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Lasciatemi in pace, lasciatemi essere pianta

Un giorno una donna “insignificante” smette di mangiare carne e si abbandona sempre di più a un’esistenza vegetale, l’unica libera dalla violenza. Gli altri la guardano senza vedere, bloccati ognuno nella propria ossessione. Daria Deflorian porta a teatro “La vegetariana” del premio Nobel Han Kang, in uno spettacolo sospeso, in cui una sottile filigrana divide l’essere dal nulla

Mamma, continuo a fare lo stesso sogno.
Sogno di diventare alta come un pioppo.
Sfondo il soffitto della veranda e anche quello del piano di sopra, del quindicesimo piano, del sedicesimo, crescendo a vista d’occhio e trapassando il cemento armato finché non supero il tetto in cima a tutto.
Fiori simili a larve bianche sbocciano dalle mie estremità più alte. La mia trachea, così tesa che sembra debba scoppiare, assorbe acqua limpida; il mio petto svetta fino in cielo e mi sforzo di protendere ogni ramo. È così che scappo da questo appartamento.
Ogni notte, mamma, ogni notte lo stesso sogno.

Han Kang, Il frutto della mia donna

 

Cadere in alto, o sprofondare. La vita di Yeong-hye è un margine ridotto in pochi centimetri sbiaditi di pelle.

«Ho fatto un sogno» – prende a dire un giorno – e in quel verso masticato come un mistero insondabile s’insinua la traccia sottile di una trasformazione.

La banalità di un’esistenza ordinaria all’improvviso s’inceppa, precipitando in una botola oscura da cui non riemerge alcun suono. Solo un battito caldo – un liquido vischioso – ribolle sotto la corteccia nodosa di un’epidermide fragile e ostinata.

Ne La vegetariana di Han Kang, Nobel per la Letteratura 2024, c’è il tempo fermo del “non ancora” a sancire il movimento in tre capitoli della storia di Yeong-hye e del suo rifiuto radicale di mangiare carne. Daria Deflorian ne intercetta il sentire e ne porta in scena per il Romaeuropa Festival in Italia e in Francia un adattamento curato insieme alla sceneggiatrice Francesca Marciano, con la collaborazione dei suoi attori, Paolo Musio, Monica Piseddu e Gabriele Portoghese.

Un lavoro accurato e letterario, che in due ore ricostruisce con precisione la scansione temporale degli eventi e dei tre punti di vista narrativi, che fa parlare i personaggi – il marito, il cognato, la sorella – senza raccontarli e che rimane fedele sul palco all’esperienza stessa della lettura del romanzo. Un dispositivo, questo, che fa risuonare le reazioni e le relazioni tra le figure sulla scena a discapito, però, di quella meschina, monolitica violenza che è più radicale nella costruzione dei personaggi secondo la scrittura di Han Kang.

In un interno domestico dove tutto sembra ormai già memoria, la quotidianità di una coppia in congedo da se stessa si imprime come ricordo nello squallore dei muri consumati dalla muffa, nel grigio cemento raffreddato da luci al neon, negli ambienti a scomparsa che si rivelano, a tratti, come epifanie sulla distrazione. Un materasso poggiato sul fondo è un giaciglio che non dà riposo perché in bilico, nella penombra, a bloccare ogni via d’uscita. Alle didascalie sovraimpresse il compito di indicarci dove siamo. Slegati nello spazio, ciascuno rinchiuso nella sua ossessione, i personaggi rispondono a una fatalità che li abita e li trascende. Ogni loro gesto, trattenuto sull’orlo della sparizione, si è fatto carico di quel silenzio, di quel buio, di quell’assenza, e per questo è divenuto necessario. Una filigrana sottile divide l’essere dal nulla.

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno.

È il marito di Yeong-hye – sul palco Gabriele Portoghese – il primo a farsi avanti con parole che descrivono la tempesta senza avere il coraggio di sfiorarla. Schiacciato sul fondale, scolorito, come quegli insetti che si muovono nella penombra, completo da impiegato sgualcito e sguardo spento, estraneo alla vitalità. Quando una notte si ritrova la moglie in cucina immobile davanti al frigorifero a sbarazzarsi di decine di sacchetti ripieni di carne, prova a rendere conto di quello che è uno scempio, a parer suo, ma la sua reazione si spegne subito dopo per rientrare in una normalità che non ammette fratture. E allora tocca a Yeong-hye mettere in atto la sua silenziosa e graduale trasformazione. Il corpo, il suo corpo, diventa il manifesto di un’insubordinazione che ha inizio dal rifiuto della carne, simbolo della violenza dell’uomo sull’uomo e sulla natura, dal rifiuto degli abiti ordinari, strumenti di controllo e status sociale – non indosserà più il reggiseno – dal rifiuto della parola, cercando un’altra via, quella vegetale, per essere.

Vorrei tanto gridare, una volta sola, almeno una. Vorrei lanciarmi da quella finestra nera come la pece. Forse questo scaccerebbe finalmente questa massa dal mio corpo. Sì, forse potrebbe funzionare. Nessuno può aiutarmi. Nessuno può salvarmi. Nessuno può farmi respirare.

