Il 6 novembre scorso l’ungherese Olivér Várhelyi, designato come commissario europeo alla Salute, si presenta al Parlamento di Bruxelles per l’audizione di conferma. Gli europarlamentari prima pongono la sua nomina in stand-by e infine la approvano ma gli sottraggono alcune deleghe, inclusa quella ai diritti riproduttivi. Quel mercoledì è il giorno dei risultati definitivi delle presidenziali negli Stati Uniti, tornata elettorale nella quale sono stati messi ai voti anche dieci referendum statali sul diritto all’aborto. Solo quarantott’ore prima a Roma il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella aveva firmato la legge per rendere la gestazione per altri “reato universale”.
Le questioni che attengono alla salute riproduttiva delle persone sono terreno di scontro politico, tuttavia abbiamo alcune difficoltà a stabilire un collegamento tra il nostro vissuto individuale e la dimensione collettiva, sociale. Lo slogan «il privato è politico» non è un articolo di modernariato ma è ineluttabilmente attuale. Pare che debba solo trovare le sue vie e possono essere inaspettate.
È stato proprio quando Nicole Miglio, autrice e consulente filosofica, stava trovando il modo di rendere politico il suo recente privato, che con un’altra filosofa ha iniziato a riflettere su un progetto. Miglio ha dovuto interrompere una gravidanza molto desiderata perché c’erano patologie che rendevano impossibile la sopravvivenza. «Ho vissuto una sorta di vuoto pneumatico – racconta – perché naturalmente l’ospedale e le conoscenze biomediche si occupano di uno strato della salute minimale, dopodiché c’è un vissuto di grande solitudine che le persone possono esperire in questi processi riproduttivi, intesi in senso molto lato, che io ho scoperto solo parlandone». Persone amiche e conoscenti si erano avvicinate a lei raccontandole di aborti spontanei, gravidanze magari finite bene ma partite molto male; in tutte queste esperienze la cifra comune era «questo grande vuoto di verbalizzazione», di ricerca di un senso.
Susi Ferrarello, professoressa associata di Filosofia alla California State University e anche lei consulente, si è confrontata con Nicole Miglio sul da farsi dopo aver riflettuto sul titolo di un capitolo del libro che stava scrivendo. Si trattava di un saggio sulla fenomenologia della gravidanza, e il capitolo in questione era No Bump No Care, niente pancione nessun interesse. «Scrivendo mi sono resa conto che c’è attenzione ai problemi riproduttivi del periodo perinatale solo quando si vede che siamo incinte», dice Ferrarello. L’attenzione sociale, secondo la filosofa, è molto bassa nelle altre fasi, così come in casi di aborti spontanei, di nati morti o per altre questioni riguardanti processi riproduttivi. Miglio la chiama la «grande costellazione che assomma a sé quel che succede ma che non si desidera in quel momento»: dalle difficoltà con la fecondazione assistita, alle interruzioni volontarie di gravidanza, ai lutti perinatali, al desiderio di non avere figli; questi sono solo alcuni eventi possibili.
No Bump No Care è stata fondata quest’anno, è una non profit che offre consulenze da remoto in più lingue e con professionisti di varie discipline che lavorano su diversi fusi orari, da Milano a Sydney. Le prime due sedute, gratuite, sono di consulenza filosofica con una delle fondatrici e si cerca di individuare il cuore del problema che la persona pone loro. Spesso esigenze praticissime – ritagliarsi del tempo per sé dopo la nascita di un figlio, per fare un esempio estremamente comune – si ricollegano a esigenze esistenziali, come la ricerca della propria identità frammentata dal processo riproduttivo. «Ci possono essere problemi emotivi ma anche pratici, – racconta Ferrarello – partner che diventano abusanti, forti dismorfie rispetto al proprio» oppure la questione può essere «dove andare ad abitare, perché la situazione lavorativa è fragile». Il punto di partenza è approcciare le persone in modo non patologizzante, gestendo i vuoti lasciati da una visione medicalizzata della salute riproduttiva. «È un vuoto strutturale – sottolinea Miglio – le persone che sono nei processi riproduttivi non si trovano per caso sole o per caso in difficoltà, c’è tutto un sistema che sostanzialmente difficilmente ci supporta o non lo fa nei modi in cui abbiamo bisogno». Dopo le prime due sedute la cliente o il cliente viene poi indirizzato al professionista adeguato tra quelli che collaborano con il progetto: altri consulenti filosofici oppure psicoterapeuti, avvocati, personal trainer. Stanno per aggiungersi altre figure, come attiviste esperte di questioni di violenza ostetrica. Queste sedute successive sono pagate secondo tariffe differenziate in base al reddito del cliente.
