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Mi spacchi il cuore, Simenon. Sei il mio nodo alla gola

Georges Simenon era un maschilista, egoriferito, tracotante, una canaglia che ha distrutto le donne della sua vita. Odiarlo e amarlo sono una cosa sola. Perché i suoi libri parlano di cosa vuol dire essere umani e avere paura e Il Grande Bob è talmente grande che vorresti non averlo mai letto

Per quel che ricordo, il 1954 è un anno come gli altri, ma più gradevole e tranquillo in quanto segnato da pochi eventi e rallegrato, oltre che dai miei due ragazzi, da una bimbetta che cresce e che mi appare già come una piccola donna. Un inverno bianco, come tutti gli inverni di Lakeville, con i ceppi nel caminetto e Marie-Jo che muove i primi passi». I due ragazzi sono Marc e Johnny, gli altri figli di Georges Simenon, rispettivamente quindici e cinque anni. In quel 1954 Marc partecipa ai balli scolastici e al campus porta un «completo severo con tanto di cravatta», mentre nei weekend s’infila nei jeans e va per boschi con gli amici; Johnny invece «ha perso un po’ della sua ciccia infantile» e cresce a vista d’occhio. Il 13 febbraio Simenon compie cinquantun anni, festeggia coi suoi, e un po’ scherzando un po’ no dice che si vergogna di avere figli così piccoli.

La bimbetta Marie-Jo, di cui tanto parla in queste pagine di Memorie intime, una delle sue autobiografie (almeno un’altra è da leggere, Lettera a mia madre) e suo ultimo libro (scritto a mano, a differenza degli altri), è la figlia prediletta di suo padre, ma soprattutto, crescendo – è nata il 23 febbraio 1953 –, la figlia che amerà suo padre alla follia, mai ricambiata. Non è che Simenon non le voglia bene, ma ama così tanto sé stesso che non è capace di amare davvero nessun altro.

Il 19 maggio 1978 Marie-Jo si spara un colpo al cuore di pistola calibro 22. Nell’ultima lettera inviata a suo padre scrive: «La cosa più straordinaria sarà stata di aver avuto un Daddy e poi un Dad, di aver amato “l’uomo”, da lontano, come un’amante, di aver letto quasi tutto Simenon con un nodo alla gola». Denyse Ouimet, seconda moglie, fino al ’64, di Simenon, e madre di MarieJo, scrive un libro contro di lui, Un oiseau pour le chat. Nel 1981, Simenon pubblica questa sua autobiografia, Memorie intime, spacciandola per un testamento per MarieJo, ma in realtà parlando solo di sé stesso. Denyse ottiene che vengano depennate delle righe (quando il libro è già stato pubblicato), pena il ritiro del testo dal commercio. Ma le pagine di Memorie intime sono tutte dure, tutte oscene, anche se Simenon non se ne accorge. Quelle sul 1954, dopo il racconto allegro dei figli, continuano così: «Quanto a D. – Denyse –, non perde il peso acquistato con la seconda gravidanza con la stessa rapidità della prima» e ha un’ossessione che la assilla e terrorizza: diventare come sua madre, «che è così imponente». D. – racconta Simenon – compra un’agenda in cui è scritto come dovrebbe essere il corpo di una donna («la linea delle caviglie, dei polpacci, delle ginocchia, della parte bassa e di quella alta delle cosce, della vita, del seno e del collo») e in cui lei appunta com’è il suo, con ossessione maniacale. Ogni settimana si misura con un metro da sarta. Ogni settimana non è la donna della silhouette perfetta dell’agenda. Nemmeno lontanamente.

D. non mangia mai, «ma non rinuncia al whisky. Come io non rinuncio alla birra Pabst né, quando se ne presenta l’occasione – soprattutto a New York – a un buon Martini Dry ghiacciato nel quale si comincia a sostituire il gin con la vodka». Da questa frase si passa senza soluzione di continuità a un altro aneddoto: il 23 febbraio è il compleanno di Marie-Jo, dal seggiolone la bimba fissa accigliata la candelina. Marc e John sono molto eleganti «e dividiamo il dolce e lo champagne con tutto il personale della casa».

