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Sugar daddy finti, truffe verissime

Il precariato costringe a diventare equilibristi, rovistare nelle competenze, accettare nuove proposte: chi investe in criptovalute, chi spera nella Naspi, chi si mette a fare una traduzione in quattro giorni. Tutto finto, tutto inventato, i soldi non arrivano, anzi sei tu che devi pagare per “sbloccarli”. Al tavolino di un bar, un lui che si finge una lei (per ispirare più fiducia) spiega lo schema: ci cascano in tantissimi

La vita è dura dodici mesi all’anno. E per qualcuno l’estate non è una tregua: è una resa dei conti.

A scalare: il 31 agosto per i fortunatissimi, il 30 giugno per i meno fortunati, il 6 giugno per gli infelici. Poi c’è chi non ha nemmeno una data certa: lavora due giorni a settimana o un mese alla volta. A Natale il contratto salta, a Pasqua pure. E a settembre – anzi, ottobre è più probabile – si ricomincia da capo.

È il limbo del precariato nella scuola, un limbo che riguarda 285 mila persone: docenti, personale amministrativo, tecnico, ausiliario.

Nel 2015 erano la metà.

Nel sostegno, in otto anni, il numero è esploso: +349 per cento.

Ma guai a pensare che la scuola sia un’eccezione. La scuola non è un mondo a parte. È lo specchio del mercato del lavoro di oggi. Nel maggio 2025, secondo l’Istat, 2,7 milioni di italiani erano intrappolati in forme contrattuali precarie: part time involontari, somministrati, intermittenti, a termine.

A fine contratto – qualunque esso sia – ci si precipita a richiedere la Naspi. Che arriva quando arriva. Che a volte ci si sbaglia e non arriva. Che è una parte dello stipendio – e, spesso, era dura con la paga intera, figuriamoci con quella dimezzata.

In questo contesto, alcuni si ingegnano. Rovistano tra le proprie competenze, si offrono per i lavori più disparati, sempre attenti a non perdere quel misero sussidio che garantisce, bene o male, una certa stabilità. Con queste precauzioni, le mansioni si restringono. Ma il bisogno accende la creatività e allora si pesca nel mare magnum di internet: lezioni private, una consulenza, like a video, investimenti nella criptovaluta, sugar daddy. Insomma, ognuno secondo ciò che trova e secondo le proprie capacità.

E le truffe sono dietro l’angolo.

Una delle più gettonate segue uno schema molto semplice. Così semplice che funziona in ogni ambito.

Eccone un esempio.

Su un sito generico di lezioni private, sotto la voce «lezioni di italiano», un utente cerca esperti di lingua italiana per traduzioni. Il primo contatto avviene tramite piattaforma, in italiano, poi si passa a WhatsApp, e all’inglese. Il dialogo è diretto, cordiale. Si richiede un curriculum, si spiega che la traduzione va consegnata entro quattro giorni. Quaranta pagine di letteratura classica. A farla bene, non è proprio una passeggiata.

Il compenso però merita: 2.000 euro.

Centro estivo della piccola coperto per tutta l’estate; ci sta pure la scuola guida, che la grande compie i diciotto, sarebbe bello farle un regalo inaspettato.

Insomma, fatti i conti, lo sforzo merita. Si prosegue con la conversazione e la signora – la manager dal Regno Unito – richiede una fotografia. Per farsi un’idea di con chi sta parlando, dice.

La mail con il file arriva subito. Un romanzo dell’Ottocento, le prime quaranta pagine. Scorrevole e intrigante. Evidentemente l’avanzo di un traduttore che non ci sta dentro con la scadenza. Nulla di nuovo. Insieme al testo, arriva anche la descrizione dell’agenzia: Smart Writers, una bella realtà che mette in contatto menti smart con chi le cerca.

C’è però un dettaglio che pone un po’ in allerta. Meglio negoziare. Si cerca di portare a casa almeno un anticipo. 500 euro sui 2.000. Risposta: la politica aziendale non lo consente. Allora va bene così, ci si assume il rischio di impresa. La manager, però, non vuol lasciare il lavoratore sospettoso e offre un contratto. Un contratto basilare. Non vincola l’azienda a pagare – la traduzione potrebbe essere pessima. Ma almeno c’è una garanzia.

I quattro giorni volano. Il romanzo è delizioso. La traduzione viene bene. Lo pensa anche l’azienda che risponde via email e invita a contattare un altro manager, via Telegram, per il pagamento.

Qui la cosa inizia a puzzare. Ma si è dentro. Si va avanti in punta di piedi, aggrappati all’unico filo rimasto: la speranza. Serve un miracolo, ma si prova.

