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Chi eri, ragazza, prima di conoscere me?

Chissà che fine hanno fatto tutte le donne nelle fotografie sbiadite del secolo scorso. Natalia Ginzburg e Goliarda Sapienza raccomandano di difenderci dalla malsana abitudine di cadere nel pozzo. Sono queste cadute che segnano i nostri sguardi? Speranze che avrei voluto conoscere e che mi guardano ancora

Dimmi chi sei, ragazza. Dimmi chi eri prima di conoscere me. L’ho chiesto per la prima volta a una fotografia ingiallita, quando la giovane di fronte all’obiettivo non poteva oramai più rispondermi. La foto mi guardava. Mia nonna sorrideva di un sorriso largo, guardava verso il mare aperto alla sua sinistra. Stringeva tra le mani una borsetta, sembrava non voler mollare la presa. Era diventata moglie da pochi giorni. I suoi occhi erano già tutto terrore e splendore.

Avevo continuato a sfogliare quello scarno album di famiglia dimenticato, poi mi sono fermata. Dissolvenza in nero. Come ricoperta da una nebbia sapiente, la memoria fotografica riprendeva luce senza che l’arco temporale avesse rispettato le consuete tappe. Questa volta una giovane donna era adagiata di malavoglia su un muretto a secco, a farle da sfondo gli antichi ulivi che popolano la sua terra. Attorno a lei e su di lei, come appollaiati, tre bambini facevano capolino. Avevo riconosciuto i loro tratti all’istante, cercai istintivamente le somiglianze. Poi tornai su di lei: ora lo sguardo in camera era deciso, preciso come un proiettile. L’espressione vuota però sembrava voler trapassare la camera e guardare oltre, verso l’ignoto. «Avevo due desideri e uno lottava contro l’altro. Volevo essere amata e volevo essere sempre sola», scriveva Jean Rhys. Lo sguardo della giovane madre era già quello della Vecchia di Giorgione, l’anziana ritratta a tre quarti con quell’espressione di dolore, quasi disgusto, e che stringe tra le mani il cartiglio con su scritto «Col tempo». Il viso deformato, i confini dei tratti dissolti. Mia          nonna sembrava già voler scomparire. Chissà quante volte si era già persa, chissà quante volte si era già detta addio.

Poco tempo dopo ho ritrovato quello stesso sguardo in una fotografia di inizio Novecento sbiadita dal tempo e dal libeccio, scattata sulla riva di quello stesso mare che la giovane sposa guardava con tanta speranza. Un gruppo di giovani donne immobili, vestite di nero, fissava la camera con sguardo torvo. Accanto a loro qualche marinaio, un prete smilzo. La foto mi guardava di nuovo, le mie antenate mi riportavano al principio.

È successo di nuovo molti anni dopo, quando tra le mie mani è arrivata una foto in bianco e nero datata primo dicembre 1975. Al centro della scena un gruppetto di persone vestite come si usava nell’Italia della rivolta sembra calamitato da vari plichi di libri, disegni a matita, schizzi. Tutt’intorno, scene di donne che lavorano negli uliveti e pescatori mugugnosi senza volto campeggiano sulle pareti. Nell’angolo una ragazza impugna una sigaretta fumante rivolta al cielo, stretta tra le dita fini, eleganti. Lo sguardo felino è velato da un paio di occhiali a goccia fumé, il viso incorniciato da una chioma di onde color nocciola. La ragazza è seduta a capotavola, in stato di allerta. Gli occhi vispi, disegnati da una sottile linea nera come la notte, sembrano cercare l’altrove. La ragazza guarda di lato, al di là dei margini dalla fotografia. Fugge. È mia madre come la vedo per la prima volta da ragazza, meravigliosa creatura degli anni Settanta all’inaugurazione della mostra di pittura del padre, nelle sale del Casinò di una nota cittadina ligure già famosa per il festival canoro che rapisce gli italiani di fronte allo schermo. La foto mi guarda ma la ragazza fugge il mio sguardo, scappa.

Chi eri, ragazza, prima di conoscere me? Dov’era questa ragazza quando ci siamo conosciute, la tua chioma ribelle oramai scomparsa, stretta in un taglio corto e severo come la scrivania da cui poi per anni hai dovuto impartire ordini a chi ti ha chiamato direttrice. Dov’era quella ragazza nel nostro tempo insieme, oggi entrambe madri allo specchio. Dimmi chi sei, ragazza. Dimmi chi sei veramente, madre. Quante volte ti sei persa, quante volte ti sei ritrovata.

La giovane madre con lo sguardo torvo e la ragazza con la sigaretta mi hanno tormentato a lungo e ancora mi tormentano. Sono la nonna e la madre conosciute in un tempo diverso: la donna taciturna tacciata di scontrosità quando ancora la depressione era l’innominata, la creativa imprigionata tra i numeri e dal senso del dovere a ogni costo. Sono ciò che mi fa dire di che carne sono fatta, ciò che anche rifuggo. Che mi terrorizza.

