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Ciao maschio, non basta che fai la skincare

L’estetica degli uomini etero si fa più fluida, ma resta intatto il concetto di virilità come prepotenza. E se in letteratura e nella moda si gioca con una sessualità più ambigua, a patto poi che si torni a casa dalla fidanzata, la “bro culture” si radicalizza e l’omofobia è forte anche tra i più giovani. Stereotipi vecchi e violenti dentro vestiti nuovi e luccicanti

Sono perseguitato dalla skincare. Il mio feed Instagram è intasato da sponsorizzazioni  di aziende coreane che promettono miracoli per la pelle. Il target è chiaro: maschio che sta invecchiando, più o meno quarantenne, che vuole rimanere giovane e bello senza doversene vergognare. Come ci riescono? Semplice: con un packaging nero che richiama la potenza di una Corvette e l’audacia di una Ducati Monster, la moto naked più venduta in Italia. Ma il principio attivo, i componenti, le profumazioni sono gli stessi per le donne. La vera differenza? Non voler essere percepiti come femminili: è ancora questo, in fondo, il vero scandalo. Nel romanzo Farla finita con Eddy Bellegueule (appena ripubblicato in una nuova traduzione da La Nave di Teseo), Édouard Louis scrive che la vera colpa non è essere – omosessuale, diverso, non conforme – ma sembrarlo. Solo chi sembra gay incorrerà nella punizione del branco.

Il rainbow washing sta cambiando l’estetica degli uomini etero, lasciando però intatto il concetto di virilità come dominio. Le vecchie categorie sono più vive che mai, nascoste da una serie di spinte a sembrare più contemporanei, più woke e più tolleranti. In una parola: più fluidi. Fluido è comodo, gay no.

I capostipiti del genere in Italia sono stati forse Fedez e Achille Lauro che hanno giocato a indossare i panni della contaminazione. Il primo con una linea di smalti colorati, appunto; il secondo, con i suoi discussi “quadri” di Sanremo, in cui dichiarava di essere «sessualmente tutto, genericamente niente» ispirandosi al glam rock e al punk, fino a omaggiare Mina; uno spettacolo che, guardato oggi, sembra aver fatto bene solo al suo branding più che ai diritti. Ci siamo fatti sedurre dallo scintillio dei suoi costumi di scena e abbiamo creduto che alla performance genderfluid in prima serata su Rai1, nello show più visto d’Italia, sarebbe seguito, se non proprio l’equità legislativa, almeno non essere offesi e picchiati per strada.

Ma è già finita l’èra del maschio con lo smalto?

Il Lauro di oggi è un giudice di X Factor e ha abbandonato pizzi, merletti e paillettes, per un outfit più istituzionale: abito doppiopetto dai toni freddi, occhiali Cartier e pettinatura alla Humphrey Bogart – molto simile allo stile da solista di Damiano dei Måneskin. Anche l’approccio è mutato: meno fluidità, più life coaching, dispensa consigli di vita e si rivolge al pubblico in sala chiamandolo “senato”; sono proprio lontani quei momenti quando una tutina provocava turbamenti.

Nella moda è ormai pacifico che il genere non esista. Ne sono esempio Paul Mescal con i suoi pantaloncini cortissimi e Harry Styles con la gonna di Gucci usata per promuovere il tour. Entrambi sono espressione di un maschile – eterosessuale – contemporaneo e rassicurante che però ha usato gli stilemi della fluidità per dire che non si è piegato alle imposizioni del patriarcato.

Anche nella narrativa la queerizzazione ha funzionato: nei romanzi degli ultimi anni i protagonisti sono sessualmente fluidi, con desideri ambigui che oscillano tra esperienze bisessuali e una affettività omoerotica verso i propri amici maschi, non molto diversa da quella di cui, da sempre, gli uomini fanno esperienza nei luoghi a genere chiuso: i circoli aristocratici, le sette, le saune, gli spogliatoi. Si tratta di luoghi in cui la prossimità è tollerata se mascherata da goliardia, da pacca sul sedere, uno scherzo innocente. Del resto, gli sport da contatto non sono forse stati inventati per permettere ai maschi di toccarsi senza destare sospetti?

Eppure, soprattutto nello sport, il coming out è ancora fortemente ostracizzato.

