Per un fine settimana a Bucarest ho prenotato un appartamento deluxe a cinque minuti a piedi da Lipscani – il quartiere “vecchio” della città, famoso per l’instancabile vita notturna – uno dei luoghi simbolo della capitale romena, col suo mix di architettura storica e moderna. L’annuncio prometteva un’ampia camera da letto con angolo cottura, vista sui diciassette ettari dei Giardini Cismigiu e un bagno con vasca idromassaggio. Le foto erano ben fatte; invece di evocare tristezza, le mattonelle marroni lucide richiamavano la nostalgica decadenza dell’est Europa, sedimentata in cartoline immaginarie di vecchie signore con il fazzoletto in testa e palazzi bombardati. In realtà, Bucarest è una città molto ricca: oggi l’est Europa ha un panorama economico in forte crescita.
All’unico bar fuori dal circuito turistico dell’Old Town ho parlato con gli autoctoni ed è emerso che a Bucarest quasi tutti guadagnano bene. Le ragioni sono molte. Mentre ordino un gin tonic qualcuno cerca di spiegarmi come abbiano fatto queste ex roccaforti comuniste ad affrontare le sfide del mercato libero e a capovolgere la crisi economica postpandemica e le difficoltà maturate con la guerra in Ucraina. «Nell’est si trova facilmente una manodopera qualificata a costi più competitivi», dice Josef, che fa il bartender sulle navi di lungo corso e ha visitato l’Italia perché ha fatto scalo a Civitavecchia. Complice la crisi ucraina, l’Europa è stata costretta a spostare verso est una parte delle attività produttive per superare le incertezze legate alle catene di approvvigionamento delle materie prime, in particolar modo dei combustibili fossili.
Peccato, penso. Niente decadenza, niente techno party nei capannoni sgarrupati.
«Finché hanno i soldi», continua il mio nuovo amico appassionato di geopolitica,
«nessuno ti minaccerà col coltello in un vicolo buio». Resto molto deluso. Il nearshoring mi impedirà di finire accoltellato alle spalle in una stradina poco illuminata. Mi torna in mente la protagonista di Sick of Myself, film di Kristoffer Borgli del 2022, che si procura una malattia della pelle assumendo pillole dal forte impatto allergico e diventa improvvisamente più interessante – e ascoltata, considerata – del suo affascinante fidanzato scultore. Con la stessa spinta di una non diagnosticata sindrome di Munchausen, per un attimo considero quanto sarebbe più accattivante per l’engagement un post in cui racconto di aver subìto un’aggressione e critico aspramente la città.
Viviamo in un’epoca in cui le lamentele sono diventate una forma d’arte sui social. Ormai sappiamo come funziona, ne facciamo esperienza ogni volta che apriamo una qualsiasi sezione dei commenti: chi si lamenta non vuole cambiare le cose, sta cercando approvazione o sollievo alle frustrazioni che si porta dietro. Più sei cattivo più scatenerai una reazione, più forte sarà questa reazione più otterrai in cambio feedback gratificanti. Questo vale dalle cinque statuette vinte dal film Anora all’ultima notte degli Oscar – per alcuni troppe – ai video degli influencer che si lamentano di quanto è diventata pericolosa Milano.
A Bucarest, invece, i palazzi e le strade e gli scorci illuminati con le lucine calde, i ristoranti con le insegne al neon e le decorazioni sgargianti ricordano Parigi. Tutto di Bucarest ricorda una piccola Parigi, tranne l’idea che avevo di Bucarest prima di visitarla.
Al nostro arrivo ci hanno dato un codice per entrare nel palazzo (niente cassetta di sicurezza con le chiavi di Airbnb, che invece a Roma e Firenze vengono prese di mira dalle proteste per over turism), ma comincio subito a focalizzare l’attenzione sui problemi. Il portone non era chiuso e con una spinta eravamo già sulle scale, ai pianerottoli le porte assicurate solo da una blanda serratura. Non proprio il massimo della sicurezza. E poi l’ascensore era guasto. Entrati in cucina, le prese elettriche erano bruciate, nessuno degli elettrodomestici funzionava; in bagno, i bocchettoni dell’idromassaggio erano incrostati di calcare, il tubo del soffione si è staccato quando ho testato la pressione dell’acqua; il wi-fi inesistente.
