In Libia il cognome Fergiani è sinonimo di libri. Il primo punto vendita della famiglia è stato aperto a Tripoli nel 1953 e, da allora, l’esistenza di questa piccola catena di librerie-cum-casa editrice si è intrecciata con quella del paese nordafricano, passando attraverso monarchie, rivoluzioni, dittature, esilii e guerre civili. Oggi i quattro figli del fondatore Mohammed Bashir Fergiani – Usama, Ghassan, Hishan e Samir – gestiscono tre negozi nella capitale libica, oltre a uno al Cairo, due a Londra e una piccola casa editrice che si occupa di dar voce a scrittori locali e tradurre in arabo ciò che viene scritto sulla Libia in varie lingue. Una storia travagliata che si rispecchia anche nell’indirizzo della sede più centrale a Tripoli, due stanze un po’ caotiche con centinaia di volumi allineati su vecchie scaffalature in legno affacciate su una delle arterie principali della città: durante l’epoca coloniale italiana la strada era chiamata Corso Vittorio Emanuele III, poi nel 1951 è diventata Corso 24 Dicembre, il giorno in cui fu ufficialmente concessa l’indipendenza e creato il Regno di Libia sotto la guida di re Idris al Senussi. Con l’avvento di Gheddafi divenne Via Primo Settembre, per celebrare il momento in cui il colonnello rovesciò la monarchia nel 1969. Per poi ritornare a chiamarsi 24 Dicembre all’indomani della sua caduta.
Per raggiungerla, si passano decine di negozi che espongono vestiti eleganti, rigorosamente da uomo: giacche da smoking coi risvolti di raso, camicie bianche e papillon neri. La via è un alternarsi di cantieri e palazzi fatiscenti. A pochi metri dalla libreria Fergiani si trova l’ingresso della Galleria De Bono, un gioiello di architettura italiana inaugurata nel 1934 e ispirata alla Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Dopo la presa del potere di Gheddafi, i suoi 14 mila metri quadrati sono stati semiabbandonati. Oggi ci sono i lavori per riportare all’antico splendore lo spazio che, secondo gli imprenditori libici dietro al progetto, nel giro di un anno dovrebbe ospitare decine di negozi italiani, con ristoranti, uffici e spazi espositivi, diventando una specie di casa del made in Italy nel cuore di Tripoli.
Nella via parallela a Corso 24 Dicembre, dove ha sede un’altra delle librerie Fergiani, c’è una serie di negozi di prodotti per barbieri: rasoi, pennelli e sedie dorate. Il marciapiede dissestato si snoda fra una moschea e alcuni edifici anonimi in cemento finché compare l’insegna Fergiani Book Shop, in arabo e inglese. Prima dell’ultima rivoluzione sarebbe stata impensabile: nella Libia di Gheddafi le lingue straniere erano proibite. Dentro c’è un bancone dal design minimalista e moderne scaffalature in frassino chiaro su cui sono sistemate ordinatamente decine di libri. Ognuno dei fratelli Fergiani ha il suo stile e gestisce le diverse librerie in maniera autonoma.
«Oggi c’è sicuramente più libertà rispetto ai tempi della dittatura, anche se bisogna comunque fare attenzione», dice Ghassan, uno dei fratelli che divide il suo tempo fra la Libia e il Regno Unito, dove segue i punti vendita londinesi. «Sotto Gheddafi, la censura era più che altro politica. Oggi dipende da quel che l’esaminatore di turno considera immorale: credenze religiose, stili di vita, attitudini sessuali, cose del genere. Qualche anno fa, uno dei miei fratelli è stato arrestato perché aveva in libreria due copie di un testo che parlava di stregoneria. Ai tempi aveva 63 anni ed era stato appena operato al cuore. Dopo un paio di notti in cella, l’hanno obbligato a presentarsi alla Polizia ogni giovedì, per quattro mesi».
La società libica è ancora molto tradizionalista. Non esiste un locale dove si vendono bevande alcoliche, difficilmente si vedono donne camminare da sole per strada e i ristoranti hanno sale separate per famiglie e uomini. Nel novembre scorso, il ministro dell’interno Imed Trabelsi ha dichiarato di voler creare una polizia morale. Ancora non è successo ma, durante una conferenza stampa tenuta il mese successivo, alla domanda se sia sua intenzione dare seguito alle parole del responsabile della sicurezza, il premier Abdul al Dbeibeh ha confermato che, pur non essendo una priorità, la polizia si farà. Ghassan osserva laconico: «Almeno adesso le domande ai politici si possono fare, un tempo neanche quello».
