È il 16 dicembre 1856, fa un freddo cane, pioviggina che punge dappertutto e c’è vento, io ho un vestito blu con tre balze, degli stivaletti neri lucidi e la solita veletta sul viso.
Reggo questo inutile ombrellino per non sciuparmi l’acconciatura, per non bagnarmi oltre a tutto il resto – la pioggia, il fango – dio, perché ci hai fatto donne, potevi farci feroci animali cangianti. Ho gli occhi scuri, le ciglia lunghe, i capelli raccolti, il cappello un po’ inclinato sulla destra ma me lo reggo forte con la mano che non sostiene lo stupido ombrellino se no se lo porta via questo immane vento, un lungo cappotto verde militare che non mi ripara né dal freddo né da niente. Più o meno tutto quello che indosso si infanga o svolazza.
Ho un trucco leggero sugli occhi e un lieve rossore sulle labbra. Il rossore sulle guance me lo dà l’emozione. O piuttosto la paura. Sto andando a intervistare un uomo (lui ha trentacinque anni, io ne ho ventitré) che secondo me avrà successo ma, ho sentito in giro, pure, che sia la persona meno disponibile al mondo a parlare con una donna. A parlare, in generale. Lui scrive: lettere, romanzi. Dice tutto lì. Io ho letto a puntate su la Revue de Paris un suo romanzo intitolato Madame Bovary, ieri è stata pubblicata l’ultima puntata e io ho ancora un fuoco nello stomaco. Una fiamma che si alza e arriva al petto e poi alla testa.
Appena ho finito di leggere – di divorare – questa storia sono corsa in redazione e ho chiesto alla piccola rivista per cui lavoro di poter intervistare l’autore. Non stavo nella pelle. A loro, ai capi, alla rivista, non interessa davvero cosa faccio. Basta che io riempia le pagine. Sono una donna. Ma questa volta lo so che sto per intervistare un genio. Lo so che il suo nome non finirà con la sua fine. Beh, la smetto con questa ansia e questa enfasi e vado.
Sono venuta a piedi, non ho i soldi per una carrozza. Un’ora e ventidue minuti da casa mia, menomale che abito a Rouen, ho costeggiato la Senna che si lamentava sotto il vento e la pioggerella dura, non mi piace camminare.
Guardavo di continuo l’orologetto che mi ha regalato mia sorella, per vedere quanto mancava alla fine del viaggio, e gli stivaletti lucidi si disfacevano nel fango e mi cantavo una canzone che non riuscivo a togliermi dal cervello, una canzonetta sconcia che canta certa gente per strada e che non voglio avere in testa ma si sa, le canzoni e i libri fanno come vogliono.
Lui si chiama Gustave Flaubert e abita qui. In questa casa a Croisset immersa nel verde, che guarda il fiume, mi fa un po’ paura tutto questo isolamento. Credo che viva con sua madre, busso alla porta, una scarica di pioggia più forte mi bagna definitivamente.
Mi apre lui in persona (o almeno credo sia lui, mi hanno detto che vive con sue familiari, donne). È molto alto, ha spalle larghe, baffoni folti e capelli (che sta perdendo, ahilui) tirati indietro, occhi verde mare con le ciglia lunghe, è longilineo ma si vede che potrebbe ingrassare se non sta un po’ attento, una cravatta nera coi pois bianchi che mi fa impazzire.
«B-buonasera», gli dico, e balbetto, io non ho mai balbettato in vita mia, cominciamo bene.
Lui mi guarda appena, si tocca un orecchio e vedo un anello d’oro snello e piatto. «Entrate pure», mi dice, «vedo che avete preso la pioggia».