Le pagine successive sono su Marie-Jo; a causa dell’entusiasmo e delle attenzioni costanti per lei, dice Simenon, lui scrive quell’anno solo cinque libri, non sei come sempre: Maigret et la jeune morte, L’horloger d’Everton, Le grand Bob, Maigret chez le ministre, Les témoins. «Scrivo molti romanzi, ma invano vi si troverebbe, anche “leggendo fra le righe” come fanno certi critici, un riflesso del mio stato d’animo». Questo leggero, semplice, paterno, generoso Simenon lascerà le sue donne – mogli, figlia – appassire nelle depressioni post partum, nei traumi, nella follia, nelle case di cura, nell’autodistruzione, nella venerazione per lui, nel suicidio, e le tradirà sempre. Sempre mentendo su sé stesso e dichiarandosi un buon padre, un buon marito, una brava persona.

Sono quasi cinquemila battute, e non ho ancora parlato del tema del mio pezzo: Le grand Bob. 1954, uno dei cinque libri di quell’anno. Il Grande Bob, da noi. Appena ripubblicato da Adelphi, è per me una folgorazione. Tanto che stento a scriverne, non riesco a parlarne. Vorrei che capiste benissimo che libro ha scritto Simenon essendo la persona che era. Con le sue donne, con sé stesso. Da quando l’ho letto, penso sempre a Il Grande Bob.

Comincio questo pezzo già mentre leggo il libro: «Il Grande Bob», penso che questo potrebbe essere l’incipit, «è il libro più bello di Simenon e uno dei libri più belli che io abbia mai letto». Ma mi viene da piangere, perché ho sempre pensato di amare più di tutti La camera azzurra, e mi sembra un tradimento, qualcosa di mostruoso, amare un altro libro di Simenon più di quello che amo da vent’anni. Perché io, forse non si capisce da quanto lo odio, amo Georges Simenon. Non si capisce da quello che ho scritto sinora, perché in realtà lo odio, odio quello che ha fatto a tutte le sue donne (le parole su Denyse grassa suonano tutte un po’ una presa in giro – falli tu i figli allora, Simenon!), odio quello che ha fatto a Marie-Jo, lo trovo un uomo maschilista, tracotante, egoriferito, laido. Eppure, se lo odio, lo amo. Non lo perdono, perché l’amore non è per perdonare, l’amore è per gioire e soffrire oltre misura. Non ho mai sofferto tanto, quanto per amore. Ho perdonato o non perdonato persone che amavo senza grande convinzione (mento, perché, in genere, io provo rancore per sempre, non perdono mai).

Ho scritto del Grande Bob, dicevo, nella mia testa già mentre lo leggevo. Ne ho scritto un po’ sul computer in treno mentre andavo a Venezia, un’aria da fine del mondo e la laguna argento e vento, toccare l’acqua e sentire: non toccare!, toccare il mare toccandomi il tatuaggio che ho fatto a Madrid: delle onde, che possono essere anche una scrittura veloce che non si capisce ma c’è. Ho scritto nella mia testa di Il Grande Bob nei due giorni a Venezia, ogni minuto, l’ho trovato in un negozio, l’ho ricomprato, mi sono infervorata, tutta rossa in viso l’ho regalato a Alessio, gli urlavo: «Lo amo, lo amo questo libro! Parla di come siamo, capisci? Di cosa vuol dire essere umani. È incredibile! Capisci? Mi capisci?», urlavo, e Il Grande Bob me l’ero fatto impacchettare, e la copertina era azzurra e il pacchetto blu.

A mezzanotte era il compleanno di Alessio, gli ho detto di aprire il pacchetto solo allora. Soltanto che poi a cena mentre mangiavamo il baccalà mantecato e il pesce al forno abbiamo litigato, prima io e Michele, poi Alessio e Elio, poi Lucio e io, niente, tutto un litigio, ci scambiavamo di posto litigando, non volevo più il tiramisù eppure l’ho mangiato. Mangio sempre negli ultimi mesi. Il grande Bob beveva. Io e il Grande Bob siamo molto simili. Il Grande Bob è, sotto mentite spoglie, Simenon. Per cui quando Georges scrive di non essere minimamente in questi libri, so che mente. E lui lo sa, perché non ha mai scritto un libro così spudorato, così nudo come Il Grande Bob.