I Fergiani sanno cos’è la repressione della dittatura. La prima libreria è stata fondata dal padre poco dopo l’indipendenza. Da maestro di scuola, Mohammed amava i libri, ne coglieva l’importanza, soprattutto aveva un grande spirito imprenditoriale: negli anni Sessanta, dopo la scoperta dei primi, immensi giacimenti di petrolio, la Libia accelera e Fergiani padre si fa trovare preparato.
Comincia a procurarsi libri in inglese e riesce a stringere i primi contratti per fornire testi a scuole e università. Rifornisce la sua libreria di riviste internazionali come Spiegel, Burda, Stern, Time e Newsweek e quotidiani di mezzo mondo, inclusi Bangladesh e Pakistan, perché Tripoli diventa più cosmopolita grazie a una nutrita comunità di espatriati. Compra diverse edicole e rifornisce di giornali i venditori ambulanti. Si espande nell’immobiliare, costruisce due cinema e una serie di abitazioni che affitta prevalentemente alla comunità di espatriati conosciuti attraverso la sua libreria. Poi arriva la dittatura di Gheddafi, con la sua ossessione di trovare una via alternativa fra capitalismo e comunismo, e cominciano le restrizioni a danno degli imprenditori privati, incluso il divieto d’importare libri e film. Allora Mohammed inizia a spostare il baricentro a Malta e nel Regno Unito. Nel 1978 il regime confisca la sua libreria storica di Omar Ibn Al’as Street per assegnarla ai suoi impiegati al grido di «Partners not Employees», uno degli slogan contenuti nel Libro verde del colonnello. A quel punto Mohammed si trasferisce definitivamente a Londra, dove nel 1980 apre Darf Publishers (Dar è “porta” in arabo e F per Fergiani) e poi una libreria nel quartiere di West Hampstead. Nel frattempo, manda i figli a studiare all’estero ma la nostalgia della patria chiama e dopo qualche anno la famiglia decide di rientrare, partendo di nuovo dalla letteratura: nel 1993 apre la libreria di Via 24 Dicembre a cui, nel giro di breve, se ne aggiungono altre due su Mezran Street e Hay Al Andalus. Gli affari sono difficili ma i Fergiani resistono. La città conta oltre tre milioni di abitanti, ma i clienti sono pochi, «perché il regime di Gheddafi disprezzava la letteratura e scoraggiava la lettura, vista come sintomo di apertura», ricorda Ghassan. Dopo anni di buio e confusione, inclusa la scomparsa del padre nel 2011, oggi i fratelli Fergiani sono tornati ottimisti. I clienti hanno ricominciato a entrare in negozio e i marciapiedi della città sono tornati ad affollarsi di civili anziché di militari, una novità degli ultimi mesi. Subito prima di cadere, Gheddafi aprì le carceri e i depositi di armi, invitando la popolazione a difendersi da sé. Da allora il paese è precipitato nel caos con decine di milizie in competizione fra loro che sostengono due governi rivali con sede a Tripoli e Bengasi. Ultimamente, però, le milizie sono tornate nelle caserme e nelle strade della capitale occidentale, l’unica riconosciuta dalla comunità internazionale, è tornata la calma. Pur mantenendo una certa volatilità, la situazione è migliorata. Al di là di qualche scaramuccia, sono ormai quattro anni che gli eserciti non si sparano. Le élite libiche sono ancora divise su temi cruciali come la ripartizione dei profitti del petrolio. Ma la gente sembra credere davvero che il peggio sia passato e sia giunta l’ora di ricostruire il paese. L’attività dei Fergiani non è solo sopravvissuta al peggio, ma sta crescendo grazie alla mutata situazione politica che ha permesso di pubblicare titoli un tempo proibiti. Un esempio sono i libri sulla guerra che la Libia ha combattuto contro il Ciad negli anni Ottanta. Un conflitto risolto in un nulla di fatto, che il colonnello ha sempre preferito tenere nell’ombra per ridurre al minimo le ripercussioni interne, dato il numero imprecisato di vittime morte in uno degli angoli più inospitali del Sahara. Uno dei libri è di un autore francese tradotto in arabo. Gli altri due sono di due ex ufficiali dell’esercito della Jamahiriya.