Ma non mi chiede se sono io la giornalista che gli ha scritto, e nemmeno mi chiede se voglio asciugarmi. Io sono ammutolita, non riesco a parlare, e mentre lo seguo in casa mi sembra di essere la persona più goffa del mondo, un burattino. Sento cric cric cric mentre mi tolgo la veletta, mentre muovo le gambe per camminare, l’ansia, la reverenza, l’eccitazione, non so spiegare cosa sia, mi fa i muscoli di legno, durissimi, contratti. La casa è calda, elegante, c’è un drappo rosso di velluto che scende dal soffitto al pavimento, un lampadario verde acqua (come gli occhi di Gustave?) coi pendagli, suonano mossi dal vento fino a quando il signor Flaubert non richiude la porta. Vedo una donna, forse sua madre, passare veloce al piano di sopra, non mi saluta, io bofonchio un «buonasera», sono le 11 di mattina ma sembra notte perché il cielo si è fatto ancora più scuro. Gustave mi guida in una stanza grande col caminetto acceso e noto solo adesso che è spettinato, ha gli occhi gonfi, e anche i baffi non sono proprio perfetti. Forse lo fisso perché mi dice senza tono: «Lavoro fino alle 3 di notte, di solito non sono in piedi prima di mezzogiorno». «Vi siete svegliato prima per me?», mi scappa. Mi pento. «Queste notti non riesco a dormire», dice, «penso solo al romanzo. Sapete, ho un po’ di paura». Ancora senza tono, come dicesse: ho mangiato del pane con l’olio, la terra è rotonda. Non mi sono ancora seduta e mi ha già detto una cosa così – è intima? È gelida? –, prendo il taccuino dalla borsa blu come il vestito, e la penna, e l’inchiostro, mi cade tutto per terra, ho paura anche io, signor Flaubert, ho paura che mi scappino subito le vostre parole, ho paura di non ricordare il drappo, la madre, il lampadario, i baffoni.
«Sedetevi», mi dice, non mi raccoglie il taccuino come dovrebbe fare un gentiluomo, mi piego io, cric cric cric, mi tolgo il cappotto, guardo il signor Flaubert per chiedergli dove metterlo, rimango con questo cencio fradicio in mano, che sgocciola. «Dove posso metterlo?», avrebbe già dovuto prendermelo, all’ingresso, non mi dice niente, non mi risponde, non sembra che abbia sentito, sta guardando fuori, la Senna, la pioggia, le barche sotto la pioggia, impacciata come un buffo commediante poggio il cappotto sulla spalliera della sedia, la sedia si bagnerà, pazienza, quando gli ho scritto chiedendogli un’intervista mi ha risposto che mi concederà un’ora precisa, «non di più, signorina, devo lavorare». Gli ho scritto il 2 ottobre, la mattina dopo la pubblicazione della prima puntata di Madame Bovary. Ero già folgorata. Mi ha risposto che mi avrebbe ricevuto il giorno seguente alla «fine di tutto», così ha scritto, «prima non sarò in me. Forse nemmeno quel giorno».
«Vedete quella sorta di mulinello nel fiume?», dice, indica la finestra, la Senna che si ingrossa sotto la pioggia fitta. Figuriamoci se lo vedo, con la pioggia, e il resto. «Sì!», squillo. «Lo guardo da dodici anni», dice. Mi guarda, come se tornasse con me, nella stanza, «voi vivete nella vostra casa di famiglia?». «No», dico io, «mi sono appena sposata, mio marito è un medico». Penso: ho un ritardo di tre giorni, credo di essere incinta, ma naturalmente non l’ho detto a nessuno.
«Suo marito è un medico», ripete il signor Flaubert sovrappensiero, «come mio padre, e mio fratello», e finalmente ci sediamo entrambi, io vorrei qualcosa di caldo, un caffè, un tè, un bicchiere di latte, tutta fradicia sto morendo di freddo, aspetto che mi chieda se desidero qualcosa e lui dice: «Ah scusi, le porto qualcosa». Si alza, scompare, io mi attacco al camino per asciugarmi. Crepita e sbraita, un ciocco si spacca con uno schiocco duro, come se non volesse morire. Si sente un cigolio, la porta si apre piano, è il fantasma di Madame Bovary?