Tra i primissimi a ricevere l’invito a lavorare con No Bump No Care è una filosofa italiana che vive in Belgio. Valeria Bizzari è una fenomenologa, fa ricerca presso gli archivi Husserl di Lovanio, insegna all’università e ha un suo studio privato di consulenza.
Il consulente filosofico, in Belgio come altrove, non è una professione normata con un ordine o un albo, non segue un codice di condotta univoco ma esistono comunque dei testi di riferimento. In Italia, racconta Bizzari, le associazioni in questo settore si contano sulla punta delle dita; a differenza di quanto avviene nei paesi mitteleuropei, nei quali questa figura è più nota al pubblico, da noi i consulenti filosofici più che lavorare in studi privati sono chiamati per sedute collettive in contesti come carceri, biblioteche, ospedali. A differenza della psicoterapia, i percorsi sono in media più brevi e concentrati; non si interviene su eventuali psicopatologie o disturbi – per i quali il cliente viene invitato a seguire uno specialista della salute mentale – ma uno dei punti che rendono questa alternativa interessante è la possibilità di esplorare con gli strumenti della filosofia il legame tra i problemi dell’individuo e il contesto nel quale è immerso, risocializzandoli. E poi ci sono i giochi filosofici da fare durante le sedute. Ho chiesto a Bizzari di farmene sperimentare uno. Immaginati, mi ha detto, dentro la caverna del mito di Platone e disegnala come viene, in modo pre-riflessivo. Ho buttato giù uno schizzo sul bloc notes delle interviste. È venuto fuori più un falò di Ferragosto che una meditazione sulla natura della realtà («E fuori è buio? Vedo che hai disegnato le stelle, la luna», mi ha chiesto. «Certo, altrimenti che senso avrebbe accendere un fuoco», le ho risposto). Non ci sono mai due caverne uguali, ogni persona la disegna diversa dall’altra.
Una delle specificità per le quali Bizzari è subito entrata in sintonia con il manifesto di No Bump No Care è l’attenzione al corpo nelle proprie ricerche di fenomenologia. Ha un corso di filosofia dell’embodiment e garantisce che gli studenti, anche quelli del primo anno, sono desiderosi di parlare del rapporto tra corpo e società. Attraverso la non profit di Miglio e Ferrarello le arrivano soprattutto persone che hanno problemi con l’accettazione del proprio corpo dopo il parto. Una delle sfide è riuscire a modificare il paradigma del problema, passando dalla nozione di corpo biologico a quella di corpo politico anche alle questioni riproduttive e relative al periodo perinatale. «Attraverso la comunicazione, anche nei social media, e attraverso i concetti e le definizioni che abbiamo – insiste Bizzari – dobbiamo ribaltare questo modello di corpo statistico, normativo, normato in un modello di corpo unico, imperfetto e vulnerabile». Due sue clienti stavano vivendo una situazione simile tra loro; sono diventate madri piuttosto giovani e hanno vissuto molto male il periodo successivo al parto, tanto da non riuscire a parlarne, soprattutto con le altre madri.
Mentre pronuncia queste parole, la prima immagine che associo è il manifesto affisso nella sala d’attesa dell’ambulatorio di ostetricia dell’ospedale vicino a casa mia, nel quale uno studio fotografico pubblicizza sessioni di shooting dedicate a donne con pancioni bene in vista. Le chiedo se stiamo vivendo in un periodo in cui anche il corpo delle donne incinta viene reso performance.
