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Tè nero, pane tostato e uova strapazzate

Sulle tracce di Sholem Aleykhem si ritrova la vecchia Europa cosmopolita. I Racconti ferroviari di ieri si mischiano a quelli di oggi, tanti mondi, storie, persone, bambini, aneddoti intrecciati all’infinito: un’umanità vibrante che parla la stessa lingua in venti idiomi diversi e prende treni notturni. Viaggio a Perejaslav, oblast’ di Kyiv, nello Yiddishland, dove tuonano i cannoni ma regna la dolcezza della fatalità

«Perché scrivere romanzi, se la vita stessa è un romanzo?»

Sholem Aleykhem

 

La Stamford Hill, Londra, quartiere di Hackney, Natale 2024, Hanukkah 5785.

Ogni mattina vado alla panetteria Grodzinski di Clapton Common a fare colazione con tè nero, pane tostato e uova strapazzate. Da Grodzinski, il personale proviene dai cinque continenti: Europa dell’est, Africa, America del sud, Sri Lanka… e il turbante, il velo, il particolare copricapo o medaglione rimanda di volta in volta a una cultura diversa. I clienti sono per lo più ebrei chassidici che il venerdì vengono a scegliere con cura la loro challah e operai dei cantieri vicini. Ai pochi tavoli siedono pensionate attratte dall’atmosfera del locale, un clochard che parla da solo e una polacca di mezza età, ben pasciuta, che si rivolge a tutti in tono gioviale.

Alla fermata della nuova linea 310 che collega Stamford Hill a Golders Green – ovvero la Volinia alla Rutenia – chiedo informazioni sul passaggio dell’autobus a un signore anziano che somiglia in modo sorprendente a Isaiah Berlin, e lui mi risponde con marcato accento cockney: «Indovini un po’ dove sono nato?». Resto un attimo interdetto. «È nato qui, giusto?». Un sorriso di soddisfazione gli illumina il volto: «Sono nato proprio qui, in questa via!». E, agitando il bastone, aggiunge: «In quella casa là, dall’altra parte della strada, vede?». Infine, tornando alla mia domanda: «Il 310 passa regolarmente, ma non molto spesso». Amo queste storie piene di digressioni. Sono alla ricerca della vita, che si svolge e si scrive ovunque.

Ecco, per esempio, sui sacchetti della panetteria Grodzinski si può leggere la storia della famiglia: «Grodzinski. Panettieri a Londra dal 1888…». Efraim Shlomo Goide era panettiere a Lida (ora Bielorussia), e i figli e le figlie, otto in tutto, erano a loro volta panettieri o mogli di panettieri. Di animo caritatevole, si aiutavano a vicenda, anche se gestivano attività commerciali rivali. Una figlia di Efraim, Judith (Yehudis), sposò suo zio, Harris (Aharon) Grodzinski, panettiere a Voranava, uno shtetl vicino. Verso il 1888, quasi tutti i Goide, assieme a migliaia di correligionari, lasciarono l’Europa orientale, in fuga dai pogrom della Russia zarista. Nell’East End di Londra, Judith affittò un panificio per dare nuova vita ai tradizionali bilkelekh (panini dolci) e alla challah che la sua famiglia preparava da sempre. Harris li vendeva nei mercati rionali. Nel giro di dieci anni, riuscirono ad acquistare una panetteria tutta loro, con negozio e forno, a Fieldgate Street, nel quartiere di Whitechapel. Nel 1930, la famiglia Grodzinski rilevò una panetteria a Dunsmure Road, Stamford Hill, seguendo l’esempio di buona parte della popolazione ebraica di Londra, che migrava dai quartieri dell’East End dove si era insediata inizialmente. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la terza generazione dei Grodzinski portava avanti l’azienda di famiglia con sei negozi disseminati nella zona est, nord e nord-ovest della capitale inglese.

Sono tornato a visitare questo quartiere di Londra, dove avevo vagato una decina di anni fa e da dove mi ero lanciato alla scoperta del mondo yiddish e delle sue comunità sparse in Ucraina, Polonia, Lituania, Lettonia e in America.