Entra di soppiatto una donna anziana, una domestica, mi guarda, «Buongiorno signorina», mi dice, «posso prendervi il cappotto? È zuppo, ve lo asciugo». «Ma come fa ad asciugarlo? Gocciola». «È il mio lavoro da sempre, fidatevi di me». «Grazie». «Vi porto del caffè? Del tè? Una cioccolata calda? Conosco Gustave da quando è nato: scommetto che non vi ha offerto niente. Non è mai stato un bambino né un ragazzo normale, e adesso sempre di più», ma lo dice con affetto, lo strano della famiglia. Il mio stomaco geme forte, non mangio dal pranzo di ieri perché sono in ansia, mi vergogno moltissimo, mi spingo le mani sulla pancia come potessi fermare il suono, lo stomaco geme di nuovo, «vi porto anche dei biscotti e del pane con burro e marmellata», dice la domestica, «è proprio ora di merenda». A questo punto come fosse una pièce teatrale rientra il signor Flaubert con una brocca d’acqua e un solo bicchiere. «Julie, ti ho detto che faccio io qui», anche lui le sorride affettuoso, «Sì sì», dice lei, e se ne va. Lui poggia il vassoio con la brocca e il bicchiere su un tavolino basso tra le nostre sedie. Riempie il bicchiere, me lo porge. Io lo prendo. Lui si alliscia i baffi. «E per voi?», dico. Lui fa un gesto che potrebbe essere tutto e niente. Bevo. Bevo tutto il bicchiere in un sorso. «Mi date un minuto per segnare delle cose sul taccuino?». Lui scatta in piedi. Va alla finestra. Io colgo il momento. «Com’eravate a vent’anni?». Vado, senza paura. Risponderà? Dice: «Ero un bellissimo giovane. Avevo i capelli lunghi, ondulati, ero in forma perfetta, avevo la barba biondissima e il mio amico Maxime, Maxime du Camp, diceva che la mia voce squillava come una tromba mentre declamavo versi e ripetevo decine di volte la stessa parola di cui mi ero innamorato. Mi sono sempre innamorato delle parole. Avete presente, quando vi innamorate di una parola?». «Sì, certo», (in realtà credo proprio di no). «E come siete adesso?».
«Adesso sono vecchio». Fa una pausa.
«Scrivere ti distrugge, ma è l’unica cosa che conta». «E la realtà?». «La realtà non esiste. Esiste solo la letteratura». Si gira, torna da me, si siede. «Quando avete capito che volevate passare la vita a scrivere?». «A dieci anni ho proposto al mio migliore amico di associarci. Io avrei scritto commedie e lui i suoi sogni, da papà veniva sempre una signora che diceva solo stupidaggini e io volevo scriverle». Si alza, ravviva il fuoco ma non è necessario. «E poi?». «Non ho mai più smesso. A un certo punto ho fondato e redatto una rivista scolastica». «Che anno era?». «Mmmh», si alliscia ancora i baffi, strizza gli occhi come fosse un tic, «credo il 1835, 36». Non riesce a stare seduto. Io prendo appunti ma poi non resisto e dico: «Madame Bovary è geniale. Non riesco a smettere di pensarci».
«Le mie povere frasi…», scuote la testa, si passa una mano sulla fronte, sembra che gli tremi un po’ la voce come stesse per piangere, «In che senso?», «La Revue de Paris ha censurato una scena capitale del romanzo, ha operato dei tagli senza consultarmi, avete letto la mia nota di protesta?». «L’ho letta, ho amato anche quella. Perdonatemi, ma io devo dirvelo, io sono innamorata del vostro romanzo. Il vostro nome non si dimenticherà mai». Ho sbagliato. Ho esagerato. Mio marito, Jacques, me lo dice ogni volta: esagero sempre. Qui e ora, però, mi sembra che Jacques sia un sogno, e questa l’unica realtà. Mi sembra di essere chiusa per sempre in questa casa come nei romanzi gotici; ma questa clausura è così bella. Io sono Frankenstein e la creatura, sono viva adesso. Ora che ho esagerato come al solito, il signor Flaubert cosa farà? Si chiuderà in sé stesso o mi parlerà, si ritrarrà o si scioglierà, mi dirà che è la mia giovane età a parlare, non io, o non mi perdonerà? È ancora chino sul fuoco, non parla, io mi butto: «Posso leggere le pagine tagliate? Posso vedere il vostro studio? Posso vedere il manoscritto di Madame Bovary?». Non sono mai stata così. Mi sento piena del fuoco del camino. Mi sento innamorata, ma di un romanzo, di una donna che non esiste. Ma quanto esiste, invece, Emma Bovary. Pensavo di amare mio marito. Ma la realtà non esiste, esiste solo la letteratura, e Gustave risponde un secco:
«Sì».
