Quando il mio volo Ryanair atterra nell’aeroporto di Dublino, sto fuggendo da un’estate infuocata, una delle più calde di sempre, almeno così dicono al telegiornale. Nei miei auricolari i Fontaines D.C., gruppo irlandese post punk che canta di ecoansia e stati d’animo che virano all’alienazione. Ho voglia di perdermi sul lungofiume e scattarmi foto davanti alle porte colorate di Merrion Square ma soprattutto, in questo viaggio che sembra un inseguimento sulle tracce di Sally Rooney, voglio provare a sentirmi come i suoi personaggi e anche come lei, quando partì dalla contea di Mayo alla volta del Trinity College per studiare letteratura americana e qualche anno dopo fare il percorso inverso. Questa già grande scrittrice irlandese è nata nel 1991 sotto il segno dei Pesci a Castlebar, un piccolo centro situato nella parte occidentale del paese, da molti considerata la più autentica. Vista da lì Dublino può sembrare un miraggio e tuttavia il rapporto di Rooney con la capitale d’Irlanda è ambivalente, così come lo è stato quello fra Dublino e Joyce, al quale ha dichiarato di essersi ispirata per il suo ultimo romanzo, Intermezzo, che tutti vogliono, che tutti fotografano sul comodino. Immagino che la scrittrice si sia sentita fuori posto, trattata come una culchie – una campagnola – per le sue origini rurali, e a disagio rispetto alla grande città che nei suoi libri critica. Quando arrivo in Irlanda sto leggendo Dove sei, mondo bello, che nella domanda retorica del titolo condensa tutta l’incertezza (e il tentativo di superarla) dei due romanzi precedenti. Mi piace immergermi nelle sue trame deboli, sostenute unicamente dagli intrecci e dai dialoghi fra i vari personaggi lì dove la scena è ambientata, per quanto nelle pagine di Rooney i luoghi restino sempre in filigrana. Si può dire che la sua sia una geografia sentimentale, in cui il paesaggio emotivo e intimo predomina sul dato ambientale. Come ha scritto Vincenzo Latronico a proposito del mercato internazionale dei libri: «Sally Rooney ha capito che per universalizzare una storia locale devi sfocare lo sfondo, come fanno alcuni filtri alle fotografia per far emergere di più il soggetto principale».
Leggendo quel suo terzo libro – di certo non il migliore – ho cominciato a immaginare una mappa della città e di altre mete irlandesi attraverso le principali scene dei suoi romanzi. Come in una caccia al tesoro, cerco i luoghi che ha scelto. Mimo lo stesso girovagare nelle strade di Dublino dei suoi personaggi. Non sono più una studentessa ma cerco di ricordare com’è stato esserlo a Roma e come sarebbe stato esserlo qui. Mi sembra di essere fra le sue pagine mentre vago lungo i viali del Trinity College, cercando di mimetizzarmi fra gli studenti, chissà se potrei sembrare una fuori corso. Qui ci sono le biblioteche dalle vetrate ampie, il blocco delle arti e l’architettura brutalista della Berkeley Library, davanti alla quale mi scatto una foto. Poi mi fermo a pranzare al Buttery, uno dei ristoranti all’interno del college. È un ibrido fra una mensa studentesca e una caffetteria dove consumare un pasto veloce, ideale per gli studenti.
Nonostante Sally Rooney non sia originaria di Dublino, la capitale d’Irlanda è presente in tutti i suoi libri, come meta cui ambire o dove trasferirsi per il college, indirizzo di una stagione più matura rispetto a quella del liceo. Ma a differenza dei personaggi di Joyce, quelli di Rooney non sono dubliners. Non dalla nascita, almeno. Vengono invece da zone più rurali e periferiche, tanto che Dublino rappresenta ai loro occhi un punto di arrivo dal quale il più delle volte resteranno delusi. In ogni caso, le loro rotte sono differenti. Difficilmente troveremo uno dei personaggi di Sally Rooney nella Sweny’s pharmacy, la storica farmacia dove Leopold acquistò una saponetta al limone per Molly Bloom nell’Ulisse. Anche per chi arriva da città minori e zone rurali, infatti, Dublino presenta dei limiti, in primis per il prezzo degli affitti. Nelle città che visito, in genere, non m’interessa avere una guida. Nemmeno a Dublino. Ma se di solito mi lascio condurre dalle strade e dal flusso casuale di chi le abita, questa volta posso affidarmi a una compagna di viaggio e ai percorsi che lei stessa ha creato. Diversamente dai suoi protagonisti, che sono sempre personaggi di invenzione, per gli scenari Sally Rooney attinge per lo più dalla vita reale. Lo è Dublino e lo sono molti dei paesini vicini a Castlebar, dove è nata. Lo stesso vale per case e appartamenti, gli interni in cui avvengono le tante scene di sesso, le cui descrizioni sono sempre estremamente realistiche. Dopo il Trinity, una specie di “città della città” ricca di contrasti, proseguo per le strade di Temple bar, fra i pub e i locali in cui ascoltare musica dal vivo. Sono cresciuta ascoltando, fra gli altri, i Cranberries e gli U2, entrambi gruppi irlandesi e all’apice del successo negli anni Novanta, quando andavo al liceo. In particolare, mi piaceva Dolores O’Riordan, la cantante dai capelli corti e ossigenati la cui voce vibrava nel mio walkman e che scalò le classifiche con brani come Zombie e Ode to my family. Era nata nella contea di Limerick, città del sud dove aveva cominciato a cantare da ragazzina in chiesa, e nei testi che interpreta fa riferimento anche a un certo tipo di cultura irlandese in cui era cresciuta, e che aveva contribuito, forse, a segnare la sua fine. Durante il mio soggiorno cerco di registrare gli umori del Liffey, il fiume che attraversa la città, e di capire se lo Spire – la singolare installazione in centro di cui Rooney scrive – mi piace oppure no.
