Il 6 dicembre 1989 Marc Lépine, un venticinquenne canadese, chiarisce nella sua lettera di addio che se quel giorno morirà suicida non sarà per ragioni economiche bensì politiche. Aggiunge che nonostante i media lo definiranno folle, lui si considera un uomo erudito e razionale che odia le femministe. Firma, allega una lista di nomi, poi va all’École Polytechnique di Montréal e spara esclusivamente alle studentesse, invitando gli uomini presenti ad allontanarsi. Uccide quattordici ragazze a caso prima di ammazzarsi.
La distanza geografica e storica da quello che è spesso considerato il primo attentato apertamente antifemminista dei nostri giorni – o il primo femminicidio di massa, secondo alcuni – può farci sentire al sicuro. Sarebbe un errore, perché nei forum più estremi della manosfera, Lépine è stato celebrato come il primo stragista incel della storia.
Gli incel, i celibi involontari, sono da anni oggetto dell’attenzione dei media e della produzione culturale di massa, basti pensare al successo della serie Netflix Adolescence. Spesso definiti una sottocultura, sono i portatori di una misoginia estrema che si aggregano informalmente nel mondo dei forum online dedicati. Non esistono solo forum in lingua inglese, il fenomeno è transnazionale e include naturalmente anche l’Italia, come diverse inchieste giornalistiche hanno messo in luce. Un primo profilo della dimensione europea del fenomeno era stato tracciato nel 2021 in un documento del Ran, il Radicalisation Awareness Network della Commissione europea; il nostro continente veniva considerato dagli incel locali come particolarmente ostile alla loro condizione, perché troppo progressista e femminista. «Il profilo sociodemografico è variegato, dal poco che si riesce a capire. Primo, perché si tratta di gruppi molto chiusi; secondo, perché è una realtà in evoluzione, i dati non sono sempre molto precisi», spiega Sara Brzuszkiewicz, ricercatrice dell’Italian team for security terroristic issues and managing emergencies (Itstime), centro di ricerca dell’Università Cattolica di Milano. Gli incel europei hanno tra i 16 e i 30 anni, secondo i dati di quattro anni fa erano concentrati soprattutto in Germania ma diffusi quasi ovunque.
Sebbene gli attentati più eclatanti si siano finora verificati in paesi anglosassoni – Stati Uniti, Canada, Regno Unito – la violenza retorica è condivisa nella sfera incel online anche europea e italiana. Il movente di un caso di duplice omicidio avvenuto nel 2020 a Lecce è stato accostato a una mentalità da incel. E all’inizio di questo mese per la prima volta in Francia un diciottenne è stato accusato di aver tentato di realizzare un attentato terroristico di matrice incel. Gli agenti dell’agenzia di intelligence interna, la Dgsi, lo hanno fermato vicino una scuola a Saint-Étienne, aveva nello zaino due coltelli.
I tentativi di fotografare gli incel italiani ed europei, dunque, esistono ma la tendenza generale è rimasta quella di inquadrarli come dei disadattati con problemi psicologici, estranei alla sfera sociale. Ma l’attenzione alla salute mentale individuale rischia di fornire un alibi all’opinione pubblica e alla politica. La violenza è archiviata come conseguenza del disturbo del singolo. Si dirà che l’omicida era un lupo solitario noto ai centri per la salute mentale, dopotutto.
Certamente una questione di disagio psicologico esiste. Una ricerca italiana del 2022 ha indagato quali sono i tratti della personalità che predicono l’attitudine a comportamenti di misoginia estrema. «Nell’incel il tratto psicopatologico è molto simile a quello di chi è omofobo: abbiamo visto come la paranoia, la depressione, la mancanza di autostima siano elementi di forte predizione verso l’attitudine incel», spiega Giacomo Ciocca, docente di Psicologia clinica all’Università La Sapienza di Roma. Ciocca, in collaborazione con la collega Lilybeth Fontanesi dell’Università di Chieti e altri, ha raccolto e analizzato le risposte a un questionario online sulla misoginia, distribuito a una popolazione maschile italiana tra i 18 e i 40 anni. Tra le domande poste ai partecipanti vi erano quelle della Incel traits scales, strumento riconosciuto a livello internazionale per queste misurazioni. «In una personalità vulnerabile, l’elemento incel oggi è da considerare più come un sintomo, una manifestazione, una conseguenza di un’eventuale psicopatologia preesistente», sottolinea il docente. La ricerca mette soprattutto in evidenza il legame tra tendenza alla misoginia estrema e paranoia. «Noi sappiamo da un punto di vista scientifico, sperimentale e psicopatologico che il tratto paranoideo è quello che maggiormente si associa al comportamento violento», spiega Ciocca. Per una maggioranza di misogini estremi che non passerà mai all’azione, esiste una minoranza che dovrebbe essere presa sul serio. «Non c’è un’associazione tra disturbo mentale e aggressività o violenza – rimarca l’autore della ricerca – ma sappiamo che c’è un’associazione tra paranoia e comportamento violento».
