Lo scopo principale della lettura è di vivere quante più vite diverse possibile. Per portare in giro una borsa Hermès, servono diecimila euro. Per portare in giro una vita diversa ogni singolo giorno, basta una tessera della biblioteca e del buon gusto.
Ho scritto la mia tesi di laurea magistrale a Oxford su Charles Dickens, e nessuna scrittura ha plasmato la mia arte più profondamente di quella dei vittoriani, nonostante i miei romanzi siano contemporanei. (O meglio, nel passato prossimo, perché pubblicare è più lento che morire, e a volte non molto più piacevole).
Dal punto di vista stilistico, le differenze fra me e i vittoriani sono numerose. Faccio capriole linguistiche quando servono, ma non riempio ogni pagina con descrizioni di occhi e di lacrime che scendono lentamente lungo le guance. I vittoriani, d’altro canto, avevano una strana passione per la fisionomia, quindi volevano descrivere la forma del cranio di tutti in modo che si potesse dire se erano di buon carattere o dei manigoldi.
Le convenzioni vittoriane non funzionano oggi. I lettori sono meno indulgenti con le coincidenze; vogliono una logica chiara. I problemi comunicativi non sono motori di conflitto così potenti. In epoca vittoriana, una lettera poteva perdersi. Oggi, una spunta grigia significa che sei stato bloccato. Non viviamo in tempi romantici. (Lo dico con il cuore pesante).
Questo potrebbe frustrare una scrittrice moderna che si rivolge ai vittoriani. Ma in realtà sono appunto queste difficoltà che mi permettono di rubare.
Qualunque cosa io saccheggi da un romanzo vittoriano, dovrò cambiarla per farla funzionare in un romanzo contemporaneo. Una volta che la cambio, non è più un furto. Posso fare una rapina a Dickens stesso e nessun giudice può condannarmi. Le connessioni tra ciò che leggo e ciò che scrivo sono invisibili a chiunque mi legga.
Creatività non significa inventare qualcosa da zero. Anche le parole che usiamo per scrivere sono state inventate da coloro che ci hanno preceduto. Acquisiamo le nostre lingue in contesti particolari: ecco perché parlo inglese come lingua madre, un regalo molto carino all’Irlanda da parte del colonialismo britannico. Una scrittrice non ha altra scelta che essere una ladra. La chiave è essere una ladra interessante.
Una ladra interessante sceglie con cura cosa rubare e come usarlo. È anche una snob. Non vuole fare nulla di troppo facile, troppo banale.
I romanzi vittoriani mostrano un mondo bianco dove nessuno è apertamente gay. Ma l’essere giovani, lo scontro generazionale, la lotta per l’affitto sono eterni. L’omosessualità soprattutto è sempre esistita, e mi riservo il diritto di interpretare qualsiasi personaggio vittoriano come queer. Sento più appartenenza con questi personaggi che con quelli di romanzi moderni dove solo uno è queer e gli altri esplicitamente etero. L’autore sembra dirmi: ecco i tuoi ritagli, sii grata.
Non sono un’ospite nella letteratura. Sono una comproprietaria. Appartengo alle storie, e sono pronta a intrufolarmi nei mondi immaginari degli altri quando non sono ammessa come immigrata documentata.
Becky Sharp di La fiera della vanità di Thackeray è il mio personaggio vittoriano preferito di sempre. Ho letto questo romanzo per la prima volta quando avevo circa quindici anni. È apparso prima in venti puntate serializzate tra il 1847 e il 1848, un po’ come una telenovela, e lo stile riflette una simile priorità di rendere il lettore un narcotizzato di parole.
La fiera della vanità è un romanzo vistoso, crudele, scandaloso, isterico, imponente, straziante e divertente. Ovviamente mi piace, dato che io sono tutte queste cose, più o meno in quest’ordine.
Becky Sharp è ambiziosa senza essere quella che si potrebbe considerare una girlboss. Sa cosa vuole e fa tutto il necessario per ottenerlo, ma Thackeray non finge che questo costituisca un esempio di emancipazione femminile. Spesso appare patetica: una donna brillante che lusinga uomini mediocri per sopravvivere. (Nel mondo aziendale di oggi, cantato da Dolly Parton in 9 to 5, poco è cambiato). Ma per quanto il viaggio di Becky attraverso i ranghi della società sia sordido e umiliante, non perdo mai rispetto per lei perché questo percorso mi sembra solo tanto sordido e tanto umiliante quanto lo è essere vivi in qualsiasi fase del capitalismo.
