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Accendere una lampada e sparire: questo fanno i poeti

Anche nell’epoca dell’io-io, dell’autobiografia in presa diretta, dell’autofiction di successo e d’insuccesso, scrivere continua a essere una scomparsa. Emily Dickinson, Antonella Anedda, Katherine Mansfield, Patrizia Cavalli, Silvia Bre. Il racconto della disobbedienza alla linea verticale: ogni vera scrittrice, ogni poeta sparisce dietro le parole che scrive

C’è modo e modo di sparire: recita così il titolo dell’edizione italiana dei versi di una delle più grandi poete romene contemporanee, Nina Cassian. Ed è proprio vero, ci sono molti modi per sparire. Scrivere è uno dei migliori.

Anche nell’epoca dell’io-io, dell’autobiografia in presa diretta, dell’autofiction di successo e d’insuccesso, scrivere continua a essere una scomparsa.

Ogni vera scrittrice, ogni vero scrittore e poeta sparisce dietro le parole che scrive. E non perché non parli di sé, ma perché anche se parla di sé parla di un altro, avendo fatto di sé – proprio nell’atto di osservarsi – una lacuna, un’assenza, uno smemoramento.

«Poco di me ricordo/ io che a me sempre ho pensato» – scrive Patrizia Cavalli in Le mie poesie non cambieranno il mondo. E continua: «Mi scompaio come l’oggetto/ troppo a lungo guardato./ Ritornerò a dire/ la mia luminosa scomparsa».

Scrivere è una scomparsa luminosa. È guardare e guardarsi al punto da sformare i propri tratti e i contorni delle cose, così da ricrearle a partire da quel dileguamento.

Lo spiega perfettamente Katherine Mansfield, in una lettera del 1918 all’amica pittrice del circolo di Bloomsbury, Dorothy Brett:

«Quando passo davanti a una vetrina di mele non posso fare a meno di fermarmi e fissarle finché non sento che io stessa sto diventando una mela – e che da un momento all’altro posso far venire fuori una mela, miracolosamente, come un prestigiatore tira fuori un uovo. Quando dipingi mele non senti che i tuoi seni e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembrano delle sciocchezze? A me no. Sono sicura che non lo sono. Quando scrivo di anatre giuro che sono un’anatra […]. In effetti, l’intero processo di diventare anatra è così eccitante che solo a pensarci mi manca il fiato. Anche se è il massimo a cui la maggior parte delle persone può aspirare, in realtà è solo il preludio. Segue il momento in cui si è più anatra, più mela, più Natasha di quanto esse stesse possano mai esserlo, e quindi le si crea di nuovo».

La sparizione è doppia: non solo Katherine Mansfield sparisce a sé stessa divenendo la cosa che osserva, ma la cosa stessa, stravista, sparisce per essere ricreata dalla scrittrice, che a quel punto è non-più-sé-stessa e insieme più cosa della cosa stessa.

Scrivere, insomma, è affacciarsi pericolosamente dal davanzale dell’io per cadere nelle cose. Disobbedendo alla linea verticale, alla postura eretta, per assumerne una costantemente periclitante, l’unica che consenta di raggiungere sé stessi ritraendosi da sé stessi. Scrivere è ritrazione. Nell’accezione utilizzata da Antonella Anedda in un suo articolo pubblicato su Doppiozero lo scorso anno: «Per ritrazione intendo l’essere assorbito dai dettagli, concentrarsi dimenticandosi, fare sparire dietro anzi dentro i dettagli perfino il proprio talento, la pittura stessa: la scrittura stessa. Significa lasciare una possibilità alla variante della ritrazione, la reticenza. Reticenza significa continuare a porre dei problemi».

Scrivere, dunque, è essere reticenti a dire io, o meglio, è dire io senza dire io, o ancora, è dire io per non dire io.

«Io con l’io mi nascondo», scrive sempre Anedda, in una poesia della raccolta Historiae: per la poeta, dire “io” serve precisamente a non dirlo, l’io, nei suoi versi, «finge di esistere/ ma è una busta come quelle usate per la spesa/ piena di verdure o pesce surgelato». È ancora Antonella Anedda, ne La luce delle cose, ad affermare: «Così concepisco la scrittura: scrivere per sparire, perché la vita si squaderni davanti a me, senza di me, il volto finalmente più sfocato del bianco dei fogli o dell’azzurro dello schermo, il volto privato del riflesso».