«Capitalizzato», mi risponde. «Quando c’è la pancia tutti se ne accorgono, hanno un certo tipo di cura ma nel momento in cui il tuo corpo diventa di nuovo trasparente nessuno prende sul serio le questioni che puoi avere legate alla maternità».
Le clienti con cui invece lavora di più Miglio sono persone che desiderano figli che non hanno oppure genitori che hanno vissuto una perdita. Nota uno «spostamento della maternità sulla gravidanza» e porta l’esempio della diffusione di ecografie in 3D senza finalità diagnostiche ma che servono solo a mostrare il bambino. Finché la gravidanza procede c’è l’interesse di tutti, ma nel momento in cui la gravidanza si interrompe o si rende necessario un aborto terapeutico, non si rientra più nel novero delle quasimadri. «Penso anche ad amiche e conoscenti che hanno fatto percorsi di riproduzione assistita e già si sentivano madri all’inizio, – aggiunge Miglio – c’è questa conflittualità tra il desiderio e l’imposizione esterna, molto complicata da gestire». Ferrarello interviene per sintetizzare: «Oggi nel tessuto politico e sociale non si fa distinzione tra gravidanza e maternità, una volta che sei gravida devi essere immediatamente madre e non c’è una raffinatezza, neanche filosofica, di comprensione dell’esperienza dell’essere gravida e del diventare madre, la quale a sua volta è diversa dal dare alla luce un bambino».
A fornire una ulteriore prova a favore della loro visione della genitorialità in un’ottica di relazioni è la presenza del ricercatore britannico Martin Robb. Robb insegna alla Open University e da oltre vent’anni studia la salute mentale degli uomini, soprattutto quando c’è in gioco la paternità. Per No Bump No Care non incontra direttamente dei pazienti ma ha il ruolo di consulente delle consulenti: laddove una delle consulenti o uno degli altri professionisti abbia bisogno di comprendere meglio alcuni aspetti dal punto di vista maschile sa di poterlo interpellare, chiedendogli magari una bibliografia ad hoc. Nell’ultimo periodo il lavoro di ricerca di Robb si è concentrato su come i padri vivono il lutto perinatale. Lo studio ha confermato che gli uomini tendono meno a chiedere aiuto ai servizi di supporto e vivono ancora l’aspettativa sociale di un modello maschile forzuto, stoico. Anche dopo l’esperienza di un lutto perinatale «ci si aspetta dagli uomini che tornino a lavorare e vadano avanti, per supportare la loro famiglia. Restano molti bisogni non interpretati». Un esperimento interessante è stato osservare le dinamiche delle partite di calcio organizzate solo per padri in lutto. Qualcosa nel fare attività sportiva insieme sembrava aiutarli, far sentire loro l’esistenza di una comunità. «Quel che stavano facendo era trovare conferma della propria identità di padri. Nonostante lo fossero stati solo per pochi giorni o poche settimane, loro vedevano sé stessi a quel modo e la società tendeva invece a negarne l’identità», spiega Robb.
In processi riproduttivi intesi come processi fatti di relazioni e non solo di materiale biologico l’aspetto sociale e quello politico, biopolitico, emerge da solo. Emerge quando le consulenti filosofiche si trovano a parlare con la madre statunitense che va nel panico per la fine dell’allattamento in un paese dove, tra le altre cose, due anni fa si è vissuta una gravissima crisi per la carenza sugli scaffali dei supermercati del latte in polvere per bambini; emerge quando un’imprenditrice del Sud Italia racconta loro dell’ospedale che ci ha messo quattro settimane per programmarle una interruzione di gravidanza dovuta perché il feto non aveva battito. Alla fine è stata ricoverata d’urgenza per una emorragia, mentre la sua famiglia credeva che si trattasse di un’appendicite.
«Il lavoro – dice Miglio – è stato proprio parlarle, dire ma cosa hai perso tu? Hai perso un figlio? Hai perso una gravidanza? C’è una differenza tra le due cose?».
È ciò che loro stesse hanno definito un brulichio di esperienze, che supera una visione piatta, normata e depoliticizzata del riprodursi e del non riprodursi.