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Fuggirono, non tornarono, e il danno si sente ancora

“Intellettuali in fuga dall’Italia fascista” è una biblioteca umana che testimonia il costo dell’annientamento e dell’espulsione degli ebrei e degli antifascisti dal 1938 in poi. E ci dice che cosa avrebbero potuto essere le nostre istituzioni culturali se quei rifugiati fossero stati richiamati e reintegrati. Le reti familiari di un’amputazione sociale che paghiamo ancora oggi

Vale sempre la pena di ricordare, in un momento di riscritture smemorate della storia, non solo che il fascismo ha effettivamente conseguito fra i suoi obiettivi, almeno dal 1938, l’espulsione degli ebrei italiani dalla vita pubblica, se non il loro totale annientamento fisico e materiale, ma anche il costo che questo ha avuto e continua ad avere per noi, eredi delle scelte del regime. Mi riferisco alla perdita delle risorse intellettuali, e culturali più in generale, provocata dall’amputazione di una parte consolidata della società post unitaria, che gli ebrei italiani avevano contribuito a formare lottando nel risorgimento nazionale. Al momento del censimento del 1938, indetto con lo scopo di schedare i cittadini italiani di ascendenza e fede ebraica, gli ebrei italiani erano (tutte le cifre sono approssimate) 47 mila, ai quali si aggiungevano 10 mila stranieri. Dopo la caduta del fascismo, il numero totale era sceso a 44 mila, cifra che comprende 7.500 vittime e seimila che lasciarono il paese.

Una parte di questi è recensita dal progetto “Intellettuali in fuga dall’Italia fascista”, ideato da Patrizia Guarnieri, storica dell’università di Firenze, che ne è anche la coordinatrice e la principale ricercatrice: i risultati sono consultabili sul bel sito interattivo (intellettualinfuga.com), in italiano e in inglese. Il progetto prende in considerazione gli intellettuali – termine ampio e flessibile che include accademici, scienziati, artisti, giornalisti, scrittori, studenti e professionisti in genere – che decisero di lasciare l’Italia per opposizione al fascismo o che vi furono costretti dalle leggi razziali del 1938. Con poche notevoli eccezioni (fra tutte, Gaetano Salvemini e Carlo Sforza) gli intellettuali fuoriusciti e rifugiati erano ebrei, italiani e stranieri, o lo erano i loro coniugi. Il criterio metodologico prescelto limita la loro selezione a chi sia nato in Toscana o vi abbia avuto rapporti, limitazione mitigata da un’interpretazione ampia che ha permesso di includere gli stranieri di passaggio e chi avesse avuto esperienze educative o professionali nella regione, oltre che dalla grande vivacità intellettuale delle comunità ebraiche toscane, soprattutto a Livorno e a Firenze – quest’ultima polo di attrazione per studiosi italiani e stranieri per il Collegio Rabbinico che vi ebbe sede fino al 1934 e dove insegnò, fino al 1922, il celebre rabbino galiziano Samuel Hirsch (Zevi) Margulies.

L’elenco delle biografie previste è ampio, circa 400, e sempre in accrescimento, grazie anche al feedback degli utenti del sito. La biografia delle persone recensite include fotografie spesso inedite e sorprendenti, l’uso di documenti di archivi privati e pubblici e la visualizzazione degli spostamenti nello spazio e nel tempo. La bibliografia, dettagliata e molto vasta, documenta l’enorme lavoro di ricerca fatto negli ultimi decenni sui singoli casi, impresa che qui trova coordinazione e giustificazione. Fra le novità assolute vi è la ricostruzione delle reti familiari allargate coinvolte nella fuga (“Familiari in mobilità”), illustrata da una grafica che permette di vedere subito, insieme all’ampiezza degli spostamenti, chi è rientrato e chi è rimasto all’estero, e di valutare in modo meno episodico e individuale gli effetti del brain drain, la migrazione intellettuale.