Sin dal mio arrivo nella capitale mi accorgo che anche qui è un’estate calda: avevo portato con me qualcosa di lana e un ombrello, perché tutta l’Irlanda sembrerebbe avere un clima “oceanico”, fresco e umido, nuvoloso e in genere piovoso per la maggior parte dell’anno, e invece non cade una goccia: per tutto il mio soggiorno il sole spacca le pietre e sebbene la sera rinfreschi, nella mia camera d’albergo all’ultimo piano – alloggio al Castle Hotel, una piccola struttura in Gardiner Row, a ridosso del centro – avverto la mancanza dell’aria condizionata. Stanca di overtourism prendo un treno da Dublino Connolly che, in poco più di tre ore e attraversando lunghe distese verdi, mi porta a Sligo. Qui l’ambiente è decisamente meno urbanizzato, ma anche pieno delle vedute e dei panorami unici che rendono inconfondibile l’Irlanda occidentale. A parte due statue dedicate a Yeats – il poeta premio Nobel che la Francis di Parlarne fra amici definisce “fascista” – nei centri abitati non c’è granché da visitare. Il punto di forza è nelle ripide scogliere a picco sull’Atlantico da percorrere controvento lungo sentieri isolati e selvaggi, pensando a lei e alle scene dei suoi romanzi.
Dove sei, mondo bello si apre con un primo, disastroso, appuntamento, uno di quelli da far passare a chiunque la voglia di iscriversi all’app Tinder. Siamo a ovest, nel bar di un albergo con vista sull’oceano. Alice, la protagonista, è di Dublino, ha vissuto a New York per poi rifugiarsi fra le scogliere, non lontano da Ballina, seconda città principale della contea di Mayo dopo Castlebar, e considerata «un buon punto per fermarsi nella lunga traversata fra Achill Island e Sligo». I due cammineranno insieme lungo la strada costiera «entrambi parlando più forte per via del rumore del mare» e punzecchiandosi sulle rispettive criticità. Lei è una scrittrice in cerca di solitudine e vive nella canonica del paese, mentre lui abita, più banalmente, dopo il parcheggio delle roulotte. Qui a ovest le facce sono segnate dal vento. Nei loro tratti intravedo una caparbietà che a Dublino e dintorni manca. Come nella coppia che gestisce il minimarket all’angolo, l’azzurro intenso e il blu degli occhi sono vividi, l’accento con cui parlano per lo più incomprensibile. Qui è difficile mimetizzarsi fra gli altri turisti come una massa unica, e per le strade ti senti gli sguardi addosso, come la Marianne di Persone normali che apprezza l’anonimato della grande città, rispetto a Carricklea, la cittadina di finzione che fa da sfondo e che non sembra troppo diversa da Castlebar.
L’Irlanda non è fatta solo di arpe, quadrifogli e pentole d’oro. Ma resta un paese tradizionalista, ancora in larga parte condizionato da una chiesa cattolica ultraconservatrice. Tutto questo si ripercuote inevitabilmente sugli usi e i costumi, sulle relazioni umane e sul modo di raccontarle. Tuttavia, come scrive il giornalista e critico Mark O’Connell, «una nazione è un’opera di finzione, strutturata su storie condivise e sostenuta da atti di immaginazione collettiva». Il graduale smantellamento dell’influenza della Chiesa, persino fra i millennial, non può che essere graduale, e infatti anche nell’ultimo romanzo di Rooney c’è un personaggio alle prese con la sua fede e con temi come l’etica e la morale. E come sempre con l’amore, sferzato dal vento di Dublino.