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Tornando a casa, alla fine dei vent’anni

A vent’anni l’irrequietezza è una condizione fisiologica, a trenta ti rendi conto che l’ansia di essere in ritardo sul mondo viene solo dall’ossessione per se stessi. Anna Pazos nel memoir Tagliare il nervo ha trovato la soluzione dal dentista. Conversazione sull’inquietudine, il consenso, l’Erasmus, il Mediterraneo e le grandi imprese: il punto è smettere di scappare

Nel 2025 io e i miei amici compiamo 30 anni. Abbiamo deciso di festeggiare con un fine settimana tutti insieme, trovando un punto d’incontro facile da raggiungere da tutte le città in cui siamo disseminati. Tutti percepiamo questo momento come una soglia (chi con un piglio catastrofista si appella al valore delle “ultime volte”, chi si sente legittimato a bandire le uscite dopo le 21.30). È una nuova fase, un’adultità inequivocabile. Senza nostalgia per un’epoca spensierata o angoscia per un futuro pieno di chat di genitori e depositi lipidici, i vent’anni sono un decennio in cui il tempo scorre ancora dilatato. Anna Pazos, scrittrice e reporter catalana, sui suoi vent’anni ha scritto un memoir, Tagliare il nervo, pubblicato in Italia da nottetempo. Lei è solo qualche anno più grande di me, ma mentre io ero in Erasmus a scolarmi bordeaux da quattro soldi dell’alimentari notturno, lei era in Israele a cercare di capire la guerra, attraversava l’Atlantico su una barca a vela di dodici metri, scriveva dei locali di scambisti woke a Bushwick durante il metoo. Il suo libro è una fuga e al tempo stesso un ritorno a casa, a Barcellona, è un ibrido di reportage, taccuini, whatsapp, diari. Il racconto frenetico dei suoi viaggi e delle sue relazioni si interseca alla contemporaneità, in cui convivono, senza il rischio di obsolescenza, le dating app, il ghosting, i rave, l’Mdma, il sesso monotono e banale e quello indimenticabile insieme alla crisi dei migranti nel Mediterraneo, le lapidi di un cimitero ebraico, l’indipendentismo catalano e la Striscia di Gaza. È un memoir vivo, il ritmo dei capitoli procede lucidamente per contraddizioni, tagli bruschi, noia, depressione, tensione, adrenalina, come la vita disordinata della protagonista. Un tormento che affiora sulla pagine, come dice lei quando ci incontriamo a Roma, su una scalinata di marmo nel quartiere dell’Eur.

Relazionarmi a persone che hanno vissuto vite così piene e ricche di aneddoti, e anche sregolate, mi ha sempre fatto venire l’ansia di non avere fatto abbastanza. Mentre lei scrive reportage sui profughi siriani e monta la guardia in barca a vela in una notte di tempesta, io scrivo slogan per un’azienda che si occupa di sistemi di areazione nelle metropolitane o al massimo prendo un flixbus notturno per raggiungere la mia fidanzata. Per buttare anni di terapia, iniziamo l’intervista proprio sul tema dell’ansia e del paragone. Scrive: «A ventisei anni si può avere la sensazione di essere in ritardo nella vita. Io credevo di vivere in ritardo». Ma in ritardo rispetto a cosa? Oggi, a 33, è ancora così? «No. Guardando indietro, è ridicolo. Ma c’era questa urgenza, forse perché avevo letto molto da giovane, avevo questi riferimenti di persone che avevano ottenuto grandi risultati, che si erano fatte un nome già da giovani». Vorrei interromperla per dirle: Virginia Woolf non ha pubblicato una parola prima dei trent’anni, ma i miei vent’anni stanno scadendo, e non vedo nel breve termine un esordio per Adelphi. Quindi non dico niente. «Ero tormentata dal paragonarmi agli altri. In realtà stavo seguendo il mio percorso, il mio viaggio, ma all’epoca non lo vedevo. Avevo quest’ansia sotterranea del non ce la farò mai, ma non sapevo nemmeno cosa significasse. Per fortuna oggi questa sensazione è scomparsa». Forse questa sensazione era legata all’insicurezza giovanile, alla mancanza di validazione dell’esterno. «A un certo punto poi la validazione arriva – tipo essere pubblicata –, è un momento significativo, e subito dopo capisci che puoi smettere di essere così ossessionata da te stessa. Ti fai un bel bagno d’umiltà: ok non sono così importante. Questo ti libera e così smetti di fare le cose solo per dimostrare qualcosa a te stessa e agli altri».

