Niviaq Korneliussen, nata in Groenlandia nel 1990, ha scritto finora due romanzi. Due anni fa Iperborea aveva già pubblicato la traduzione italiana del secondo, La valle dei fiori. E ora è uscito per lo stesso editore anche Una notte a Nuuk, il suo libro di esordio. Korneliussen scrive e pubblica in groenlandese e poi si autotraduce in danese – lingua da cui Francesca Turri ha tratto le ottime versioni italiane di entrambi i romanzi. In questo modo i suoi libri hanno potuto varcare i confini dell’isola in cui vive, che è enorme dal punto di vista territoriale (sette volte l’Italia) ma microscopica dal punto di vista demografico (ha circa 57 mila abitanti) e pressoché inesistente dal punto di vista editoriale. Una notte a Nuuk – più acerbo, urgente, e pulsante de La valle dei fiori, più imprevisto e imprevedibile, con il suo stream of consciousness reso piacevolissimo dalla brevità delle frasi, con i versi di canzoni (in inglese) che si infilano da tutte le parti, con gli scambi via chat e gli emoticon – racconta la tormentata, esitante e assetata vita sentimentale, sessuale, relazionale di cinque ragazzi che appartengono a vario titolo alla comunità lgbtqia+ di Nuuk, la capitale della Groenlandia. Nello scorso febbraio, ospite del festival “I boreali”, a Milano, Korneliussen ha detto che Nuuk, che ha 19 mila abitanti, è «la più piccola grande città del mondo».
La valle dei fiori – un romanzo più adulto e ironico rispetto al precedente e dotato di una costruzione narrativa più complessa, ma forse ancora più crudo e disperato di Una notte a Nuuk – racconta, attraverso la sua protagonista, il disagio di una generazione intera di groenlandesi che sfocia in uno spaventoso tasso di suicidi, specie tra i giovani e i giovanissimi. Un dato che non ha paragoni in nessun altro posto del mondo.
Al di là di qualsiasi eventuale “messaggio” (il dio della letteratura ci scampi dai messaggi), al di là di qualsivoglia esotismo (che un lettore occidentale ci troverà inevitabilmente, ma ci torneremo più in là) e al di là delle tematiche woke (chi vorrà trovarcele ne troverà quante ne vuole, ma torneremo anche su questo), i due romanzi di Korneliussen sono davvero belli. La scrittrice osserva il mondo dal più piccolo buco della serratura che si possa immaginare – e cioè attraverso il filtro della comunità queer della Groenlandia – quante saranno le persone queer groenlandesi che appartengono alla generazione di Korneliussen, forse cinquecento in tutto? Eppure i suoi libri hanno un’intensità che arriva intatta ovunque, tanto che sono stati tradotti entrambi in una decina di lingue.
Non è un mistero che una buona parte della magia nasca da uno specifico cortocircuito che è stato innescato dall’uscita di Una notte a Nuuk ed è stato poi confermato da La valle dei fiori. Niviaq Korneliussen non è la prima scrittrice a esprimersi in groenlandese, ma è la prima a diventare un’autrice internazionale. Il suo ruolo è quindi paragonabile a quello che in Italia ha avuto Alessandro Manzoni e in Spagna Cervantes – ma certo, lo si dice si parva licet, ci mancherebbe, ma non c’è neppure troppo da ridere, perché è proprio lei che ha inserito il groenlandese nell’atlante delle lingue, e non sono poi molte, provviste di una letteratura capace di produrre romanzi che oltrepassano le frontiere. E questa scrittrice, che appartiene alla comunità inuit e cioè a una comunità contraddistinta da un’ancestrale alterità rispetto a tutto il mondo circostante, se n’è uscita dal nulla e ha fatto irruzione sulla scena letteraria internazionale con due libri ultracontemporanei per stile e per argomento: ovvero, i dolori dei giovani Werther, perlopiù queer, di Nuuk e dintorni. Sì, i “temi” (che brutta parola, che fa pensare al “messaggio”) sono questi. Ma, se non si vuole cascare in una chiusura mentale uguale e contraria agli eccessi dell’ideologia woke (che qui comunque c’entra poco), bisogna riconoscere una cosa: quando le voci finora meno ascoltate sono innervate dal talento, spesso nascono delle cose molto belle perché molto nuove. E non solo per iscritto. È il caso, ad esempio, delle incredibili opere di stoffa cucite dalla rom polacca Malgorzata Mirga-Tas, per rimanere nel Grande Nord, dei rotoli di stoffa ricamata della sami svedese Britta Marakatt-Labba o dei dipinti di un altro sami svedese, Anders Sunna: tre degli artisti che, distinguendosi in quella mareggiata di robaccia selezionata solo per provare a riparare qualche torto coloniale o a compensare qualche sottorappresentazione, hanno illuminato alcune delle più recenti edizioni della Biennale di Venezia e di Documenta.
E poi, sì, è vero: i libri di Korneliussen, sollecitano anche il gusto per l’esotico. E che male c’è? Quando si legge un romanzo che si srotola in un luogo “strano” come la Groenlandia – specie quando quello che si sta leggendo è già appassionante di suo – la curiosità suscitata dalla scenografia non è che un valore aggiunto. E i due romanzi di Korneliussen sono molto groenlandesi. I giovani (e anche i meno giovani, nel caso de La valle dei fiori) sono uguali ai giovani (e ai meno giovani) di ogni altra parte del mondo. Sono tristi, sono felici, sono genitori, sono figli, sono fratelli, sono sorelle, sono figli unici, hanno degli amici, sono soli, si innamorano, si disinnamorano, nascono, muoiono, scrollano sullo schermo dello smartphone, scopano, lavorano, bevono, si riproducono, si interrogano su chi sono davvero, talvolta sono iperattivi, talvolta sono invece prigionieri del “non studio, non lavoro, non guardo la tv” e qualche volta, purtroppo, si suicidano.