Il manager risponde dal Canada, nel cuore della notte. Gentile e educato. Chiede l’iban (ma era nel contratto!). Chiede anche l’importo (perché non lo sa?). Chiede anche una foto (di nuovo?).

L’odore di truffa inizia a farsi nauseabondo. La speranza è morta, resta soltanto la curiosità di capire come funziona il meccanismo dell’imbroglio.

Sempre in piena notte arriva uno screenshot: pagamento in pending, in rosso. La spiegazione è prontamente servita: ci vorrà del tempo poiché, rifiutando di aprire un conto su un certo portale di loro fiducia, insomma, la cosa si prolunga. Di sei ore. Niente fretta. Tanto qui è notte. In Canada, chissà. Trascorse le sei ore, il pagamento non arriva. Il manager scrive. Spiega che i soldi sono rimbalzati. Serve pagare una trattenuta perché i soldi partono dagli Stati Uniti. 400 euro. Anticipati dal lavoratore, ovviamente. Ma come? È il manager, non sapeva che c’era la trattenuta? Perché non l’ha detto prima? Perché non l’ha detratta dai 2.000 euro?

Alle domande, il manager si inalbera. Accusato di imbroglio, si offende. Lui? Truffare per 400 euro? Per chi lo si è preso? Il discorso pare finito. Ma poche ore dopo arriva un altro messaggio. Miracolosamente, il manager – ormai affezionato al suo lavoratore – ha risolto. Ci pensa l’azienda a coprire 325 euro. Va meglio? La cifra irrisoria restante? A carico del lavoratore.

Quando gli si replica che è la prima volta che viene chiesto a un lavoratore di pagare per essere pagato, il manager perde la pazienza. Fine delle trattative.

Il lavoratore ha capito in cosa consiste la truffa. Il manager ha capito che è stato smascherato.

Lo schema è semplice e replicabile. E funziona ovunque: negli affitti, nella vendita delle auto. Lo sfruttano persino gli sugar daddy.

A raccontarmi il dietro le quinte è un ragazzo conosciuto per caso, tramite un’amica. A lei era toccato uno sugar daddy. Le è andata meglio: non ha dovuto lavorare. Le aveva richiesto qualche foto, restando sempre pudico e decente. Era americano, carino, affabile. Si erano conosciuti online. Si era fidata, nella lista dei contatti figurava un’amica comune che, di fatto, va spesso in America. Avevano parlato, lui si era interessato a lei. Lei, giovane, arrancava tra studio e lavoro. Lui si era offerto di aiutarla. Le aveva inviato del denaro. Ma, per sbloccarlo, doveva pagare una piccola somma. Un’inezia, rispetto a ciò che avrebbe ricevuto.

Il ragazzo che me lo racconta lo fa con disinvoltura, seduto al tavolino di un bar. Dice che lui lo fa con le auto. Pubblica online immagini di auto di un certo livello, a prezzi allettanti. Non troppo bassi, altrimenti nessuno abbocca. Su Whatsapp, dove avvengono i primi contatti, si finge donna. Sui quaranta. Dice che le donne ispirano più fiducia. Mi mostra il rettangolo con la foto profilo: una figura intera, vestita sportiva, sullo sfondo una città patinata. Dubai o forse Monaco. Ci sa fare con Photoshop. Per i più scettici, crea anche «false» prove con la macchina. Se qualcuno fa troppe domande, lascia stare. Non perde la calma, non minaccia, non insulta. Se attaccato, resta sulla difensiva. Forse passivo-aggressivo? Gli chiedo. Si limita ad alzare le spalle. Il problema non è inventarsi un motivo credibile per «svendere» l’auto. Quella è la parte facile: si adatta all’interlocutore. La vera prova arriva quando butta lì che l’auto si trova all’estero. Ma che, per una piccola somma, può occuparsi di tutto. Non si mostra troppo zelante, altrimenti desta sospetti. Il giro di chiave lo dà con il fatto che ci sono altri acquirenti e gli preme vendere, tant’è che a una parte della spesa ci pensa lui. Anzi, lei. E funziona. In tanti, tantissimi ci cascano.

Poi, sparisce.

Paura delle denunce? Per ora non è arrivato nulla e lo fa da un po’. In fondo sono donazioni volontarie di privati.

E nelle settimane di buona, si porta a casa lo stipendio mensile di un insegnante precario.

Irina Turcanu (Gura Humorului, Romania, 1984), scrittrice. Ha pubblicato con Marsilio il romanzo «Manca il sole ma si sta bene lo stesso» (2024).