Ci sono angoli del Lower East Side di New York e della costa orientale degli Stati Uniti dove si respirava ancora, non molto tempo fa, l’atmosfera della vecchia Galizia o della “Zona di residenza” del vecchio impero – Certa osedlosti, Tkhum-ha-moyshev: parole che, in russo e in yiddish, risuonano nella carne ed evocano il mistero e l’inaccessibilità di un mondo precario e transitorio, con vivissime radici bibliche. In questo mondo, gli alfabeti gotico, cirillico, ebraico e latino facevano sentire i loro canti, all’ombra degli imperi.

Nel suo libro di memorie, l’attore Alexandre Granach, originario della Zona, descrisse le bellezze della terra della sua infanzia, dove riecheggiavano tante lingue: «La terra della Galizia orientale è generosa e ricca. Ha antiche foreste perse nei loro sogni, fiumi e laghi e soprattutto uomini belli e sani, ucraini, polacchi ed ebrei. Questi tre tipi di uomini si somigliano, malgrado la diversità di costumi e usanze. Il mio villaggio natale si chiama Werbowce in polacco, Werbowitz in yiddish e Verbivtsi in ucraino. Si trova vicino a Soroki. Soroki è vicino a Cernjatin, Cernjatin a Horodenka, Horodenka a Gwozdziec, Gwozdziec a Kolomyja. Kolomyja è vicino a Stanisławów e Stanisławów vicino a Lemberg, città resa famosa in tutto il mondo dal film hollywoodiano L’ultimo addio».

Atterrando a Cracovia da Londra nel gelido mese di febbraio, penso proprio a Leopoli (L’viv), da dove ero arrivato con un treno notturno vent’anni fa, dopo aver attraversato la Crimea, dall’Odessa di Babel’ alla Jalta di Cechov. L’viv – che un tempo fu l’austriaca Lemberg, capitale della Galizia, la polacca Lwów e la russa Lvov – si trova oggi nell’Ucraina occidentale. Cracovia è vicina a Tarnów, Tarnów a Rzeszow, Rzeszów a Przemysl… e a Przemysl si passa la frontiera per L’viv.

Sholem Aleykhem, con i suoi Racconti ferroviari, mi accompagna nel mio desiderio di vedere, di capire, di visitare i tanti mondi frammentati che, in fondo, ne formano uno solo, mescolati e intrecciati all’infinito: un’umanità vibrante che parla la stessa lingua in venti idiomi diversi.

Leggendo le confidenze dello scrittore di Perejaslav, si avverte la sua presenza e, con lui, ci si sente vivi. «Un giorno ebbi un’idea» racconta al lettore. «Andai a comprarmi una matita e un taccuino e cominciai ad annotare tutto ciò che, in viaggio, mi si offriva agli occhi e alle orecchie». Dio solo sa cosa sentirò nel corso dei miei viaggi in treno, di notte e di giorno, di città in città, di provincia in provincia, di regione in regione – e cosa scriverò nei miei taccuini. Non finisco mai di incontrare esseri viventi e, con loro, fantasmi altrettanto vivi.

«Forse potresti fare qualcosa per me», scriveva Sholem Aleykhem da New York a un amico rimasto nella Zona. «Mi farebbe molto piacere se mi mandassi un po’ di materiale da Gomel’, da Vitebsk, da Białystok, da dove vuoi, purché si tratti di argomenti che io possa utilizzare nei miei Racconti ferroviari: personaggi, incontri, aneddoti, storie comiche e tragiche… tutto ciò che ti si offre agli occhi e alle orecchie, a Gomel’ o altrove, ovunque. Ma per l’amor del cielo: niente di immaginario, solo fatti, e più ce ne sono, meglio è!».

Per fortuna, conosco il miracolo della vista e dell’udito e ho ancora il fango di tutti quei villaggi attaccato alle scarpe.