Nel sangue che vede sgorgare da enormi quarti di carne appesi a una lunga canna di bambù – nel suo sogno – in quel sangue che le intride i vestiti, che le si appiccica addosso, che le riempie la bocca, c’è la violenza del mondo e del suo mondo. Quella del padre autoritario, veterano della guerra in Vietnam, che da piccole picchiava con ferocia lei e la sorella. Quella del marito anaffettivo che l’ha consumata di indifferenza per provare, poi, a ristabilire la sua autorità attraverso atti di prevaricazione anche sessuale. Quella del cognato, videoartista fallito – Paolo Musio porta in scena la vigliaccheria di quest’uomo mediocre – che le offre una finta salvezza, posare nuda per lui mentre il suo corpo si tingerà di motivi floreali, per poi abusare di quell’involucro svuotato che, man mano, inizia a farsi sostanza vegetale.

Le clavicole scarne, i seni che, essendo lei coricata sulla schiena, erano piccoli e piatti come quelli di una ragazzina, la gabbia toracica in evidenza, le cosce divaricate in una posizione che, assurdamente, non aveva nulla di erotico, il viso immobile e vuoto, gli occhi aperti che potevano benissimo essere addormentati. Era un corpo da cui era stata gradualmente eliminata ogni superfluità.

Pennellate di luce germogliano sulla tela diafana che è Yeong-hye, fiori colorati esplodono sulle cosce adagiate alle pareti spoglie, risalgono la curvatura delle natiche per sbocciare, poi, sulla schiena che si offre con fremiti leggeri a questa fioritura. Sulla punta del pennello che accarezza la pelle – una lavagna luminosa in scena proietta fasci di china colorata sul corpo della vegetariana – in quel tocco preciso, sofferto, umano, c’è la sacralità di un atto primigenio e pagano, c’è l’abisso del venire al mondo e dello scomparire.

Monica Piseddu, nei panni di Yeong-hye, è una figura dell’altrove. Quando sbuca dalla penombra per attraversare lo spazio senza sostare davvero mai, quando si affaccia negli angoli o scompare dietro pareti che, poi, rivelano un “non senso” dello stare, una finta convivenza, c’è qualcosa di misterico, di ineludibile riflesso sulla superficie lattea della sua pelle. Si ha come l’impressione che il suo lamento muto sia il vento sprigionato dai suoi stessi movimenti e, invece, è la forma del suo respiro profondo e viscerale. La percepiamo quasi senza vederla, con quell’occhio obliquo che avverte una presenza ancora prima di metterla a fuoco, toccati dalla commovente bellezza che ha l’impossibile quando comunque accade nelle nostre vite.

Nasconditi, nasconditi dietro gli alberi. Accovacciati, non farti vedere da nessuno.

La violenza muta del quotidiano, quella che si adagia come polvere sull’apparenza delle cose familiari, sugli affetti domestici, sullo scorrere sempre uguale delle giornate, quella violenza sottrae Yeong-hye dalla vita così com’è e la trasforma.

La scrittura di Han Kang non dice addio ai sommersi, non distoglie lo sguardo, non si rassegna al sangue, e consegna alla natura il compito di dischiudere una comunicazione negata o interrotta nel linguaggio quotidiano. Una natura palpitante, animistica, eternamente presente nel suo contrappuntare quasi musicalmente le azioni e i sentimenti di una umanità ferita.

In-hye fissa accanitamente gli alberi. Come se attendesse una risposta. Come se protestasse contro qualcosa.

Nell’ultimo atto, In-hye, sorella maggiore di Yeong-hye, lascia aperta nel presente la porta del passato, intercettando un tempo del ricordo che è doloroso, lucido, intimo. Daria Deflorian, nell’interpretarla, tiene insieme i pezzi di un’esistenza sempre sul punto di frantumarsi, diventando un ingranaggio funzionale allo scorrere narrativo.

Quando con impermeabile, ombrello e borsone pieno di cibo sfida la pioggia battente per andare a trovare Yeong-hye ricoverata nella clinica psichiatrica dove lei stessa viene scambiata per una paziente, dietro quel suo prendersi cura c’è forse anche il rimorso per non essere stata in grado di proteggere la sorella da una sofferenza che «aveva ingoiato fino nel midollo». Il suo sforzo incessante di esserci per gli altri, a discapito del suo sentire, il suo essere continuamente dentro e fuori un ruolo – per il padre violento, per il marito, per il figlio – la consegna a una razionalità che sottende la disperazione. Mentre a testa in giù, come un tronco proteso verso la luce a cercare la vita, Yeong-hye, liberatasi anche della parola, non può fare altro che aspettare il momento in cui la sua linfa vegetale si mescolerà alla terra per nutrirla ancora.

Il suo corpo seminudo, sul finale, rivolto sul materasso e accerchiato dallo sguardo dei suoi tre familiari, è lo stare in bilico sul precipizio che sa di salvezza.

Valentina De Simone (Vico Equense, 1984), giornalista freelance e critica teatrale. Dal 2017 cura i progetti nazionali ed europei per PAV, una società specializzata in progettazione, produzione, e gestione di diversi dispositivi nell’ambito delle performing arts.