Becky fa pochissime scelte che potremmo considerare moralmente corrette, ma non ci viene mostrato che qualcuna di queste “scelte etiche” sarebbe stata veramente disponibile per lei. Secondo Thackeray, la spietata società della Reggenza inglese è una società in cui ci sono solo due opzioni, entrambe sbagliate. Si può sbagliare nel senso passivo di lasciarsi truffare dal sistema di classe, oppure si può sbagliare nel senso attivo di truffare a propria volta gli altri. «Penso che potrei essere una brava donna se avessi cinquemila sterline all’anno», dice Becky, riferendosi a un reddito piuttosto lussuoso per l’epoca.
L’interesse narrativo non è giusto, né gentile. Preferiamo personaggi che fanno qualcosa, qualunque sia. Il conte di Montecristo diventa interessante quando inizia a pianificare la sua vendetta. Darcy, il meno simpatico degli eroi di Austen, è anche il più attraente proprio perché agisce.
Nella vita reale le nostre alleanze si distribuiscono allo stesso modo. Ho più pazienza per gli amici che fanno ciò che vogliono, anche se mi sembra idiota, che per quelli che parlano sempre di cose che non faranno mai.
Vedo riflesso il mio punto di vista in personaggi femminili attivi come Becky. Io sono tante cose, alcune buone, altre dubbie, ma non si può mai accusarmi di esitare. Per molti versi, sono la regina del “basta”. Volevo trasferirmi a Berlino, quindi mi sono trasferita a Berlino – basta. Volevo imparare l’italiano, quindi l’ho imparato – basta. Quando voglio scrivere un libro, lo scrivo – basta.
Nei romanzi di oggi, raramente si trovano donne con questo stile di vita. La giovane eroina stereotipata di tali romanzi, almeno di quelli anglofoni ambientati nelle grandi città, è afflitta da insicurezza, inclusa l’eroina del mio primo romanzo. Lo dico non necessariamente come autocritica a posteriori: esistono persone insicure e se esistono, vanno descritte. Ma esistono anche donne di “basta”, e mi colpisce come un uomo vittoriano sia riuscito a immaginarne una con maggiore vivacità rispetto a tante giovani scrittrici contemporanee.
Il paradosso: le autrici che creano protagoniste timide sono loro stesse eccezionali, avendo pubblicato libri.
Sono cresciuta in un paese ancora culturalmente cattolico, non molto diverso dall’Italia, dove c’era la percezione che le donne dovessero essere invisibili. Stranamente, questo non sembra aver avuto un grande impatto sulla mia personalità: sono sempre stata serenamente a lot. Uno dei tanti vantaggi dell’essere queer è che aiuta a sfuggire a certi aspetti negativi della socializzazione di genere. Vi consiglio vivamente di essere queer, cinque stelle. Ma forse questo ambiente mi ha spinto comunque a creare una protagonista esitante.
Thackeray mostra un’alternativa. Lui stesso non ammira Becky Sharp; il suo narratore afferma di odiarla. Ma i romanzi sono più saggi dei loro autori.
Senza la conoscenza o il consenso di Thackeray (sarebbe difficile ottenere entrambi, dato che lui si trova nella posizione compromessa di essere morto), io prendo lezioni da lui su come descrivere donne di “basta” come me.
Educazione sentimentale al Miu Miu Literary Club
La scrittrice Naoise Dolan parteciperà alla seconda edizione del Miu Miu Literary Club, A Woman’s Education, che si terrà il 9 e il 10 aprile presso il Circolo Filologico di Milano. Si esploreranno i temi della giovinezza, dell’amore e dell’educazione sessuale attraverso «Le inseparabili» di Simone de Beauvoir e «Onnazaka» di Fumiko Enchi. L’evento prevede conversazioni e performance dal vivo, rafforzando ulteriormente l’impegno di Miu Miu nell’esplorare e promuovere il pensiero e la cultura contemporanei. Tra le relatrici: Nicola Dinan, Lauren Elkin, Sarah Manguso, Veronica Raimo e Geetanjali Shree. Tutti i dettagli su miumiu.com.