Io non ci posso credere.
Non riesco ad alzarmi, sono diventata di gesso, e come in una commedia proprio ora entra la domestica Julie con un gigantesco vassoio pieno di bevande fumanti di ogni tipo e biscotti e fette di torta. «C’è anche del vino e del Porto», mi dice strizzando l’occhio. Come fa a reggere quel vassoio gigante e pesantissimo su quelle mani piccole? Come fa a tenerlo in equilibrio? Come fa a filare leggera come una piuma in questa casa con un tale peso addosso? Come una lucertola. Come un serpentello.
Io non so cosa fare ma Gustave sì. Le prende il vassoio dalle mani che sono piume, dalle mani che sono zampette di lucertola, di geco, la ringrazia, la licenzia. Io sono pronta per il suo studio e per le pagine tagliate e per il manoscritto ma lui, senza toccare nulla del cibo e delle bevande del vassoio e senza nemmeno dirmi prego, cosa vi servo?: «Non potrei vivere senza questa casa», dice. E io dovrei dire qualcosa ma sto pensando al manoscritto e tanto lui continua come se io non esistessi, come ci fosse un pubblico e lui fosse un teatrante o come non ci fosse nessuno e stesse pensando ad alta voce. «L’ha comprata mio padre nel maggio del 1844. O era aprile. 95 mila franchi. Siamo venuti a vivere qui a giugno, mi ricordo l’erba bagnata e verde, e il caldo, e la Senna fredda, mi ricordo Julie che non sapeva dove mettere le mani e le barche in lontananza. Io non sono mai più andato via». Fa una pausa. «E non me ne andrò», e mi guarda come se fossi un esattore delle tasse che vuole portargli via la casa. «Continuate», mi sento in obbligo di dire. «Cosa volete sapere?». «Dove siete nato?», dico ma penso solo al manoscritto. «All’Hotel-Dieu, 51 rue de Lecat, Rouen, dove mio padre era capo chirurgo. La mia infanzia, adolescenza e prima giovinezza le ho vissute lì». Un ospedale come casa. E allora una cosa ora voglio saperla: «Se le dico: mi ricordo?». Lui sta zitto per un tempo infinito, fuori stridono gli uccelli sotto il temporale, la casa scricchiola come se gridasse. Per il resto, non una voce umana.
Io mi metto a ripetere le tabelline in mente per non urlare che questo silenzio è insopportabile. Poi finalmente parla, io sospiro di sollievo troppo forte, anche dicesse mi ricordo una zanzara sarei contentissima, non si sta così tanto zitti, non è giusto, la mente poi si riempie di pensieri stupidi o pensieri bui, e io voglio essere felice. Mi è ripartita la canzoncina sconcia quando dice: «Mi ricordo che davanti all’Hotel-Dieu c’era un giardino. Io e mia sorella giocavamo insieme e poi però le finestre di quell’edificio ci attiravano come parlassero, come si muovessero, come avessero braccia e mani. Così ci afferravano e ci portavano a loro, come ci abbracciassero. E allora io e mia sorella ci affacciavamo di nascosto alle finestre che ridevano di noi e osservavamo mio padre sezionare cadaveri». Pausa. «Non riuscivamo a smettere». Pausa.
«Lo facevamo ogni giorno». Pausa. «Tutti quei cadaveri». Pausa più lunga. «È una cosa cattiva?».
È sempre di spalle, chino sul fuoco, sto per rispondere, dice: «Crescere in mezzo alla sofferenza mi ha insegnato molte cose».
«Sulla vita o sulla morte?». «Non amo la vita». Finalmente smette di guardare il fuoco. Si gira verso di me e la sua pelle bianchissima è arrossata dal fuoco. Mi punta gli occhi negli occhi, non riesco a distoglierli, sono preda di una fattucchiera che predice il futuro. «Non ho paura della morte».