Bisogna arrivarci probabilmente, e passare da un senso di irrequietezza, di inquietudine, forse una condizione fisiologica dell’avere vent’anni. Tagliare il nervo è un romanzo generazionale?

«Ritorno spesso su questo punto, perché molte persone dicono che il libro abbia un valore generazionale. Penso che lo sia nelle circostanze, molto specifiche, come l’Erasmus. Sono esperienze molto occidentali, molto europee. Il fatto che per la nostra generazione sia così facile e comune vivere, lavorare, avere un partner all’estero. In questo senso, sì, è generazionale, ma quel senso di ricerca, il sentimento profondo credo siano universali. Puoi trovare la stessa inquietudine in libri di un secolo fa. Certo, se sei una donna e scrivi, ti dicono: ecco una donna che racconta le sue piccole storie. Ma no, l’inquietudine è umana».

Cosa cambia quando finiscono i vent’anni?

«Per me è stato sicuramente un momento in cui ho sentito il bisogno di smettere di scappare e iniziare a fermarmi. Non nel senso di mettere su famiglia, accendere un mutuo, ma dentro di me. Iniziare a cercare risposte dentro di me, non altrove. Conoscermi meglio, capire le mie radici e fermarmi in un luogo. In catalano si dice comprometerse, ovvero prendere un impegno con un posto. Per me questo significava tornare a casa». L’ultimo capitolo del libro racconta il ritorno a Barcellona. A proposito di radici, Simone Weil scrive che gli alberi hanno le radici nel cielo. «In Italia mi chiedono spesso di radici, altrove no. Le radici sono ciò che ti ancora, che ti dà un senso di identità, appartenenza e anche di scopo. Nella nostra epoca il significato di casa è diventato molto più ampio. I riferimenti culturali che abbiamo non sono veramente nostri, e questo può portare a un profondo senso di disorientamento. Mentre scrivevo mi sono resa conto che quel senso di disagio derivava proprio dal tentativo di trovare un’identità. Ne era stato il motore».

Il motore che l’ha portata a trovarsi davanti a un bivio: o restava a Barcellona a collaborare con El País, a seguire conferenze stampa su argomenti che nessun altro voleva fare, mangiare i canapè, fare due domande istituzionali e tornare a casa, oppure andava a Gerusalemme a «condurre una vita epica e memorabile, intrisa di una permanente sensazione di illimitatezza, possibilità e urgenza». Oggi la pensa diversamente, si rende conto che ha subìto quell’aspetto romantico del «voler vivere grandi esperienze ed essere nel luogo dove accadono le cose, che è sempre da un’altra parte», ma a ventitré anni Anna fugge e se ne va in Israele. Scrive: «Gerusalemme era un teatro che offriva divertimenti illimitati, fonti perenni di indignazione e di nutrimento spirituale, nonché l’adrenalina di una zona di conflitto senza troppi pericoli. Quando vi ero arrivata, credevo di avvicinarmi al nocciolo di qualcosa mentre, in realtà, stavo facendo scivolare via il tempo prima di affrontare le questioni centrali della mia esistenza». La cultura ebraica torna spesso in Tagliare il nervo – gli ebrei sefarditi, peregrinare senza tregua e la Babele linguistica fanno pensare a Elias Canetti. «Prima di Gerusalemme, non avevo alcun rapporto con l’ebraismo. In Spagna li avevamo cacciati nel ’500, era rimasta un’idea molto influenzata dai vecchi pregiudizi. Poi ho incontrato persone ebree e la cultura, non lo stato d’Israele, ma il concetto, e mi ha affascinato la letteratura, il rapporto con la comunità, il simbolismo, la Kabbalah, insomma la filosofia con cui si tenta di guardare alla vita e decifrarla». Prevaleva il disorientamento, un sentimento di indignazione e colpa, lo spaesamento dei soldati ai checkpoint che convivevano con i guru dello yoga, i caffè in stile Brooklyn e i ragazzini palestinesi che tiravano le pietre e poi venivano ammazzati. Era lì nel 2014, durante l’Operazione margine protettivo a Gaza, oggi non ci tornerebbe. «Il mio iniziale fascino per la cultura ebraica si è presto intrecciato con questa frustrazione, con questa visione bigotta della vita, così radicata nel razzismo e nell’incapacità di vedere gli altri come esseri umani, cosa che mi ha turbata, perché ho incontrato anche molte persone fantastiche che non prendevano parte a questo. Ovviamente, guardando a quegli anni e a quello che succede oggi: tutto era già lì».