Come osserva Guarnieri, allargare la ricerca ai familiari mette in evidenza le conseguenze a medio e a lungo termine della fuga di cervelli, dato che i discendenti di quei migranti hanno a loro volta intrapreso carriere intellettuali, spesso più remunerative e influenti di quelle dei loro genitori e parenti, in paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele (all’epoca ancora Mandato di Palestina). In molti casi la riqualificazione e l’apprezzamento delle potenzialità intellettuali hanno interessato anche i familiari prossimi dei migranti che hanno accompagnato lo spostamento, ed è il motivo per cui le donne sono numerose, sia nell’elenco biografico (circa un quarto del totale, finora) sia nelle reti allargate. Donne di cultura sofisticata, a testimoniare le grandi aspettative che le famiglie ebraiche nutrivano per le loro figlie nella società post unitaria. Spesso inoccupate in Italia, queste donne trovavano lavori all’altezza delle loro capacità accompagnando nella fuga i padri o i mariti “migranti illustri”, come recita il titolo di un famoso libro a loro dedicato da Laura Capon, divulgatrice scientifica e moglie di Enrico Fermi, che negli Stati Uniti divenne scrittrice e attivista per i diritti civili. Una storia simile è quella di sua cugina, la livornese Flora Aghib D’Ancona, moglie dell’ispanista e filologo Ezio Levi, che era stato suo maestro privato di letteratura italiana. Nel 1939 fuggì con lui negli Stati Uniti lasciando in Italia i figli, per seguirlo nei tentativi frustrati di ottenere un incarico all’altezza delle sue capacità. Alla morte prematura di Ezio nel 1941, Flora iniziò lei stessa a insegnare nei college femminili, mettendo a frutto la perfetta educazione ricevuta in Italia e mai utilizzata.

È inevitabile parlare per questa emigrazione intellettuale, più ancora che per altri tipi di emigrazione, di un regalo improvvidamente fatto dal fascismo ai paesi che l’hanno accolta. A sua volta, nei primi anni Trenta il regime fascista ebbe in regalo gli studiosi in fuga dal nazismo, un brain gain, un guadagno di risorse intellettuali che avrebbe sprecato con le politiche razziali che imposero agli ebrei stranieri di lasciare l’Italia entro marzo 1939. Molti di questi studiosi transitarono dalla Landschulheim di Firenze, una singolare istituzione educativa per i figli degli espatriati, fondata nel 1933 da due tedeschi rifugiati. Nei pochi anni in cui la politica fascista verso gli ebrei non si adeguò a quella hitleriana e che agli espatriati fu permesso di spostare denaro, la scuola arrivò ad avere circa cento studenti. I docenti erano perlopiù giovani studiosi ai quali il nazismo aveva interrotto la carriera: fra di loro, lo storico del Rinascimento Paul Oskar Kristeller, il filosofo Ernst Manasse e sua moglie, la storica dell’arte Marianne, e l’orientalista Franz Rosenthal. L’esperimento scolastico della Landschulheim finì di colpo nel 1938, con studenti e docenti in fuga verso paesi più sicuri come l’Inghilterra e gli Stati Uniti, o che sembravano allora tali e non lo erano, come Francia e Olanda.