Quest’anno, in occasione delle Olimpiadi di Parigi, erano 193 gli atleti dichiaratamente Lgbtq+. Per evitare “la caccia all’atleta gay e i casi di outing” il comitato organizzatore ha vietato l’uso dell’app di incontri Grindr. Nel frattempo, Irma Testa, pugile medaglia di bronzo a Tokyo 2020, dichiarava che l’omosessualità non deve essere considerata un’imperfezione per un campione. In Italia è abbastanza comprensibile che siano state soprattutto le donne, finora, a mettere il proprio corpo nella battaglia, come Irma Testa, appunto, o come la judoka Alice Bellandi, che dopo aver vinto l’oro è corsa a baciare la fidanzata, sotto lo sguardo del presidente Giorgia Meloni.

Il problema, lo abbiamo detto, non è essere omosessuali. È sembrare tali.

Dell’iperandroginismo di Imane Khelif – l’algerina medaglia d’oro nei pesi welter accusata di avere un vantaggio genetico ai Giochi Olimpici in virtù dell’essere nata uomo (non è vero!) – non ci interessavano i livelli di testosterone o la definizione di intersex, non ci interessava aprire un dibattito sulle malattie dello sviluppo sessuale e magari chiedersi se la biologia basti da sola a dividerci in due macrocategorie sessuali. A noi interessava che non avesse l’aspetto di una donna. Tutto qui.

Eppure, secondo il rapporto Glaad (il documento annuale che analizza la rappresentazione e il trattamento della comunità Lgbtq+ nei media e nelle pubblicità) le organizzazioni sportive più inclusive vedono migliorare le loro relazioni col pubblico, come se l’inclusione creasse un legame più profondo e autentico.

Mentre nel resto del mondo godiamo del tuffatore britannico Tom Daley, che lavora a maglia sugli spalti mentre osserva le gare sportive insieme a suo marito Dustin Lance Black e ai loro due figli, Robert e Phoenix, nati da maternità surrogata (gpa), i maschi nello sport italiano al massimo possono diventare alleati della battaglia.

Anche il logo della Juventus prova a farsi arcobaleno durante il mese del pride – solo sui social, solo tra woke e GenZ – ma torna bianco e nero in tempo per il primo luglio. Un comodo ripensamento. Proprio come fanno i protagonisti dei romanzi italiani, dopo aver preso una sbandata per un altro uomo, tornano a casa dalle fidanzate e dalle mogli.

Per quanti sforzi facciano le serie tv, le mobilitazioni social e gli appelli degli psicologi, in realtà, l’antidoto alla crisi del maschio sembra essere proprio un ritorno ai vecchi modelli. È in atto una radicalizzazione dello stereotipo che promuove comportamenti e atteggiamenti considerati tipicamente maschili. Il cameratismo tra uomini, che viene spesso contrapposto alla difficoltà di creare un’alleanza femminile, ha la sua massima espressione nella bro culture, una definizione che nasce negli anni 90 e 2000 dai party universitari come pratica che enfatizza, anche nei giovanissimi, la competitività, il sessismo e il maschilismo. Non solo in contesti come le università, ma anche nello sport e negli ambienti di lavoro. Lo dimostrano alcune tendenze di TikTok in cui il maschio tossico, possessivo e geloso viene descritto come malessere e rappresenta un nuovo modello di sex symbol col suo portato di misoginia, omofobia e rigidità dei ruoli di genere. «L’ho fatta cancellare dai social, niente palestra, niente amiche» ammette un concorrente di Temptation Island, associandosi ad altre dichiarazioni di suoi pari, infarcite di cultura delle caverne.

Come può evolvere il concetto di mascolinità senza ricadere nelle trappole del machismo? Come si trasforma l’immagine del maschio fuori dai capricci del mercato della fluidità? I vantaggi del rainbow washing per personaggi famosi e aziende si sono dimostrati prima di tutto economici. Fare i gay ha portato benefici, come evidenzia uno studio Nielsen del 2021 dove il 49 per cento dei consumatori intervistati preferisce fare acquisti presso le aziende più inclusive. Resta da capire quanto durerà questa categoria commerciale e se, proprio come il ciclo di vita di qualsiasi prodotto, non siamo già in una fase di declino.

Non c’è niente di male a essere etero, eh. Maschile non equivale a maschile tossico. Checché ne dicano incel o chad (uomini che incarnano ideali di mascolinità tradizionale), non c’è pericolo per l’eterosessualità. Riconoscere e superare secoli di maschilismo sarebbe un beneficio anche per noi: etero, gay, non binari, genderqueer, non ha importanza. Eppure, siamo lontani dal minare le fondamenta del potere del patriarca. Al contrario, si configura uno scenario sempre più polarizzato, come se essersi appropriati delle categorie queer non avesse aiutato a risolvere il conflitto, ma l’avesse inasprito.