Avrebbe senso, allora, creare un’etichetta diagnostica “incel” nei manuali di psichiatria? Il tema è controverso, una decisione di questo tipo porterebbe conseguenze giuridiche, sociali, culturali. La cosa interessante è che gli stessi incel mostrano una spiccata tendenza a catalogare il mondo che considerano a loro ostile. Forse influenzati dal fatto di nascere in un ecosistema online – internet è di per sé una grande macchina catalogatrice – hanno un’ossessione per le metriche, usano scale numeriche per quantificare l’apparenza estetica, sembrano avere pronti acronimi ed etichette per tutto. Uno dei primi aspetti che viene sempre sottolineato quando si parla di incel è proprio il lessico che si ritrova nei forum online: redpillati, blackpillati, Chad, Stacy, per citare le parole più conosciute. Altro punto cruciale è che si descrivono come vittime delle circostanze: è sempre colpa di qualcuno o di qualcos’altro se non hanno relazioni sessuali e affettive. La colpa ricade soprattutto sulle donne, dominatrici del “mercato degli incontri” e delle relazioni sentimentali rigidamente intese come merci di scambio, neoliberiste in cerca del massimo profitto genetico, sociale, economico. Una credenza diffusa è quella che piega alle proprie conclusioni il principio dell’economista Vilfredo Pareto: se per Pareto l’80 per cento delle conseguenze nasceva dal 20 per cento delle cause, per gli incel l’80 per cento delle donne cerca di accaparrarsi il 20 per cento degli uomini su piazza. Questa credenza ammantata da pretese pseudoscientifiche e pseudoaccademiche è uno degli elementi di una possibile ideologia incel, come ha scritto Brzuszkiewicz in un suo articolo. Allora, è più probabile che ci troviamo di fronte a un’ideologia e non a una patologia?
Non tutti i colleghi di Brzuszkiewicz sono concordi nel parlare di ideologia, lo specifica lei stessa. E non tutti sono concordi nel ritenere che la minaccia di atti violenti da parte di incel possa essere definita terrorismo. La ricercatrice ha tuttavia provato a mettere insieme alcuni elementi per capire se esiste una dottrina incel. Il primo aspetto che evidenzia è quello sotto gli occhi di tutti: c’è un oggetto della propria ira e delle proprie frustrazioni, le donne e in parte anche alcuni tipi di maschi. In questo modo la visione del mondo è in due gruppi ben definiti e in contrasto, c’è un loro e c’è un noi. Tra gli altri elementi, oltre al vedersi come sistematicamente rigettati dal mercato delle relazioni in virtù della loro rivisitazione della regola 80-20 e del loro determinismo estetico, c’è una prospettiva misogina che parte dal presupposto della loro presunta inferiorità rispetto al genere femminile, genere che detiene il potere assoluto sulla sessualità. L’esito è che non ha senso provare a rispettare le donne, perché preferiranno sempre la minoranza fortunata degli uomini.
Non c’è quindi solo un lessico comune fatto di nomignoli, sigle e citazioni, c’è un sistema di narrazioni condivise che può portare alla radicalizzazione all’interno di un gruppo che si sente minacciato dal mondo esterno. «Anche se non volessimo definirla come un’ideologia strutturata – spiega Brzuszkiewicz – di sicuro c’è un tentativo di crearla, un’aspirazione affinché tutto ciò diventi ideologia». A questo punto bisogna domandarsi che cosa mettano in campo i governi europei per affrontare questo fenomeno e le possibili minacce che possono rappresentare alcuni individui. I servizi per la salute mentale e quelli sociali sono essenziali ma non possono rappresentare la soluzione a tutto. Per la condizione incel si stanno iniziando a sviluppare pratiche di deradicalizzazione e di prevenzione, come avviene per alcune forme di terrorismo, dal jihadismo all’estremismo politico.
Rispetto a questi ultimi, la radicalizzazione incel sembra avvenire in modo più accessibile, visto che è un mondo che si evolve soprattutto online e non richiede particolari conoscenze religiose o politiche; non bisogna frequentare la moschea dell’imam estremista o un circolo politico clandestino. La frustrazione verso la propria vita affettiva e sessuale è sufficiente, tanto che alcuni criminologi chiamano gli atti commessi sulla base di queste idee grievance-fuelled violence, violenza alimentata dalle lagnanze.
Lo scorso anno, sempre per il servizio della Commissione europea Ran (che recentemente ha cambiato denominazione), è stato pubblicato uno studio sui trend online antifemministi e misogini. Il documento mette in luce l’esistenza di vuoti nelle attuali pratiche di antiterrorismo per la violenza misogina estrema. Questo in parte perché l’ideologia dell’incel violento è l’estremizzazione del sessismo e delle diseguaglianze di genere esistenti nella vita di tutti giorni, con un grottesco capovolgimento fittizio dei rapporti di forza.
Com’è ovvio, politiche favorevoli a una reale uguaglianza di genere sono indispensabili, ma intanto non abbiamo bisogno di aspettare la fine del sessismo per iniziare a deradicalizzare gli incel. Esistono già alcuni forum online, subreddit come r/ExRedPill e r/IncelExit che tentano di offrire consigli e sostegno per chi vuole cambiare vita o per chi vorrebbe impedire che una persona cara diventi un estremista. E ci sono azioni che i governi europei possono intraprendere, oltre a fare prevenzione con campagne di educazione sessuale e affettiva e sul rispetto della diversità. L’esperta di terrorismo mi illustra un elenco di possibili contromosse a livello europeo, una specie di kit di base per approcciare l’estremismo misogino. Comprende maggiori finanziamenti alla ricerca, una classificazione comune del fenomeno come terroristico e accordi con le piattaforme online per programmi di reindirizzamento dei contenuti pericolosi. I servizi di sicurezza dei paesi europei hanno sempre più bisogno di mettere a fattore comune le informazioni e le esperienze maturate. Ma qui il problema è a monte: per ottenere informazioni servono risorse, utili per esempio per monitorare i forum che destano maggior preoccupazione.
Alla stampa francese l’avvocata del diciottenne fermato a Saint-Étienne ha descritto l’accusato come un teenager che sta soffrendo, non un combattente che sta pianificando un’azione. È possibile, però, che in una combinazione complessa le due parti del fenomeno, patologica e ideologica, individuale e politica, non siano contrapposte, dopotutto. Da questo potrebbero nascere nuove risposte.