E va verso la porta e io lo seguo con queste gambe di legno che fanno cric cric cric, e sono così impegnata a riuscire a camminare che non guardo la casa – una casa meravigliosa, mi diranno – e mi riprendo solo quando entriamo nel suo studio e smettiamo di camminare. È molto grande. Occupa un angolo intero della casa. È pieno di questa luce scura di questo giorno di pioggia perché ha cinque finestre. Due si affacciano sul fiume, tre sul giardino. «I pescatori di granchi prendono la mia finestra come punto di riferimento, di notte o quando c’è troppa nebbia. Perché la mia finestra è sempre accesa. Sono sempre qui a lavorare, fino a tardi. La luce qui dentro», e si guarda intorno come fosse in paradiso, «non si spegne mai». E in effetti lo studio è grande, non ha altra mobilia che un divano ricoperto da una pelle d’orso bianco su cui è abbandonata una lunga vestaglia di seta bianca («è la mia divisa da lavoro», dice), scaffali di libri, ritratti di amici e alcuni oggetti che mi mettono un po’ d’ansia. «Quelli?», indico, «Vengono dai miei viaggi. Mi sposto da qui solo per viaggiare. Questi sono corpi di giovani caimani essiccati, questo è un piede di mummia – Julie l’ha lucidato con il lucido per gli stivali ed è diventato nero», senza accorgermene mi guardo gli stivaletti, «questi sono rosari d’ambra, dall’Oriente, questa è una statuina di Buddha» – è grossa, pesante, dorata, la solleva con sforzo dal grande tavolo sui cui lavora, ricoperto da un panno di tulle verde – «e questo è un busto di Pradier». «Chi è?».
«Mia sorella, Caroline». «Le donne?»,
«Quando ero giovane ne avevo tante quante ne abbandonavo, ho sempre amato di più i miei amici, che svegliavo in piena notte anche solo per portarli a vedere un chiaro di luna sul fiume». «E poi?». «E poi niente, non credo che avrò mai una moglie, non ne ho nessuna intenzione. Sono impegnato. Impegnatissimo. Sposato. Un eremita. Vado spesso nei bordelli». «Vi capisco», mi scappa, lui mi guarda come se volesse chiedermi qualcosa, ma io prendo in mano la pesante, grande statuina dorata di Buddha da quella scrivania imponente affacciata sul fiume, guardo la panca davanti alla scrivania e immagino il signor Gustave Flaubert scrivere come un ossesso, i capelli che ogni giorno si fanno più radi per lo sforzo di scrivere, zuppi di sudore, i baffi scomposti. Forse lui capisce cosa sto pensando, forse ho pensato troppo forte, perché alla fine non mi chiede nulla, o forse non capisce niente, non gli importa, come a tutti, non gli va. «Da ragazzo», dice,
«mi quietava solo l’acqua. D’estate ero sempre a mollo nella Manica o nella Senna, nuotavo come un pazzo. Avevo anche un canotto, ero un ottimo vogatore». Fa una pausa. Guarda il passato. «Me lo aveva regalato mio padre, quel canotto». «E adesso?»,
«Adesso cosa». «Cosa vi quieta». «Il mare. Scrivere. Nulla». Si lascia andare senza più forze su un pouf, «Sedetevi», mi dice. Lascio la statuetta. Mi siedo. «Mi sono vestita come Madame Bovary la prima volta che la vede Charles, avete visto?». Sono sfrontata? Sembro ammiccante? «Certo che l’ho visto», mi liquida, e io ci rimango malissimo mentre il vento fischia una canzone malinconica. E io che pensavo che ne sarebbe stato felice.
«Però lei, Emma, ha gli occhi blu», dico, «Come la mia amica Louise Colet». «Chi è?».
«Una scrittrice. La mia amante. La mia amica. Una folle. Colei a cui ho scritto migliaia di lettere sulla stesura di Madame Bovary». Posso vedere il manoscritto?, voglio chiedergli, non mi esce la voce, ci riprovo, apro la bocca, «Posso vedere il manoscritto?».
L’ho detto davvero, di nuovo.