Insieme alla destinazione, l’altra variabile che decideva del successo della fuga era ovviamente il momento. I più fortunati o i più pessimisti si mossero immediatamente dopo l’avvento del nazismo o, come gli ungheresi, perfino prima, alle iniziali manifestazioni di antisemitismo del primo dopoguerra. Per molti ebrei italiani, invece, giocò paradossalmente a sfavore l’iniziale, relativa neutralità del fascismo quando si trasformò di colpo in persecuzione attiva, cogliendo di sorpresa chi aveva sperato nella moderazione del regime e chi addirittura vi aveva creduto e che, come l’ebraista Umberto Cassuto, fu costretto a fuggire precipitosamente in Palestina. A rendere problematica la fuga contribuì anche il diffuso laicismo di molti intellettuali ebrei italiani, fra i quali gli ideali nazionalisti e socialisti erano spesso più forti dei legami con le reti ebraiche transnazionali, e che ne furono raramente sponsorizzati nei tentativi di farsi accogliere. Un esempio è quello di Giorgio Levi Della Vida, uno dei grandi arabisti e islamologi del Novecento, antifascista della prima ora e fra gli undici professori ordinari che rifiutarono il giuramento a Mussolini del 1931 e furono rimossi dall’incarico. Per restare vicino alla famiglia, “ariana” per via di sua moglie, Levi Della Vida accettò un incarico sottopagato nella Biblioteca Vaticana sotto Papa Pio XI, che negli ultimi anni di pontificato esercitò una significativa azione di protezione dei perseguitati politici e di critica dei regimi totalitari. Dopo le leggi razziali, Levi Della Vida cercò affannosamente una collocazione all’estero, sottomettendosi alla trafila dei rifiuti imbarazzati delle istituzioni universitarie straniere alle quali si rivolgeva. Nel 1939, già ultracinquantenne, ottenne infine un incarico minore a Filadelfia, da dove rientrò definitivamente nel 1947, in un’Italia che non capiva più e da cui non si sentiva capito. Nell’aspettativa speranzosa di molti giocò un ruolo importante Giovanni Gentile, il cui atteggiamento inizialmente protettivo nei confronti dei colleghi ebrei, italiani e stranieri, incoraggiò in molti l’illusione di poter essere “discriminati dalla discriminazione”, inganno che si dissolse definitivamente dopo il 1938. Mentre il classicista e arabista tedesco Richard Walzer, emigrato a Roma insieme alla moglie già nel 1933 su invito di Gentile, lo capì pochi mesi prima dell’emanazione delle leggi razziali e fuggì in Inghilterra senza avvertire il suo infido protettore, altri tardarono a farlo. Così Ezio Levi, perfettamente inserito nella vita culturale e accademica dell’epoca, messo da Gentile a dirigere la sezione romanza dell’Enciclopedia. Incredulo dell’involuzione razzista del regime, fuggì in America nel 1939 con la moglie sfruttando un invito a una conferenza. O ancora, Gina Gabrielli, funzionaria dell’Enciclopedia Italia e ammiratrice di Gentile, fascista per patriottismo e per entusiasmo giovanile benché di famiglia antifascista. Costretta a partire per evitare la persecuzione sua e del marito Luigi Racah (poi Racca), entrambi ebrei, approdò alla fine negli Stati Uniti, dove avrebbe poi avuto una lunga e interessante carriera di giornalista, ma continuò per un pezzo a scrivere a Gentile, manifestandogli devozione immutata e chiedendogli invano solidarietà.

In realtà, come il progetto documenta, anche nei paesi di accoglienza i migranti in fuga da fascismo e nazismo incontrarono difficoltà e rifiuti, in quasi tutti i casi in cui non portavano competenze immediatamente utili allo sforzo bellico o all’industria nazionale. In Inghilterra, mèta di elezione per gran parte dei migranti intellettuali, le associazioni di aiuto come quella fondata dall’economista William Beveridge e finanziata privatamente, riuscirono ad assorbire solo la prima ondata di studiosi austriaci e tedeschi. Il governo inglese si rifiutò infatti di sovvenzionare queste iniziative, limitandosi a tollerarle fino al 1940, quando i fuoriusciti dai paesi dell’Asse furono dichiarati “stranieri nemici” anche se ebrei, e in molti casi internati nei campi, come avvenne all’astrofisico Vinicio Barocas.

Negli Stati Uniti l’accoglienza fu filtrata dai visti fuori-quota elargiti da consoli spesso ignari di quanto succedeva, quando non simpatizzanti dei regimi fascisti. L’aiuto a chi riusciva ad arrivare fu delegato a fondazioni e organizzazioni non governative con sporadici finanziamenti pubblici, e inizialmente destinato soprattutto agli studiosi tedeschi ai quali le grandi università erano interessate. Un ruolo simbolicamente importante nel salvare chi non fu giudicato troppo interessante dall’accademia lo ebbe Julian Morgenstern, rettore del collegio rabbinico riformato di Cincinnati, Ohio, che si sforzò di trasferire negli Stati Uniti la tradizione degli studi giudaici europei, di livello enormemente superiore. Creò per questo un “Seminario giudaico in esilio”, ma le risorse economiche e logistiche limitate della sua istituzione lo costrinsero a limitare a dieci gli studiosi da invitare. L’onere di questa scelta drammatica ricadde su Ismar Elbogen, celebre studioso tedesco, docente per qualche anno al Collegio rabbinico di Firenze, che fu fatto espatriare negli Stati Uniti per organizzare la fuga dei colleghi. Fra i primi nomi indicati vi fu quello di Isaia Sonne, a lungo storico e bibliotecario del Collegio di Firenze e poi, dal 1933, fuoriuscito in Palestina. Sua figlia Sulamith, fuggita in Svizzera, tornò invece in Italia a combattere con i partigiani e raggiunse il padre solo nel 1945.