Se penso a come possiamo delineare nuove pratiche per il maschile mi vengono in mente concetti che non prevedono né una femminilizzazione né una queerizzazione dell’immaginario sessuale. Si può essere maschi migliori senza farsi venire dei dubbi su chi preferiamo a letto?

Quando penso alla manifestazione performativa del maschile a cui sono abituato, mi vengono in mente i parchi pubblici di provincia, distrutti e vandalizzati il giorno dopo l’inaugurazione. Perché se ti aprono un parco di fronte casa il primo istinto è rovinarlo? Perché il maschile è ancora associato alla distruzione?

Essere maschi forti significa saper sopravvivere in un mondo dove altri uomini, altrettanto forti, dopo aver ottenuto ciò che desiderano, non esiteranno a rivolgere la loro forza contro di noi. Vuol dire sentire la pressione di non poter mai scendere sotto una certa soglia di fragilità, nella propria condotta personale. Vuol dire non riuscire a immaginarsi in uno spazio orizzontale, anziché essere schiacciati dall’alto dal capobranco. Vuol dire negare con violenza tutto ciò che temiamo di non meritare.

Mi sembra che l’affettività, la relazione, il comportamento sociale siano completamente esclusi dal discorso collettivo se non sono legati al mercato. L’impressione è che quando queste qualità devono essere usate per raccontare un modello di maschile diverso, rinnovato e consapevole, la cura e la gentilezza facciano molta più paura, ad esempio, del sesso orale praticato da un altro uomo. È un po’ come su OnlyFans, dove alcuni creator eterosessuali girano video con altri uomini e guadagnano cifre da capogiro. Un tempo ci nascondevamo nei bagni per evitare botte nei corridoi della scuola; oggi, invece, i bagni sono diventati set in cui ci aspettano con la videocamera accesa.

L’èra dell’etero con le unghie verde fluo è finita. L’anno scorso Fedez piangeva davanti alle telecamere di Prime Video durante una seduta di terapia di coppia, per un episodio speciale dei Ferragnez a tema Sanremo. Prima del Pandoro Gate, della separazione da Chiara Ferragni, del dissing con Tony Effe, c’era stato solo il bacio con Rosa Chemical – un bacio tra due uomini, a proposito di rainbow washing, avanguardia pura! – a minare l’idillio famigliare. Il rebranding in chiave macho è arrivato subito dopo la separazione, quando serviva veicolare l’immagine di un uomo di successo, potere, rivincita. Niente di meglio di una denuncia per aggressione di gruppo, lesioni e percosse ai danni del personal trainer Cristiano Iovino, dopo una lite in discoteca. E mentre Tony Effe nel brano Chiara si chiede se a Fedez piaccia «uomo oppure donna», il rapper di Rozzano si fa vedere in compagnia di Taylor Mega, ex di Tony Effe, usata come centimetro da sarta per misurare chi ce l’ha più lungo.

Indossava un capo genderfluid anche Andrea Spezzacatena, studente del liceo Cavour di Roma che si è tolto la vita a quindici anni, nel 2012, vittima di bullismo e cyberbullismo. La storia è raccontata da sua madre Teresa Manes, in un libro che ha ispirato il film Il ragazzo dai pantaloni rosa, accolto alla Festa del cinema tra insulti omofobi e fischi, in una proiezione in anteprima che ospitava proprio ragazzi e ragazze della stessa età di Andrea. Secondo un rapporto dell’Arcigay solo nel 2023 le aggressioni omofobe sono aumentate del trenta per cento. Un numero che cresce se si tiene conto che la sfiducia verso le istituzioni porta le vittime a non denunciare. Non avendo mogli o fidanzate da cui tornare, per noi lo smalto, il trucco, la camicia trasparente, saranno sempre e ancora strumenti di rivendicazione politica, ma saranno sufficienti a fermare le spinte ultraconservatrici di un’estrema destra che considera la nostra esistenza un abominio?

Raffaele Notaro (Napoli, 1984), scrittore, è laureato in Filosofia del linguaggio e vive a Roma. Il suo ultimo romanzo è «Densità» (Mondadori, 2021).