la mia adolescenza ha coinciso con l’ultima evoluzione del terrorismo internazionale: l’11 settembre del 2001 stavo per compiere 15 anni e iniziare il secondo anno di liceo. Tutta la mia esperienza di viaggi ed esplorazioni del mondo, europei ed extracontinentali, è stata condizionata dall’immagine di un aereo di linea che, in diretta su un telegiornale nazionale, esplode in una nuvola di fiamme e detriti contro il grattacielo più famoso del mondo. Eppure, anche all’interno di questa ultima evoluzione, si sono susseguite diverse fasi. Quel terrorismo di inizio anni Zero era firmato al Qaida, era guidato da un profeta istruito all’occidentale e con pose da rivoluzionario politico. Il suo modus operandi, in occidente e non solo, era caratterizzato da azioni spettacolari, enormemente distruttive: la barca-suicida contro il cacciatorpediniere USS Cole nello Yemen, nel 2000; i dieci zainetti esplosivi distribuiti su quattro treni nella stazione di Atocha di Madrid, nel marzo 2004; le bombe nella metropolitana e sugli autobus di Londra, nel luglio 2005. Erano anni senza social network e con sms che viaggiavano sotto forma di catene. Ricordo gli aneddoti tutti simili, erano voci nate chissà dove con un pattern sempre uguale: qualcuno trovava un portafogli per terra, lo restituiva al proprietario che si rivelava arabo e musulmano; questi gli suggeriva, con un ringraziamento sibillino, di non prendere la metropolitana il giorno successivo. La sera, davanti ai programmi della televisione, le catene di messaggi si tingevano di psicosi. L’avvento dello Stato islamico ha cambiato il modus operandi, rendendo tutto più imprevedibile, più sfuggente: il 7 gennaio 2015 un uomo spara e uccide cinque persone in un supermercato kosher a Parigi; nel giugno 2015 a Susa, in Tunisia, un altro uomo spara sui turisti in spiaggia, e ammazza 38 persone; il 13 novembre 2015 una serie di attacchi coordinati a Parigi, in diversi bar, bistrot e sale concerti, fa 130 morti; a Berlino, nel dicembre 2016, un uomo alla guida di un camion investe e uccide undici persone a un mercatino di Natale; nel luglio dello stesso anno, a Nizza, lo stesso sistema provoca 87 vittime. Ho citato un ridottissimo numero di attacchi, e quasi tutti in Europa. Nonostante questo, per la maggior parte le vittime dell’Isis sono cittadini arabi del medio oriente. Ma in questi attacchi all’occidente, che rispetto all’Iraq richiedono una pianificazione logicamente maggiore per bypassare gli apparati di sicurezza, si vede come la strategia sia improntata a una logistica più snella. Niente aerei, metropolitane, treni, piuttosto piazze, azioni individuali, bar, marciapiedi. A guardarla così, Mohammed Game, con la sua valigetta e il suo tritolo confezionato in casa, anticipò la strategia del più grande e mortifero gruppo terroristico islamico di sempre. Ma lui non lo sapeva.
Ci si è chiesti per anni, e ci si continua a chiedere, come mai in Italia non ci siano stati attentati simili a quelli che in Europa hanno colpito la Francia, l’Inghilterra, la Germania. Come succede per il terremoto che attendiamo originarsi dalla Faglia di Sant’Andrea al largo della California, e che spazzerà via gran parte di ciò che oggi chiamiamo Stati Uniti occidentali, è più una questione di quando che di se. Da un lato, è strano: l’Italia è uno dei paesi più culturalmente razzisti di tutta l’Eurozona, se si escludono quelli accolti con il Quinto Allargamento Est del 2004 e 2007. Dall’altro, l’Italia è rimasto uno dei paesi più etnicamente omogenei di tutto il continente: le sue conquiste coloniali non si sono liberate dal giogo dell’occupazione con guerre di indipendenza, ma in seguito a sconfitte militari nell’ambito della Seconda guerra mondiale. Il flusso migratorio con Etiopia ed Eritrea è ancora intenso, ma negli anni dell’attentato di Mohammed Game l’attività diplomatica e industriale è intensa soprattutto con l’ex colonia più vicina dell’effimero impero coloniale italiano: la Libia. L’opinione pubblica non venne scossa più di tanto dal goffo attentato suicida di Game, forse perché non esistevano ancora le dirette TikTok di Matteo Salvini o le card Instagram dei partiti di estrema destra. I giornali, soprattutto, non parlano della sua provenienza, la Libia. Forse perché l’Italia e la Libia, proprio in quei giorni, stanno parlandosi molto, più di quanto abbiano mai fatto dalla fine della colonizzazione. Si inizia quattro mesi prima del gesto di Game, quando Muammar Gheddafi attraversa il Mediterraneo per atterrare a Ciampino, accolto con tutti i riguardi dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Game è stato un jihadista sui generis, con un profilo diverso da quello tipico che conosciamo oggi, tipo Salah Abdeslam. La sua è per anni una storia di immigrazione di successo, un matrimonio “misto” (che brutta parola) con due figli. Poi le difficoltà economiche, che portano la famiglia a vivere in un appartamento senza bagno. Game quindi si radicalizza. Ma lo fa più o meno da solo, e a quasi quarant’anni. La storia di Game è una storia di povertà e disperazione, di fallimento del tessuto sociale del paese. Dopo i problemi di salute del 2008 e quelli economici che lo portano a chiudere l’impresa edile, inizia a passare le giornate su siti jihadisti. Litiga con il fratello Imad, lo accusa di essere un infedele. Il figlio di Imad dirà che lo zio gli aveva confessato di voler fare un attentato contro un McDonald’s: «Così si guadagna il paradiso», aveva spiegato. Oltre che attento al jihadismo internazionale, Game in quei mesi studia la storia coloniale italiana in Libia. Anche il giorno dell’attacco, il 12 ottobre, non viene scelto per caso: nell’interrogatorio confesserà che è l’anniversario della data in cui i primi soldati italiani erano entrati in Libia, nel 1911. In realtà è la data della firma del Trattato di Losanna, con cui l’Impero ottomano cedeva l’amministrazione della Tripolitania e della Cirenaica all’Italia: ma ci siamo quasi.