Sono a Cracovia, in una camera d’albergo inondata di luce dalla finestra che dà sulla Rynek Główny, la grande piazza del mercato, una delle più belle piazze al mondo. Il campanile batte le ore, seguito dal lungo gemito di una tromba che ci giunge dalla torre più alta della basilica di Santa Maria. Fuori, il termometro segna meno quindici gradi.

Sono tornato nello stesso albergo, il Wentzl, dove avevo soggiornato durante la mia ultima visita venendo da est. All’interno di questa cornice di luce pura, navigano i ricordi delle città visitate, feudi di imperi defunti. Sogno di udire la canzone del poeta polacco Emanuel Szlechter, nativo di Lvov, Tylko we Lwowie (Solo a Lvov) – l’inno dei batjar, i ragazzi di strada, cantato in coro nel dialetto di Lvov, che prende in prestito dall’ucraino, dal tedesco, dallo yiddish, dal ceco e dall’ungherese. La Povest’ vremennych let (Cronaca dei tempi passati), la Cronaca di Nestore scritta mille anni fa in russo antico, rimane il grande libro aperto su queste terre. Per qualche giorno, in attesa che si liberi un posto sul treno notturno per Kyiv, vago per le strade di Cracovia e nell’antico quartiere ebraico di Kazimierz, frequentando caffè, librerie, chiese e sinagoghe. Nel cimitero israelita, il Remuh, dove riposa lo tzadik Moses Isserles, cammino fra le tombe; le pietre dalle iscrizioni sbiadite sembrano parlarsi fra loro, messe di sghembo come libri disordinati. Entro in una taverna dall’altra parte della strada, e mi riscaldo con una tazza di tè nero. Appese alle pareti, le mappe dell’impero ottomano – la “Turchia d’Europa” comprendeva la Moldavia, la Bessarabia, la Valacchia, la Bulgaria e la Rumelia – dell’Austria-Ungheria – dal Tirolo alla Bosnia-Erzegovina – e, tra le due, adornata con lo stemma della casa degli AsburgoLorena, quella del regno di Galizia e Lodomeria. Su uno scaffale, lo sguardo si posa sul Diario di Gombrowicz. Sfogliando le pagine del volume sgualcito, mi torna in mente il nome magico «Maisons-Laffitte», al quale associo Giedroyc, l’instancabile timoniere della rivista dell’emigrazione polacca Kultura, e Józef Czapski, polacco di Praga e di tutti gli imperi – negli anni Ottanta questi nomi erano sempre sulla bocca del poeta Adam Zagajewski. Vedevo Adam a Courbevoie, dove viveva durante il suo esilio francese, prima di tornare in patria, a Cracovia, con la caduta del Muro. Il libro mi chiama, e si apre su una pagina nella quale Gombrowicz riporta un incontro a Maisons-Laffitte con Giedroyc e Czapski: «Giedroyc: “Sono contento di vederla”. Io: “Ma che diamine, Jerzy, mi dai del lei? Sono anni che ci scriviamo dandoci del tu!”. Lui: “Uhm… e va bene, sono davvero contento che tu sia venuto”. Io: “Jerzy, parola d’onore, sono diventato un vero Mickiewicz, la gente ha soggezione, quando mi parla al telefono…”. Lui: “Uhm… non sono mai andato matto per Mickiewicz”.

Jozef Czapski ascolta divertito il dialogo tra i nostri due temperamenti opposti».

Ascoltare divertiti il dialogo tra due temperamenti opposti: privilegio di queste terre slave, dove brucia il sale della contraddizione.