Lui scatta in piedi come l’avessi punto con lo spillone che porto sempre con me in caso incontrassi dei malintenzionati (lo pungerei a morte, il signor Gustave Flaubert nato a Rouen il 12 dicembre 1821, figlio di AchilleClèophas, morto nel 1846, e di Anne Justine Caroline Fleuriot, viva, in questa casa, pensavi davvero che non sapessi tutto di te, signor Flaubert?, lo pungerei a morte, il signor Gustave Flaubert, pur di vedere quel manoscritto; lo crivellerei), nello studio ci sono appunti e fogli ovunque, è sommerso, lo studio, dai fogli, dalle carte, ci sono macchie di inchiostro per terra grandi come scarafaggi, come farfalle, come topi, carte ovunque leccàte da questa luce nera e argento che fa baluginare la testa e che sembra venire non da cinque finestre, ma da tutte le parti, anche da sopra, pure da sotto. Non piove più ma c’è un cielo da fine del mondo. «Io sono un uomo penna», mi dice, «io sento attraverso di lei, a causa di lei, in relazione a lei e molto di più con lei».
Silenzio.
«Posso vedere il manoscritto? Se siete un uomo-penna, è come vedere voi. E io vi sto già vedendo, per cui, tanto vale…». Chissà se sono io a convincerlo con questa insulsaggine da damigella senza cervello o sono quelle cascate nere che gli passano continuamente in testa – sono così forti e possenti che si vedono chiaramente anche da fuori – ma Gustave si butta come una creatura del buio, famelica, sospettosa, su un cassetto chiuso a chiave. «Chiudete gli occhi», li chiudo. A occhi chiusi, mentre lo sento armeggiare con una chiave che ha preso chissà dove (chiudete gli occhi), vedo Gustave paonazzo scrivere scrivere scrivere finché viene notte, e oltre, vedo i barcaioli orientarsi con la luce della sua stanza, del suo studio, sempre accesa, vedo il dèmone che ha preso Gustave Flaubert, il demone di Madame Bovary: uno sfrenato desiderio, un osceno infinito desiderio.
Quando mi dice di riaprire gli occhi ha davvero un manoscritto tra le mani.
«Mio padre mi ha costretto a iscrivermi a Giurisprudenza», dice, «e andare a vivere a Parigi», si guarda intorno, «lontano da qui», gli luccicano gli occhi come fosse Satana.
«Mi voleva giurista. È morto, ma io non ho rispetto per la vita e non ho rispetto per i morti. Sapete», mi dice scrollando le spalle come fosse una boutade. Io ho occhi solo per quel manoscritto di cui non riesco a leggere nulla. «E io frequentavo le lezioni, studiavo e non riuscivo a vedere niente di più stupido del diritto, a eccezione dello studio del diritto». Ride male. Rido anch’io. Non mi vede.
«Qualcosa di bello?». «Ho conosciuto Maxime du Camp, mio grande amico, proprio lì, in quell’inferno di Giurisprudenza. Anche lui aveva ambizioni letterarie». «E scrivevate?». Lui abbassa gli occhi, dice con un tono infernale, «Ho cominciato un libro, l’Education sentimentale». «Che anno era?». «Febbraio 1843. Venga vicino al fuoco», sposta le sedie, ci avviciniamo al fuoco. «Sa, io mi sveglio alle dodici, ogni giorno», e in quel momento, da qualche parte, scocca davvero il mezzogiorno perché suonano, in lontananza, delle campane. La mia ora è finita, ma lui forse non se lo ricorda. Mi cade il taccuino per terra dallo spavento che lui possa allontanarmi. Mi mordo le labbra, non devo farmi notare altrimenti si ricorderà e mi caccerà.
«Poi faccio colazione con mia madre o col cane, evado la corrispondenza – Louise Colet, di cui le ho parlato prima, mi scrive ogni giorno – e per un’ora insegno grammatica, storia e geografia a mia nipote Caroline, che amo più della mia vita, mangio qualcosa, e alle due mi metto a lavorare». «E poi?», ma non mi interessa davvero, anche se è la routine di quello che un giorno chiameranno Maestro, con la m maiuscola, ne sono certa. Penso solo al manoscritto. Allungo le mani verso le carte, Gustave si allontana piano.