Le ragazze che avrei voluto conoscere sono ovunque. Per molto tempo ho provato a scorgerle nello sguardo di donne appena conosciute, delle amiche di ogni età che popolano la mia vita. A lungo le ho interrogate in incognito alla ricerca del loro segreto. Mi muovevo furtiva nel limbo di donne passate e presenti alla ricerca della loro verità. Anche, soprattutto, delle loro bugie. Cercavo di tessere i fili di vite che non sono la mia cercando nelle parole di oggi le risposte alle domande di un tempo andato. Dov’è finita quella ragazza combattiva che sognava un futuro diverso? Cosa invocava al cielo quella giovane madre che allattava il nuovo nato mentre il suo ventre custodiva già una nuova vita? Perché si è sposata, proprio quel giorno? Cosa nasconde lo sguardo verso l’uomo divenuto padre delle sue figlie?

Cosa è successo nella trasformazione, continuavo a chiedermi. Chi ha tradito la ragazza che è stata, chi è rimasta fedele. Come un giudice impietoso scrutavo e analizzavo, puntavo il dito contro chi credevo avesse fatto un torto al sé di allora. Cercavo in fondo al pozzo: provavo a salvare la nonna che non ha lottato per rimanere a galla e poi risalire, giudicavo la madre che ancora sprofonda e poi riemerge fiera. Cercavo risposte nella vita che è passata sopra ognuna di loro. Un matrimonio non voluto, il proprio cognome cancellato e inabissato in quello del marito; un dolore persistente nell’animo scambiato per scontrosità che ancora non aveva un nome; un desiderio materno custodito come un segreto, poi diventato una tenaglia insopportabile nel ventre vuoto.

Ho interrogato donne rimaste estranee a sé stesse per un tempo così lungo da dimenticarsi chi fossero, donne che nell’acqua stagnante del pozzo hanno deciso di scomparire e non risalire più. C’è chi non ha avuto parole per dirlo, chi ne ha inventate di nuove, chi ancora oggi invece sfida il tempo che scorre e guarda la propria foto sbiadita con la gioia di sapere di essere esistita. C’è chi ci si butta addirittura a capofitto, come Modesta nell’Arte della gioia di Goliarda Sapienza, per fuggire dal convento, per salvare la ragazza che è e la donna che sarà: «Di giorno mi picchiavo la testa e il petto accusandomi di essere una vigliacca. La notte l’occhio del pozzo non mi lasciava mai».

Tutte cascano nel pozzo ogni tanto, dice Natalia Ginzburg. «Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a sé stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di sé stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero». Sono quindi davvero solo queste cadute che cambiano i connotati dei nostri visi? Sono le funi a cui ci aggrappiamo con fatica per risalire che segnano indelebilmente le donne che diventiamo? Tutte scegliamo di lasciare la nostra ragazza di allora laggiù, sul fondo?

La risposta è che la risposta non c’è. La trasformazione inesorabile è ciò contro cui tutte ancora lottiamo, ciò che ancora oggi continua a farci scavare nell’animo delle nostre nonne, delle nostre madri, delle donne che incontriamo e immaginiamo. Delle donne di cui scriviamo. Siamo tutte ragazze nel tempo. Tutte siamo colpevoli, tutte siamo assolte.

La foto, intanto, mi guarda ancora. Ora sono io ad avere tra le mani uno scatto della ragazza che sono stata. Eccomi qui, nel fermo immagine di un’istantanea di un rullino ritrovato: strega dei primi anni Duemila, la tramontana scura sul viso, tra i capelli. Le spalle rivolte al Mar Ligure, la riva oramai assediata dalle inarrestabili colate di cemento della terra in cui sono cresciuta e a cui ho detto addio. Mi guardo in questa foto e quindi allo specchio. Sono la ragazza che spera di non tradirsi, di ritrovarsi ancora. La donna che si interroga come un giudice severo, la madre che scruta sé stessa negli occhi di sua figlia. Chi è questa ragazza, si chiederà divenuta donna. Cosa ne è stato di lei? Anche lei cercherà nelle mie pieghe del viso una risposta, forse tornerà sulla riva dello stesso mare per lasciarsi frastornare dal libeccio, i capelli a nasconderle il viso e qualche risposta per riappacificare il tormento. Forse con questa stessa foto tra le mani sarà lei a interrogarmi, forse molto prima di quanto io possa immaginare. La foto mi guarda e già da ora mi dice: perdonati.

Marta Stella (Finale Ligure,1988), giornalista e consulente editoriale. Ha realizzato un documentario premiato ai New York International Film Awards. Ha curato il festival di cinema femminile Sguardi Altrove, il progetto «Narrate, gente, la vostra terra» con il Fai. È in libreria con il suo primo romanzo, «Clandestine. Il romanzo delle donne» (Bompiani).