«Ciò che mi rende più fiero è che contengono informazioni sulle vittime libiche, argomento ancora molto sensibile perché ci sono famiglie che hanno visto sparire i loro cari senza avere mai più notizie», dice Usama.
Un altro esempio è Chewing Gum di Mansour Bushnaf, autore libico che ha passato dodici anni in prigione per aver scritto di un amore impossibile fra un uomo e una prostituta nella Libia degli anni Ottanta, un’epoca in cui tutti andavano pazzi per la gomma da masticare, diventata simbolo di libertà e oggetto di culto sotto l’oppressione del regime. L’autore era riuscito a stamparne solo poche copie prima di essere imprigionato. Anni dopo, Ghassan ne ha letta una a Londra e se n’è innamorato. L’ha ribattuta interamente a mano sul computer e l’ha tradotta in inglese per pubblicarla in doppia lingua. E dopo la caduta della dittatura l’ha riportata sugli scaffali delle librerie Fergiani di Tripoli.
Oggi Darf pubblica una quindicina di titoli all’anno, inclusi libri un tempo considerati antipatriottici come Verso il Fezzan di Rodolfo Graziani, resoconto molto parziale delle battaglie combattute dal generale fascista contro i mujaheddin libici.
Pur essendo particolarmente ferrate sulla storia libica, le librerie vendono generi letterari disparati. Si trovano romanzi, saggi, testi religiosi ma anche libri per bambini e ricettari di cucina. A volte, i fratelli riescono a invitare alcuni autori a firmarli.
«Vanno molto i titoli fantasy e quelli di autoaiuto, chissà se vuol dire qualcosa della nostra società», si domanda Usama. «La stragrande maggioranza dei nostri clienti sono donne e questo mi fa ben sperare».
Il nuovo governo sembra avere un certo riguardo per il ruolo della cultura. Nel settembre scorso ha sostenuto la riapertura della fiera annuale del libro dopo una chiusura che durava dal 2013, dimezzando la quota partecipativa di editori e distributori e acquistando centinaia di copie di libri. Nonostante tutto, però, il business rimane difficile perché, come sottolinea Usama, «la gente legge ancora poco e spesso considera i libri beni superflui». Senza contare i problemi logistici di un paese ancora tagliato fuori dai circuiti del commercio internazionale. Per rifornire i loro punti vendita, i fratelli Fergiani sono costretti ad andare all’estero, alla ricerca di testi e di tipografie perché in Libia la qualità degli stampatori non è adeguata. Per riportare a casa i libri riempiono i bagagliai delle macchine su cui viaggiano. Anche i pagamenti sono un incubo: per procurarsi valuta straniera, come tutti i cittadini dell’ex Jamahiriya, i Fergiani devono rivolgersi al mercato nero che si svolge nella Piazza dell’orologio alle spalle della medina, proprio davanti alla sede della Banca centrale. Lì tutti i giorni si aggirano decine di uomini che cambiano soldi a un prezzo fisso, deciso quotidianamente da una telefonata che giunge al mattino da non si sa chi. Data la vicinanza con l’ufficio del governatore, verrebbe quasi da sospettare che parta proprio da quelle stanze. Lungo le mura che circondano un lato della piazza, sono parcheggiate le carriole azzurre che servono per trasportare i sacchi di contanti delle transazioni più importanti. Dopo aver bevuto un ottimo espresso italiano al bar della piazza, accompagnato magari da un panino caldo ripieno di carne trita e harissa, i Fergiani tornano ai loro affari letterari con le tasche gonfie di banconote.
«Ma quando vendiamo i titoli comprati o stampati all’estero, spesso i clienti si lamentano perché sono troppo cari», dice Usama. Una copia del libro di Graziani edito Darf costa 150 dinari. Una bottiglietta d’acqua in città vale mezzo dinaro, quanto tre litri e mezzo di benzina. Una situazione che favorisce gli affari dei venditori d’auto più che quelli di libri. I Fergiani però resistono da più di mezzo secolo e non hanno intenzione di mollare adesso.
«Non lo facciamo per il profitto, quello viene più che altro dalle librerie del Cairo e di Londra», conclude Usama. «Ma ne siamo orgogliosi, è il nostro contributo a un paese dove non ci sono ancora abbastanza libri. Ha iniziato nostro padre e noi continuiamo a fare la stessa cosa».