«Poi lavoro fino alle sette o alle otto, di nuovo una pausa con mia madre per cenare e stare un po’ con lei, e poi lavoro e studio fino alle due, le tre del mattino. Poi scrivo a Louise. Non so come spiegarlo, scrivere a lei del lavoro sul romanzo, i dettagli, la fatica, la gioia di aver trovato una parola, la disperazione di non aver raggiunto il mio scopo; tutto questo mi calma. Sapete, con Madame Bovary ho imparato quanto è importante la struttura. E farsi un piano dell’opera. Ma questo viene solo dopo». «Dopo cosa?», ormai sono asciutta ma non so perché tremo. «Dopo che, era il Natale del ’44 e io ero disperato di dover stare a Parigi e non qui a Croisset, e di dover studiare Giurisprudenza invece che dedicarmi alle Lettere, sono tornato per le feste a Rouen. Tornando a casa una sera con mio fratello Achille, per qualche minuto muoio». «Morite?». «Mi sono sentito travolto da un torrente in fiamme». «E poi?». «Poi mi succede di nuovo, a gennaio. E così…»,
«Così?», odio dovergli tirare le parole dalla bocca con le ganasce (le vedo proprio, come fossero qui, le mie mani con due ganasce che gli tirano fuori le parole dalla bocca, vedo le lettere comparire a una a una). «Così mio padre decide che non mi allontanerò più da Rouen, e che lascerò gli studi di giurisprudenza. Da lì in poi mi sono dedicato solo allo studio della letteratura, e mi allontano da qui, come le ho detto, solo per viaggiare».
«Malattia provvidenziale», mi scappa. Lui fa spallucce. «Ho scritto Madame Bovary dividendo in due la pagina. Su una parte scrivevo la bozza, una specie di riassunto del capitolo, sull’altra la bella». «Raccontatemi», sento che ci avviciniamo, sono avida di questa donna-mondo, di questa donna oscena e leggerissima: Emma Bovary. «Ma questo solo dopo». «Dopo gli accessi?», dico. «No, ancora dopo». «Dopo cosa?», pendo dalle sue labbra, sto per svenire. «Dopo il giorno del fallimento», si rialza di scatto, vedo quel manoscritto allontanarsi. Va alla finestra e mi sembra che la lampara di una barca lo saluti, perché si accende e si spegne nel nero del giorno. Lui solleva la mano. La poggia sul vetro.
«Il giorno del fallimento?», dico.
«È mezzogiorno», dice lui, «devo lavorare», dice. «Vi prego», dico, «vi prego con tutte le mie forze. Solo due cose ancora: il fallimento e il manoscritto».
«Chi mi dice che Madame Bovary non è maledetto, non mi porterà sfortuna?».
«Lei non ha capito cos’ha scritto», balzo in piedi, «la storia di una donna coraggiosa, libera fino alla morte».
«E il pesante veicolo si mise in moto».
«Cos’è?».
«Una frase del pezzo che mi hanno censurato. Emma e il suo amante si amano in carrozza».
«Posso vederlo?».
«Devo parlare del fallimento», dice come se qualcuno dall’aldilà lo comandasse. «Lei dall’oltretomba lo corrompeva».
«Questo lo so cos’è. Charles posseduto da Emma morta. Lei dall’oltretomba lo corrompeva».
«Il fallimento».
«Il fallimento», mi alzo anch’io.
La campana da chissà dove, una campana fantasma, sono sicura, batte ancora il mezzogiorno. Gustave si gira verso di me. «Signorina», mi dice, «il lavoro mi chiama, non posso rimandare. Sarei maledetto». «Vi supplico», dico, quasi mi metto in ginocchio, «mi faccia vedere almeno il manoscritto». Entra Julie, come in una pièce. «È ora, signorina», mi dice, e mi guida fuori, mi tira leggera ma fortissima, non riesco a togliermi queste mani di dosso che mi tirano via, fuori dalla stanza, mentre Gustava ripete, «la maledizione, il fallimento», e Julie ha degli occhi strani, sembra che mi mangerà.