Ho documentato subito ogni imperfezione e danno, più per alimentare la mia indignazione che per chiedere un rimborso a Booking. Non mi importava dei soldi, volevo che la mia idea di vacanza aderisse alla realtà. Non mi volevo accontentare, volevo avere ragione.
Fino a qualche anno fa avrei detto ma sì, arrangiamoci. Oggi invece accontentarsi non è un’opzione. Vogliamo arrivare nella stessa stanza vista nell’anteprima del sito, scegliere cosa mangiare a colazione delle foto del buffet, sapere esattamente cosa aspettarci dalle recensioni di altri utenti: non vogliamo sorprese, non vogliamo imprevisti. Vogliamo che la realtà sia aumentata dal soddisfacimento dei nostri desideri.
Non sopporto le lamentele ma sono circondato da persone che si lamentano, me compreso.
Quali sono gli effetti di questo meccanismo?
Le lamentele ci rendono sgradevoli, eppure non vediamo l’ora di condividere la nostra insoddisfazione. Rispetto a quando facevamo un’esperienza solo per poterla postare sui social, abbiamo fatto un altro scatto, per così dire, in avanti: la facciamo per poterla criticare. Per essere interessanti non basta più dimostrare di aver visto quel film o di aver fatto quel viaggio, ora tutte queste cose dobbiamo disprezzarle. Appena la realtà non aderisce alle nostre aspettative ci sentiamo in diritto di comunicare il nostro fastidio.
Ma a spingerci non può essere solo questo meccanismo di ricompensa da dopamina social o l’idea che l’anonimato ci protegga dalle conseguenze.
Criticare, in realtà, ci dà qualcosa di più potente: la sensazione di dire la nostra, di prendere parte al dibattito, avere voce in capitolo, contare qualcosa. Ma resta appunto solo una sensazione, una vibe.
C’è un divario sempre più grande tra la realtà dei dati e la percezione che abbiamo su uno specifico argomento. Lontano dagli entusiasmi del viaggio, anche la situazione della Romania appare molto diversa. La Romania detiene il record europeo di cittadini a rischio di povertà e ha vissuto un momento di grave tensione politica dopo l’annullamento delle elezioni del novembre scorso. Il candidato filorusso di estrema destra Georgescu, che aveva ottenuto il 23 per cento dei consensi, era stato estromesso dalla competizione elettorale per presunto uso illegale di tecnologie digitali: la decisione della Corte costituzionale ha preso in considerazione 27 mila account TikTok ritenuti una rete di “engagement fittizio”, creata per promuovere contenuti politici e manipolare il dibattito elettorale.
In questi mesi abbiamo osservato la Romania come il simbolo della tenuta democratica dell’Unione europea, aspettandoci che dalle nuove elezioni di maggio venisse fuori una risposta alle due idee di Europa che attraversano tutti gli Stati membri.
Da un lato il vittimismo antisistema, incarnato dal candidato sostituto di Georgescu, il sovranista euroscettico George Simion, che il 4 maggio ha trionfato al primo turno anche grazie alle proteste generate dall’annullamento delle elezioni, un’eco pericolosa che ha aggravato la polarizzazione della società. Dall’altro il sindaco di Bucarest, Nicus,or Dan, riformista moderato, sostenitore dell’Ucraina, che nel suo discorso dopo la vittoria al secondo turno del ballottaggio presidenziale ha dichiarato che a vincere è stata una società del dialogo, non dell’odio.
L’argine filooccidentale ha resistito. Almeno fino alle prossime elezioni, questa volta in Polonia, attese per il primo giugno.
Rabbia e indignazione possono sempre essere reinvestite in posizioni illiberali e isolazioniste. Esiste sempre il rischio che la politicizzazione dello spazio virtuale depotenzi quello pubblico, percepito ormai come irrilevante.
Le vibes – le sensazioni, le atmosfere – creano un disallineamento tra il percepito e la realtà delle cose. Questo disallineamento incide profondamente sui nostri comportamenti effettivi.
Dal punto di vista neurologico, il lamento è nocivo perché influenza la capacità di relazionarsi positivamente con gli altri. Le aree del cervello coinvolte nell’empatia, come la corteccia prefrontale mediale, sono meno attivate nelle persone che si lamentano costantemente, riducendo la loro capacità di costruire legami e risolvere i conflitti in modo positivo.