Non so se riesco a parlarne, mi batte troppo forte il cuore (ultimamente soffro di attacchi di panico ma questo è un battito d’amore – che poi l’amore è ansia).

Dicevo del ristorante. Abbiamo litigato e non abbiamo più aspettato mezzanotte, il compleanno di Alessio. Ce ne siamo andati per la laguna che mandava barbagli di luna che spaccavano il cervello. Il pacchetto blu spero che Alessio e Elio l’abbiano spacchettato a mezzanotte. Una mezzanotte di luna a Venezia che pioveva e la laguna era gonfia e il rumore del mare ti diceva che, anche se hai paura, anche se hai terrore, tu sei al sicuro, tu sei viva.

Te lo diceva Il Grande Bob mentre lo leggevi.

Io sono diversa adesso. Non sono più quella che ero prima di leggere Il Grande Bob.

Adesso sono a Milano. Domani vado a Sanremo a vincere il Festival (scusate, il Festival è finito ma io faccio questa battuta con tutti quelli a cui dico che vado a Sanremo; ormai mi sono denudata e quindi la dico anche a voi. Quando tornerò da Sanremo, dopo aver vinto il Festival, dovrò girare col naso finto e gli occhiali, perché tutti mi riconosceranno). Adesso sono a Milano con Matteo, lavoriamo in un coworking, amo stare con Matteo, sono in ansia mentre scrivo, in ansia in ansia di non riuscire a dirvi nulla di Il Grande Bob. (Ho preso un caffè decaffeinato schiumato, Matteo ha detto le ordini tu le tue cose strane; dopo, ho ordinato un cappuccino decaffeinato).

Sulla mia copia c’è scritto Venezia, 7 marzo 2025. Il libro inizia così: «Quella domenica non ero a Tilly: i bambini erano dalla nonna e io e mia moglie ne avevamo approfittato per accettare un invito a passare il fine settimana da alcuni amici che hanno una casa al limitare della foresta di Rambouillet. La giornata era stata calda e afosa, minacciavano temporali e nel tardo pomeriggio era anche caduto qualche gocciolone». È un incipit che sembra simenoniano ma non lo è, tradisce già con le parole, col ritmo, col montaggio che questo sarà un libro differente. Quella domenica il dottor Charles Coindreau non era a Tilly, dove di solito anche Robert – detto il Grande Bob – andava in vacanza. Così è stato il lunedì che la moglie di Bob l’ha chiamato e gliel’ha detto. «È lei Charles? Bob è morto».

E dunque di Bob si sa che era un uomo sempre con la battuta pronta, che diceva di tutto «Che spasso!», che beveva a ogni ora del giorno i suoi “bianchini” senza ubriacarsi mai, che aveva sempre il sorriso sulle labbra, che a casa sua e di sua moglie Lulu venivano ogni giorno gli amici a trovarli, c’era sempre gente, che Bob passava di lavoro in lavoro perché era un’anima libera, che coi soldi di un’eredità aveva comprato il negozio di sartoria per Lulu, che Lulu era una specie di bambola bambina grassoccia e innamorata, ma così vera, così tragica, che la vita andava benissimo, che si è suicidato.

(Non vi sto svelando nulla sul suicidio, c’è scritto nella quarta di copertina).

Basta, mi arrendo, non so scrivere di Bob. Il più bel libro di Simenon e uno dei più bei libri che ho mai letto. Il libro che mi accompagnerà per la vita. Il libro che parla di me. Dei tradimenti di ogni giorno, delle disperazioni di ogni giorno, di rendere felici le persone, di morire, di suicidarsi (Marie-Jo, sei qui in queste pagine?). Di vivere.

«Che senso avrebbe avuto un pagliaccio tormentato?». Perché succede qualcosa. E Bob si tormenta. Che senso avrebbe un pagliaccio tormentato, maschio o femmina?

Mi fai battere il cuore Grande Bob, chiamo la psichiatra, mi dice fatti un elettrocardiogramma, bevo l’acqua, vedo il cursore che batte come il cuore, vorrei non averti ancora letto, non averti mai letto, Grande Bob.

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.