La storia sembra talvolta un romanzo tra il tragico e il grottesco, e quella di Game lo è particolarmente. Negli anni successivi all’attentato di Game, qualcosa di quell’esperienza mi ha portato a cercare più dettagli, e ho trovato un intreccio di date e protagonisti che compongono un disegno che non saprei come definire. Forse soltanto malinconico, tremendamente.
Ho detto di come Gheddafi, nel giugno 2009, quattro mesi prima dell’attentato di Game, visita l’Italia per la prima volta dal 1969, ovvero dal colpo di stato che lo pone al comando della Libia. Scende dall’aereo di stato sul suolo italiano, a Ciampino, indossando la sua uniforme da colonnello nera, e appuntata sul petto, incorniciata in una strana spilla-quadro, porta una foto di Omar al Mukhtar in catene, appena catturato dall’esercito fascista italiano. Ad accompagnarlo, vestito di bianco e su una sedia a rotelle, proprio l’anziano figlio del “leone del deserto”. Il colonnello ostenta un simbolismo sincretico e farsesco tipico della fase discendente, circense, della sua crudelissima dittatura. E il 16 novembre, soltanto un mese dopo l’attentato del suo connazionale, torna in Italia per la seconda volta. Nessun giornale mette in correlazione le due cose, nonostante gli investigatori della Digos trovino nel computer di Game anche decine di discorsi di Gheddafi. Lui, come sempre, fa piantare un’enorme tenda beduina a Roma, a richiamare la tenda in cui nacque nel 1942 in Tripolitania, ma è solo una posa, e non ci rimane a dormire. Per due sere di fila tiene poi delle lezioni sul «ruolo della donna nell’islam» a centinaia di ragazze italiane reclutate dall’agenzia Hostessweb. Le fortunate, pagate 75 euro lordi, ricevono alla fine in regalo una copia del Libro verde della rivoluzione.
Passa un anno. Nell’estate del 2010 Mohammed Game viene condannato in primo grado a 14 anni per l’attentato. Nelle stesse settimane, Gheddafi torna in Italia: è il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. Gli studenti universitari di Roma lo contestano, lui ringrazia Berlusconi per le pubbliche scuse sul colonialismo. Tiene ancora delle lezioni a un pubblico selezionato esclusivamente femminile, dichiara: «L’islam dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa». Ci sono proteste da sinistra e da destra. Il Corriere della Sera riferisce che tre ragazze si convertono seduta stante.
Passano sei mesi ancora, è il febbraio 2011. La miccia delle Primavere arabe si accende anche in Libia. L’intervento militare internazionale inizia già il 19 marzo, e anche l’Italia ne è parte. Un anno esatto dopo quella lezione a Roma, non si tiene nessuna terza ricorrenza del trattato: Gheddafi è in fuga, sconfitto, Tripoli è caduta, lui è a Sirte, a pochi chilometri dalla tenda in cui è nato. Passano altri sessanta giorni, arriva il mese di ottobre. Un drone americano lo localizza mentre cerca di scappare nel deserto. I ribelli lo trovano nascosto dentro un tubo di cemento, in una buca. Lo tirano fuori, lo picchiano, quasi lo linciano. Lo uccidono. Fine misera di un dittatore sanguinario e pagliaccesco. È il 20 ottobre 2011. Ventuno giorni dopo i giudici della Seconda corte d’assise d’appello condannano Mohammed Game in via definitiva. Scompaiono insieme, definitivamente, dai giornali, dalla vita pubblica. Io, invece, mi sono già trasferito in un’altra casa, in un quartiere più centrale, senza più caserme davanti. Cerco sull’archivio cloud a cui sono abbonato delle foto di quei giorni, per essere sicuro che collimino tutte le date, le coincidenze temporali. Ne trovo una un po’ mossa di una festa di Halloween, è proprio il 2011. Sono passati solo dieci giorni dalla morte del colonnello. Quell’anno non mi ero travestito, ma qualcuno all’ingresso mi aveva dato una maschera da indossare, un cartoncino stampato con i buchi per gli occhi e una fotografia incollata sopra. Nella foto faccio con le due dita della mano destra il segno della pace, mentre indosso la faccia di Muammar Gheddafi.