Ma i giovani che conosciamo nei romanzi di Korneliussen sono anche groenlandesi. Sono inuit. Appartengono a un popolo indigeno che vive da secoli in un contesto “occidentale” – come i nativi americani, gli aborigeni australiani, i maori neozelandesi e, in Europa, i sami (un tempo più noti con l’esoetnonimo “lapponi”) che sono sparsi tra Norvegia, Svezia e Finlandia. Ma, a differenza di tutti questi popoli, e anche degli inuit che vivono in Canada e in Alaska, gli inuit groenlandesi, nella loro isola grande come un continente, non sono una minoranza numericamente irrilevante, ma costituiscono, al contrario, la grandissima maggioranza della popolazione.
In termini assoluti, però, sono pochissimi. E per loro non è facile. Non sono danesi, anche se la Groenlandia, pur godendo di un’enorme autonomia, fa ancora parte della Danimarca (è un rapporto complicato, riguardo al quale si intuiscono molte cose leggendo i romanzi di Korneliussen che, da parte sua, in un suo intervento a “I boreali”, dopo aver analizzato in profondità la questione, un po’ per scherzo e un po’ no, ha sintetizzato il tutto con un “Fuck Denmark!”). Non sono europei – e nel 1982, in anticipo di trentaquattro anni sui britannici, sono usciti, anche loro per via referendaria, dall’Unione europea. Non sono americani (e non lo saranno quantomeno finché Donald Trump non invaderà militarmente l’isola, come ha già ipotizzato più volte di fare). Sono legatissimi – e chi non lo è? – alle loro tradizioni e alla loro alterità. Ma sono immersi fino alle narici nel XXI secolo che – come e più del XIX e del XX – nega loro, per moltissimi versi, la possibilità di continuare a essere se stessi.
I groenlandesi si autogovernano. E se volessero potrebbero staccarsi del tutto da Copenaghen. Ma neppure i partiti indipendentisti sanno come potrebbero far tornare i conti di una Groenlandia totalmente sovrana, se non svendendosi (ma con quale prospettiva di lungo termine?) ai più avidi cacciatori di risorse o a un tourism che, data la demografia, diventa over anche solo se atterrano un paio di aerei o se attracca una di quelle navi da crociera che trasportano più persone di quante ne abitano a Sisimiut, che, con i suoi 5.500 abitanti, è la seconda città più popolosa dell’isola.
È difficile nel 2025 essere, lassù, un popolo composto da circa 50 mila persone. E sono soprattutto i giovani a essere spaesati. Molto spaesati. Non per nulla, il video di Qimiinnarl, una delle canzoni più popolari del rapper Tarrak (il testo è in groenlandese, ma su YouTube la si può reperire con i sottotitoli in inglese), inizia dallo psicologo. E non per nulla la salute mentale è al centro de La valle dei fiori (ma neanche i ragazzi di Una notte a Nuuk si sentono tanto bene). A un certo punto, però, Trump ha cominciato a insistere con l’ipotesi di annessione dell’isola – poi si è annoiato e ha cambiato canale, ma chissà che facendo il suo consueto zapping, non torni in futuro a interessarsi alla faccenda. Ed ecco che la Groenlandia è entrata d’improvviso, per la prima volta nella storia, nel cono di interesse del resto del mondo. È stato allora che i più scrupolosi giornalisti stranieri hanno cercato di capire meglio che cosa fosse la Groenlandia e chi fossero i groenlandesi. E Korneliussen, che è l’unica scrittrice groenlandese conosciuta all’estero, si è trovata in una situazione complicata. Succederebbe forse lo stesso a Jamaica Kincaid, se Antigua arrivasse sulle prime pagine dei giornali. E sarebbe forse successo lo stesso a Derek Walcott se le elezioni a Saint Lucia fossero diventate una faccenda di interesse internazionale, com’è accaduto nel caso della Groenlandia, per una strana settimana, nel marzo scorso. Interpellando Korneliussen si cercavano, ed è comprensibile, le risposte a quelle domande che si fanno i protagonisti dei suoi libri – che sono delle bellissime domande, perché pur essendo le più antiche del mondo (in sostanza: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?), appaiono invece quasi del tutto inedite se applicate a un microcosmo che quelle domande, in romanzi del genere, non se le era mai poste prima. Ma lei, dopo aver tentato per un po’ di dare delle risposte, peraltro molto interessanti, su che cosa sia, secondo lei, la Groenlandia e su chi siano i groenlandesi (lo ha fatto anche a “I boreali”: cercate online i video dei suoi due interventi), si è poi perlopiù sottratta all’interrogatorio. Perché Niviaq Korneliussen non fa la portavoce di alcunché. Fa la scrittrice. Nel suo paese, che è sprovvisto di un vero mercato editoriale e in cui all’inizio dell’anno ha chiuso l’ultima libreria, i suoi romanzi, nella versione in groenlandese, hanno avuto delle vendite incredibili, nell’ordine delle cinquemila copie. Se volete delle risposte da Niviaq, leggeteli anche voi, ora che sono tradotti in italiano. Oltretutto, non capita spesso di poter leggere dei testi fondativi di una letteratura nazionale così giovane nel momento stesso in cui vengono scritti. È un vezzo esotizzante? E chi se ne importa. Sono comunque due romanzi che vale la pena di leggere. Perché sono belli.