È quanto sembra intendere, dal canto suo, anche Silvia Bre in una delle poesie che chiudono il libro La fine di quest’arte: «Quando si tuffa la faccia in un lago/ torna subito a pelo dell’acqua, non riesci/ serve un fucile/ per forzare il reale a farsi largo/ devi esserci/ per poter sparire».

L’eccesso di presenza della nostra faccia, la parte di noi che più ci impone un obbligo di comparizione, è insieme pena e opportunità. Perché solo dove c’è un volto, un volto può svanire, solo dove c’è un io, quell’io può farsi nulla attraverso la scrittura. Come leggiamo in altri versi di Bre, tratti da Le barricate misteriose:

Scrivo – ed è ombra a cui spoglio la vita
del tremito che altera l’alza in guglie – cosa pronta a svanire – è quasi nulla, nulla – come un girar di biga
con un auriga assorto
che ora corteggia l’aria in cui trascorre
ora i capelli spettinati ad essa –
o è solo dire al vento di una grazia terrena, zelo di conca in cui consista il tempo.

Di questa «cosa pronta a svanire» che siamo, la scrittura si fa carico come un cocchiere, un guidatore «assorto» che devia dal tragitto prestabilito, curvando verso una predicazione erratica, nomade, indigente, il dire di un io che è quasi-nulla e che proprio per questo, nello spazio liberato dalla sua assenza, può far scorrere la vita. È ancora Silvia Bre a dirlo, sempre ne Le barricate misteriose:

Vorrei consigliarti ciò che mi consiglia
questa sera velata di marzo
e non so cosa.
Dovrebbe diventare un’opinione,
un puro assaggio, l’anima che sale
dal paesaggio del mondo aperto al mio terrazzo –
tutto è più intorno – le vite nelle strade,
i monti dentro i cieli e di sicuro, in qualche punto,
mari. Ci vorrebbe del tempo per spiegare che allargando lo sguardo
si sparisce, e quanto è bene.

Il «paesaggio del mondo aperto» si fa spazio laddove lo sguardo del singolo è disposto a perdersi e sparire nell’altrove, un altrove che “spianta” l’asse dell’io consentendogli di sporgere in una disconferma di sé che è conferma del mondo, di un più ampio esistere.

Si tratta di un transito difficile, ma benefico. Se si è abbastanza sfacciati da perdere la faccia, la sparizione dei propri tratti farà largo a un totale che circonda e non disperde, che non aumenta ma riduce la solitudine.

Questo vale per tutte e tutti, chi scrive e chi non scrive. Ma è compito preciso dei poeti. Come sostiene Emily Dickinson, maestra di dileguamenti:

Accendere una lampada e sparire
questo fanno i poeti
ma le scintille che hanno ravvivato
se vivida è la luce
durano come i soli
ogni epoca una lente
che dissemina
la loro circonferenza.

Si può sparire dietro una luce accesa, sparire proprio perché la si è accesa, prendere ombra dal bagliore e indietreggiare, come un artificiere si fa piccolo e lontano sotto il lampo pirotecnico a cui ha dato fuoco. Così i poeti, che mandano luce al mondo facendosi assenti.

Ma anche la scrittura stessa, col suo mistero, con la sua lingua cifrata, in alcune circostanze può sparire. Lo leggiamo nei versi di un’altra grande poeta contemporanea, che ci ha lasciato quasi dieci anni fa, Jolanda Insana:

Volendo si può scrivere con succo
di cipolla o di limone o di altro frutto agro
e nessun segno sarà mai visibile
finché non si mostra al fuoco
e torna parola
per scomparire lontano dal fuoco.