Israele, Barcellona, Salonicco, la Turchia: ha visto il Mediterraneo da angoli diversi. Anche se è tutto un disastro, economicamente e politicamente, sostiene che il Mediterraneo è l’unica civiltà. L’unico luogo dove si può trovare l’equilibrio. Al contrario di New York, dove lavorava al Times come fact checker, e ricadeva in continui episodi depressivi che chiama «stare nella tenda», in onore di un bad trip vissuto durante un rave in adolescenza. «Non ho proprio un’etica protestante del lavoro». È a New York quando la coinquilina Stephanie twitta un #MeToo, il suo primo contatto con il movimento. Scrive: «Il momento ha un’energia caotica, sorprendente e tentatrice che invoglia a esserne compartecipe. Frugo nel mio passato alla ricerca di qualche esperienza che mi permetta di allinearmi a tutto questo. Niente mi sembra all’altezza. Il fatto che le linee di demarcazione siano così confuse certo non aiuta. Conta l’ex collega che mi dava il triplo dell’età, mi telefonava a notte fonda e mi lasciava bottiglie di vino sulla scrivania? O il greco patriota che mi ha inseguito da Niš fino a Belgrado quando viaggiavo da sola a vent’anni? Contano tutte le volte che ho scopato di mala voglia, aspettando rassegnata che lui finisse per sottrarmi al disagio di doverlo respingere?». Anche se ammette che «il capitolare dell’impunità è qualcosa di positivo», resta una diffidenza verso le visioni manichee del mondo, e la volontà di affermare che la vita è più complessa, e dare spazio all’ambiguità. Parliamo di un reportage che ha realizzato in un locale per il sesso con rigidi codici di consenso, come spesso lo sono questi contesti per proteggere e creare un ambiente sicuro e appunto libero da ambiguità. Nella House of Yes «è fondamentale non toccare nessuno se prima non si è ricevuto il suo consenso esplicito. Dare una pacca sulla spalla può essere letto come un’invasione dello spazio personale» e oltre alle ragazze che si masturbano sul bancone, ci sono i consenticorns, unicorni del consenso, «che si aggirano tra i presenti per assicurarsi che non si verifichino interazioni indesiderate». Quindi «House of Yes è una metafora di cosa succede quando interpreti tutto al contrario. Perché ovviamente il consenso è lo strumento più importante che abbiamo per difendere la nostra libertà sessuale e la nostra integrità. Ma quello che non mi piaceva era il modo in cui veniva trattato. Penso che ignorasse molte della realtà delle interazioni umane, le ambiguità e i tira e molla. Non penso che sia empowering per una donna essere costantemente sicura di tutto ciò che vuole ed esprimerlo sempre chiaramente. La gioia, l’eccitazione, il desiderio nascono dal dubbio e dall’esplorazione. In quel contesto c’era pochissimo spazio per tutto questo».

Il libro è anche un racconto delle relazioni più o meno tossiche, termine che usa e da cui si distanzia, esplorate: Guillermo, Dafni, Chloe, Jakob, Uri, Raphael, Perikles. Una staffetta e sequenza di incontri e addii, a luoghi ed esseri umani, tracciano la mappa di Tagliare il nervo. Pazos ha fatto una playlist di canzoni che associa a quel periodo: c’è Bob Dylan con Boots of Spanish Leather, la storia di una ragazza che se ne va in barca. E ci sono le Tarta Relena, duo catalano di artiste che reinterpreta canzoni dal Mediterraneo. Le associa alle pagine sul suo ritorno a casa, in Catalogna. In catalano il libro si chiama Matar el nervi, non tagliare ma uccidere. «Ero dal dentista. Mi ha guardata e ha detto: “Dobbiamo uccidere il nervo”. C’è qualcosa di violento nell’uccidere, di doloroso e molto estremo. Il nervo è questa irrequietezza, l’ossessione per se stessi, l’incapacità di stare semplicemente in un luogo. Uccidilo. Uccidilo. Ovviamente, non puoi farlo nella vita reale. Nella vita reale non puoi avere una conclusione pulita, ma la letteratura ti dà questa illusione. Su quel piano di realtà almeno, puoi avere qualcosa di ordinato e una fine ben definita. Un sollievo».

Livia Chiriatti (Roma, 1995) è assistente editoriale del Foglio Review.