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Il fallimento estremo come pratica di vita

L’ottimista è capace di colpevolizzarci come nessuno mai. Al contrario, il pessimista è fortissimo nella consolazione. In questa diatriba millenaria tra due modi di stare al mondo, l’imperdibile saggio di Costica Bradatan ci insegna l’umiltà che abbassa le illusioni e fa venire voglia di pace

Nella diatriba ottimisti vs pessimisti, se siamo più a favore degli uni o degli altri o se siamo un po’ degli uni e un po’ degli altri, in questa millenaria diatriba una cosa è perlomeno certa.

Gli ottimisti sono forti nella speranza ma poveri nella consolazione. Sono quelli a cui crediamo quando ci dicono: forza ce la puoi fare! Sono quelli che ci danno consigli su come fare, che ci impongono, a fin di bene, dei precetti mattutini, alzarsi presto, fare sport, imparare a respirare. Certo, alcuni esagerano con i buoni propositi, diventano dittatoriali, dei dischi rotti, soprattutto quando ripetono a pappardella: volere è potere, o never give up concetti incredibilmente dannosi, capaci di creare dei soggetti autoingannanti, concentrati come sono a cercare questo famoso io interiore che dovrebbe essere, a loro dire, più puro e autentico (ma chissà perché è nascosto).

Noi, gli ottimisti li ringraziamo: ci aiutano. Però se fallisci, perché scopri che volere non è potere (non dipende tutto da te, sei un individuo immerso in una ragnatela relazionale), se diventi una macchina da guerra che passa sopra i corpi di tutti perché, appunto, non ti puoi arrendere, se ti accade tutto questo allora l’ottimista ti dice che è colpa tua: non hai seguito i suoi precetti. L’ottimista è capace di colpevolizzarti come nessuno mai. Al contrario, il pessimista è povero nella speranza, ha questa sensazione che volere non è potere, anzi, probabile che nemmeno il libero arbitrio sia così marcato. Povero nella speranza dunque, però è fortissimo nella consolazione. Se sbagli non è colpa tua, se fallisci ti dice benvenuto. Dunque, in questa diatriba millenaria se siete interessati alle virtù del pessimismo e delle sue svariate declinazioni, tra cui il fallimento, allora c’è un imperdibile saggio di Costica Bradatan, Elogio del fallimento. Quattro lezioni di umiltà (il Saggiatore). Il filosofo romeno-americano struttura il libro in quattro macro capitoli, il mondo caduto, le macerie del fallimento politico, vincenti e perdenti e l’estremo fallimento. Parte da questo punto di vista: «Proprio come il peccato il fallimento può essere disonorevole (…) brutto come il peccato. Può essere violento, odioso, devastante come la vita stessa. Ma proprio per la sua universalità, generalmente viene trascurato o rifiutato. O peggio ancora, trasformato in un fenomeno di tendenza da guru del self help, amministratori delegati in pensione con troppo tempo a disposizione. Hanno finito tutti per ridicolizzare il fallimento, cercando, senza la minima ironia di etichettarlo in maniera diversa, renderlo come un trampolino di lancio verso il successo». Partendo da questo punto di vista – dicevamo – Bradatan non solo esamina tutti quei fantastici, ironici, istruttivi pensatori pessimisti, da Simone Weil (elogio della sua goffaggine) a Cioran (elogio del contemplativo), ma analizza i fallimenti della politica, di alcune idee che abbiamo valutato con troppo ottimismo, e insieme a quei pensatori esistenzialisti che hanno fatto dell’estremo fallimento una pratica di vita, analizza la condizione umana. Magari le loro scelte sono state estreme ma perlomeno capaci di produrre una poetica niente male e sicuramente un’analisi delle ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta così seria da far impallidire qualsiasi ottimista sorridente. Ah, queste quattro lezioni di umiltà, abbassando le illusioni, fanno venire voglia di pace. Di indagare sulle ragioni dei conflitti esistenziali e dunque cercare la pace e far pace: come lettura è speranzosa, come la pace, ma questo è il paradosso del pessimismo.

Antonio Pascale (Napoli, 1966), è scrittore, autore e ispettore presso il Mipaaf. Cura “Agrifoglio”, l’approfondimento di agricoltura del Foglio. Ha pubblicato, tra gli altri, con Einaudi: “La manutenzione degli affetti” (2003), “Le attenuanti sentimentali (2013), “Le aggravanti sentimentali” (2016) e “La foglia di fico” (2021), finalista al Premio Campiello 2022.