Durante il mio ultimo soggiorno a Cracovia, una decina d’anni fa, avevo rivisto Adam e insieme avevamo ricordato ancora Czapski, Giedroyc, Gombrowicz e Miłosz, l’altro polacco dei due imperi, poeta arcangelo della Polonia delle Due Nazioni. Avevamo preso un tè al piano superiore del Wentzl, con cappotto e berretto in testa perché la sala non era riscaldata, e gli avevo chiesto di parlarmi della sua Lvov, prima che fosse consegnata ai sovietici alla fine della Seconda guerra mondiale e ripresa dal nuovo stato ucraino dopo il crollo del regime. Le luci della piazza brillavano nel cielo e sulle facciate, simili a miniature, e per un attimo sembravano sfilare davanti a noi tutte le epoche della storia. «Ah! La Guerra fredda, che periodo incredibile, comunque!», esclamò ridendo. Menzionai la stazione centrale di Lvov e l’hotel George, due luoghi mitici della città legati all’estetica Art Nouveau e frequentati dal poeta Józef Wittlin, originario della Podolia – il “patriota cosmopolita”, come lo definì il suo amico Gombrowicz. E in effetti, nella vecchia Europa, si poteva essere soggetti di una costellazione di patrie.

Al confine con l’Ucraina, come un sibilo, sento ricorrere la parola “Pjiemish”: «A Przemysl prenda il treno per Kyiv», mi dice l’impiegata della stazione di Cracovia. Ho il biglietto per l’Ucraina. A Przemysl, la sera dopo, seguo nella neve una folla compatta che conosce la strada dalla stazione polacca al binario dove ci si imbarca per le terre dell’est, e salgo sul treno notturno. Tre passeggeri che viaggiano insieme, una donna e due uomini, si preparano le cuccette e sistemano i bagagli pesanti. Parlano fra loro a bassa voce, con un tono cospiratorio. Anche se intercalata da parole in castigliano, riconosco la loro lingua: il basco. Bene, dunque possiamo capirci. La donna è una giornalista della televisione basca, i suoi due colleghi sono cameramen. «Hola, sono Maya». «Piacere, Samuel». «Che ci vai a fare a Kyiv, amigo?». «A dire il vero, vado a Perejaslav».

«Ah! La città di Sholem Aleykhem?». La guardo incuriosito. «Conosci questo scrittore? Conosci Perejaslav?». «Perejaslav era la Kasrilevke dei suoi racconti, vero? Muy bonito». «L’hai letto in basco o in spagnolo?», mi viene spontaneo chiederle. «In castigliano», risponde esitante, con lieve imbarazzo. Poi, di nuovo briosa, aggiunge: «Che lingua deve essere lo yiddish, non la conosco, ma la sento come se fosse mia!». Quelle parole mi colpiscono, le condivido.

Di notte, i due macchinisti russano; nello scompartimento c’è un caldo insopportabile e mi rigiro sudato nella cuccetta, senza trovare pace. Alle due del mattino, sento annunciare l’arrivo alla stazione di Leopoli e, a fare da eco a quella voce metallica, risuonano in me, a frammenti, i versi della poesia di Adam Andare a Lvov, come il dolce sciabordio delle onde su una spiaggia lontana: «Andare a Lvov. Da quale stazione andare a Lvov … nell’ora in cui nascono i treni ad alta velocità … Fare le valigie e partire senza lasciare traccia … Di Lvov c’è sempre stato troppo, nessuno riusciva a comprenderne i quartieri … Di Lvov c’era troppo, e ora non c’è più nulla … perché ogni città deve diventare Gerusalemme e ogni uomo un ebreo, e fare in fretta le valigie, sempre, e … andare a Lvov … dopotutto esiste … è ovunque».

Chiudo gli occhi, entro in comunione con la stazione centrale e con l’hotel George e mi addormento.

Al mattino, il paesaggio innevato al di là del finestrino inonda di luce lo scompartimento. La provodnitsa passa nel corridoio, distribuendo con mano sicura bicchieri di tè nero. Il treno avanza lentamente, si possono contare le betulle lungo i binari. I miei compagni di viaggio baschi portano i bagagli nel corridoio; indossano un giubbotto antiproiettile con la scritta «Press». «Questo coso pesa quindici chili», mi dice Maya con una smorfia. Poco dopo, si profilano all’orizzonte le torri accanto alla stazione di Kyiv Pasažirskij. Ci salutiamo augurandoci buona fortuna.