Il lamento, quindi, ha alterato la percezione sociale. Oltre a non vedere la sofferenza degli altri, non sappiamo più riconoscere la verità dalla finzione. E sembra un paradosso, vista la fame di verità che ricerchiamo nei prodotti culturali: fiction, romanzi e podcast prediligono il racconto della vita vera, il true crime, il ritratto di personaggi famosi. È il paesaggio della narrazione totale, in cui la stessa versione della storia passa attraverso più mezzi di comunicazione. Ovunque la si guardi, resta uguale a sé stessa, anche se non è vera.
Allora, perché troviamo così appagante leggere e scrivere commenti negativi?
Forse perché lamentarsi è l’ultimo spazio dove possiamo esprimere il dissenso.
Nonostante sia un diritto tutelato dalla Costituzione, diventa sempre più difficile manifestare in piazza senza essere perseguiti civilmente o penalmente, senza incorrere in multe per blocco stradale o interruzione di pubblico servizio. Per quanto male facciano, a noi e agli altri, le lamentele sono i nostri cahiers de doléances – i quaderni con cui gli Stati generali annotavano i giudizi negativi della popolazione francese di fine Settecento, per trovare un accordo tra le classi sociali e risolvere la crisi in cui versava la Francia del XVIII secolo.
Ma a chi è indirizzata la nostra insoddisfazione?
In Regimi di guerra (Castelvecchi, 2024) Judith Butler scrive che la lamentela intesa come lutto non è solo un atto di dolore. Quando una vita perde importanza agli occhi del sistema, la lamentela diventa un gesto di rivendicazione della dignità umana, un’espressione politica che sfida le strutture di potere. È il riconoscimento della sofferenza delle vittime e degli oppressi, che la narrazione mediatica dei conflitti armati ci ha abituato a razionalizzare. La vulnerabilità della vita è un’esperienza che tutti condividiamo, ma alcune vittime non sembrano meritare il nostro lutto. Come possiamo trasformare la sofferenza che osserviamo da uno schermo in qualcosa che ci tocchi profondamente?
Il piano teorico si scontra con l’esperienza che facciamo tutti i giorni. Più che una condivisione della vulnerabilità della vita – la sua precarietà, per restare nel linguaggio di Butler – lamentarsi sembra un adattamento. In questo scenario di crisi globale, tra fenomeni atmosferici e conflitti su vasta scala, l’adattamento diventa, in ambito sociale, una forma di rassegnazione. Tutti i giorni coltiviamo – sui social e non – il rito civile della critica come risposta alle ingiustizie; allo stesso tempo sviluppiamo un senso di coesione: siamo a tutti gli effetti una comunità insoddisfatta incapace di provare empatia per gli altri.
L’unica cosa che mettiamo davvero in condivisione è una sofferenza individuale.
La vera questione, però, non è tanto quanto siamo bravi a lamentarci, ma quanto siamo disposti a usare il nostro disagio come motore di cambiamento.
Questo accade solo considerando che dissenso e lamentela non sono la stessa cosa.
Anche se tendono a sovrapporsi nella pratica, c’è una differenza fondamentale. Lamentarsi è il rumore di fondo della frustrazione individuale, un borbottio che spesso non trova sfogo in una proposta, un circolo vizioso di insoddisfazione che non ha la forza di trasformarsi in azione. Il dissenso, al contrario, è un atto di resistenza: non solo rigetta lo status quo, ma incita al cambiamento. Il dissenso è un modificatore delle ingiustizie, è una reazione attiva. E in questo senso è sovversivo. È, come sostiene la filosofa Martha Nussbaum, una parte essenziale della vita democratica. In un sistema politico governato dalla paura, le persone diventano timorose di esprimersi, di sfidare l’autorità e di chiedere il cambiamento. Una democrazia che ha paura del dissenso è una democrazia in declino.
Ci siamo lamentati sui social e abbiamo pensato di fare la nostra parte nel denunciare crimini di guerra, ingiustizie sociali, discriminazioni razziali e di genere. E poi siamo andati avanti, con le foto del prossimo aperitivo. Pronti al prossimo viaggio in una capitale europea.