È proprio Insana, in un intervento tenuto nel 2014 nell’ambito del Premio Napoli, a ricondurre questi versi tratti da La Stortura alla dimensione del gioco d’infanzia, dell’inchiostro simpatico, del linguaggio occulto e favoloso dei bambini: scrivere magicamente, per vedere in un attimo sparire e ricomparire – in controluce – le parole. Scrivere come incantesimo, come tentativo di ingannare il reale o di inventarne un altro, invisibile agli adulti, che non possono, non devono, avervi accesso.

Ma questi versi di Insana sono anche un monito per chi scrive, ed è sempre la poeta a dichiararlo: «La poesia se è lontana dal fuoco – quello della vita – non si legge. La poesia è soltanto legata alla vita, al suo movimento, ai suoi cambiamenti, ai suoi scozzamenti, rabbie e passioni».

Senza scintille – le stesse accese da Emily Dickinson – la poesia non si vede, è illeggibile.

E non si tratta forse di un avvertimento anche per noi lettrici e lettori? Sta a noi continuare a portare accanto al fuoco le pagine delle scrittrici, dei poeti che amiamo, esporle alla fiamma viva della nostra esistenza, seguire le istruzioni segrete perché la lingua, la parola, il verso riappaiano guizzando, brillanti, arroventati, mai sopiti.

«Sono molte/ le cose che la notte fanno lume/ ma ci vuole più chiaro lume/ perché si possa vedere la notte» – è ancora Insana a dirlo: chi scrive ci consente di vedere nella notte, ma soprattutto di vedere la notte. Vedere cioè l’invisibile: non semplicemente riconoscere le forme di quanto è avvolto nel buio, ma vedere il buio. Che è cosa del tutto diversa. La luce che emana dalla scrittura non “normalizza” il buio rendendolo più chiaro, non trasforma la notte in giorno, ma illumina il buio nel suo essere tale.

Così, ciò che ci sparisce – la notte – diviene apparizione di un altro tempo, di un altro modo di stare, di andare verso le cose. «Vedo dal buio/ come dal più radioso dei balconi», scrive ancora Antonella Anedda, nella poesia che apre il libro Notti di pace occidentale. E continua: «Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce/ scostandola in silenzio/ fino al varco più nudo – al nero/ di un tempo che compone/ nello spazio battuto dai miei piedi/ una terra lentissima/ – promessa».

Scrivere è incedere nel mondo «scostando» poco a poco da sé la luce, tagliando il paesaggio come un’ombra – o meglio ancora, tagliandosi dal paesaggio con la propria ombra – fino a sparire nel nero in cui la promessa di ogni parola sosta e respira.

Chi scrive va in quel luogo senza noi, senza sé stesso, e da quell’eclissi lentamente parla, soffiando verso il mondo sillabe nuove, come scariche di luce, come un vento solare.

È un soffio che si appoggia su di noi come polvere dorata, leggerissima, la polvere di un punto d’eterno attraverso cui, uno dopo l’altro, i nomi dimenticati delle cose si riaffacciano alla nostra esperienza.

Chi li pronuncia dal suo lontano, dal suo quasi-nulla, ci è caro e vicinissimo, come tutte le poete, come tutti i poeti e gli scrittori che, sparendo, hanno fatto spazio per ospitarci nelle loro parole.

Così scriveva in Stellezze una di loro, la grande Paola Febbraro, troppo spesso dimenticata:

Queste stanze che diventano locande
sono le mie poesie

le lascio con una leggerezza tale
da farmi godere

perché non si dice mai che si gode a sparire.

Forse anche oggi, nell’epoca dell’io-io, questi versi ci aiutano a fare luce, o magari a fare ombra, sui nostri desideri, su ciò che crediamo importante. Esserci a tutti i costi, non essere dimenticati, non essere soli, essere riconosciuti, raccontare di noi, di noi, di noi… Oppure invece: lasciare andare, liberare uno spazio, aprire un varco per la vita, farla passare. Sparire ogni tanto. Commettere una leggerezza.

Sara De Simone è critica letteraria e traduttrice. Ha curato e tradotto i diari e i racconti di Katherine Mansfield. «Con Nessuna come lei» (Neri Pozza) ha vinto il Premio Rapallo per la saggistica 2023. Il suo ultimo libro, dedicato a Emily Dickinson, è «Una tranquilla vita dal vulcano» (Solferino, 2025).