Le lettere conservate negli archivi delle associazioni di assistenza ai rifugiati, delle società scientifiche e delle università descrivono i tentativi dei migranti di farsi assumere o anche solo invitare, condizione necessaria per ottenere il visto, e le risposte evasive, filtrate da segretarie implacabili, degli amministratori estenuati dalle richieste pressanti e spesso disperate degli studiosi europei. A questo si aggiungeva (e non poteva essere altrimenti) la preoccupazione crescente dell’accademia locale, esposta alla concorrenza di ricercatori di livello ben più alto. Nel 1940, una lettera anonima al New York Times denunziava che «ogni posto occupato da un profugo europeo significa un posto in meno per gli studiosi americani di abilità pari o superiore», ma già nel 1938 un matematico americano, peraltro lui stesso figlio di migranti europei non ebrei, aveva dichiarato che nella sua materia «abbiamo raggiunto il punto di saturazione». La competizione era più accesa per gli umanisti, con qualche differenza legata ai trend accademici (gli archeologi erano all’epoca preferiti ai filologi e agli storici). Tutti puntavano alle università della Ivy League, a Princeton soprattutto, ma pochissimi vi furono ammessi; anche per questi, l’inflazione di risorse intellettuali contribuì a ridurre i salari, con poche, ovvie eccezioni nel campo della fisica applicata. Ai respinti nel campo degli studi storici e sociali offrì una rete di salvataggio la New School for Social Research, fondata nel 1918 da Alvin Johnson e diretta in quegli anni dal politologo ferrarese Max Ascoli, antifascista fra i primi a fuggire. Ribattezzata per questo “l’Università in esilio”, la scuola dette lavoro, fra gli altri, al matematico e storico della scienza romano Giorgio Santillana, figlio del giurista David, a Franco Modigliani, futuro Nobel per l’Economia, e alla psicologa sperimentale Renata Calabresi. La storia di Renata riassume le difficoltà incontrate anche da quelle donne che, come lei, avevano intrapreso una carriera scientifica con ottimi risultati. La sua era una famiglia di antifascisti, vicini a Salvemini e ai fratelli Rosselli; il suo maestro, il filosofo e psicologo Francesco De Sarlo, si oppose a Gentile e ne fu destituito; perfino l’insegnamento della filosofia nelle scuole le fu vietato perché “materia virile”, secondo il solito Gentile. Dopo avere faticosamente ripreso la carriera grazie ai suoi titoli, aderendo al Pnf e al giuramento di fedeltà al regime per poterla proseguire, fu comunque espulsa dall’università e rimase per oltre un anno nel limbo di chi aspettava il famoso invito per partire. Ne ebbe uno dagli Stati Uniti, molto inferiore ai suoi requisiti, e vagò per quasi otto anni fra un impiego temporaneo e l’altro, penalizzata, oltre che dal fatto di essere donna, dalle diatribe dottrinali interne alla sua materia. Rientrò in Italia nel 1947, aspettandosi di essere reintegrata, ma vide subito che niente era cambiato e tornò negli Stati Uniti, dove si concluse la sua lunghissima carriera di scienziata irregolare.

Se il regime fascista giudicò irrilevante la perdita degli studiosi ebraici e antifascisti, che sostituì frettolosamente con personaggi perlopiù di minor valore, noi siamo forse oggi in grado di immaginare, anche grazie alla ricerca messa a disposizione da questo progetto, cosa avrebbero potuto essere le nostre istituzioni culturali se dopo la fine del fascismo i rifugiati intellettuali fossero stati richiamati e reintegrati nella carriera e nel flusso della vita nazionale. Non fu invece così, in gran parte dei casi. Anche chi tornò si scontrò con il silenzio colpevole o imbarazzato e l’ipocrisia di quanti, per ragioni opposte, intendevano lasciarsi alle spalle ingiustizie, complicità e responsabilità. Così Levi Della Vida ricordava la delusione del ritorno: «Mi ero illuso che la dura lezione della sconfitta avesse insegnato qualcosa agli italiani; speravo di poter contribuire, se non a rifare l’Italia, perlomeno a ridare serietà alla vita pubblica. Ma mi trovai disorientato e isolato, estraneo alle nuove situazioni, ai nuovi uomini, al nuovo linguaggio. Io stesso ero diventato quasi uno sconosciuto».

Bruna Soravia è una storica. Si occupa di Islam, soprattutto medievale. Si è interessata, in ambito contemporaneo, di storia dell’orientalismo europeo e del conflitto arabo-israeliano. Ha insegnato in Francia, negli Stati Uniti e all’Università Luiss Guido Carli di Roma.