Prendo la metropolitana fino a Krešcatyk, l’arteria principale; poi, mentre cammino alla ricerca di un hotel, vedo troneggiare su una collina un edificio imponente in stile sovietico, con una scritta a caratteri cubitali sulla facciata: «Ukraina». L’edificio ricorda il Palazzo della Cultura dell’era staliniana di Varsavia. Circondato da una recinzione, sembra inaccessibile, finché non trovo un passaggio e riesco a varcare il portone d’ingresso. La hall deserta, il grande silenzio, la luce fioca, tendaggi e mobili d’altri tempi: ti assale una nostalgia strana, senza che si capisca a quale epoca o a quale luogo riporti – un’atmosfera da mausoleo, in cui si sente vibrare il passato, sospeso. È come vegliare sul catafalco di un parente defunto sconosciuto. In un angolo dell’atrio smisurato, c’è qualcosa di simile a un chiosco con dei tavolini. Mi siedo e ordino una tazza di tè a un’inserviente in uniforme che si avvicina con passo lento e mi rivolge la parola in tono indifferente. Decido di lasciare la valigia in quell’albergo. Il volantino sul bancone puntualizza: «La vostra sicurezza è la nostra priorità! Il nostro hotel è dotato di un rifugio antiatomico con wifi e dispone di un’uscita indipendente sulla strada». La camera all’ultimo piano, con una vista mozzafiato sulla città, è perfetta come punto di osservazione. Una guida sulla scrivania informa gli ospiti sulla storia dell’hotel: «Nel XIX secolo, la collina dove sorge l’albergo era occupata dalla grande fattoria di Vincent Beretti, architetto italiano al servizio della corte imperiale; dopo la sua morte, la fattoria fu venduta. Nel 1912, l’imprenditore Lev Borisovich Ginzburg, proprietario dei terreni, fece costruire un edificio residenziale di undici piani. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con un decreto ministeriale i sovietici approvarono la realizzazione dell’albergo che domina la città da questo promontorio». Così, nel 1961, nacque l’hotel Moskva, ribattezzato Ukraina dopo il crollo dell’impero sovietico.

Il viale Krešcatyk attraversa il cuore della città come una valle. Qui si trovava il caffè Semadeni, dal nome del suo fondatore, uno svizzero di Poschiavo, villaggio dei Grigioni. Soprannominato “la Borsa ufficiosa” per la vicinanza alla Borsa di Kyiv e per gli uomini d’affari che si ritrovavano lì, il Semadeni offriva una sala da biliardo, un laboratorio di confetteria e pasticceria e, come nei caffè di Vienna, Praga e Budapest, c’erano giornali da tutta l’Europa per i clienti. Tra gli habitué, vi erano gli scrittori Sholem Aleykhem e Konstantin Paustovskij. Un incrocio di imperi, in un’epoca in cui la Russia e l’Europa orientale univano le loro grandi speranze.

Sulla cartina ho segnato la casa dove visse Sholem Aleykhem e la sinagoga centrale, che lui di certo frequentava. Addentrandomi in un sottopasso per attraversare la piazza dell’Indipendenza, mi ritrovo in un labirinto di gallerie commerciali con negozi di ogni genere, una città sotterranea come a Montréal, con una temperatura di venti gradi in più rispetto alla superficie. Le viscere di questo mondo hanno un nome: Metrograd. Tra una bigiotteria e un caffè, mi fermo in una libreria antiquaria, con edizioni di Alexandre Dumas in francese, Shakespeare in inglese, Puškin in russo e, per rendere l’offerta impeccabilmente democratica, manuali americani che promettono successo negli affari. In questo luogo, come tanti altri alle stesse latitudini, si respirano gli effluvi del mondo sovietico. Dopo aver camminato per mezz’ora sottoterra, risalgo in superficie sul selciato ghiacciato e arrivo al museo Sholem Aleykhem, la casa dove soggiornò lo scrittore. Spingo la porta di un edificio commerciale con l’insegna “Arena City”: il museo è lì dentro. Vedendo la mia sorpresa, la direttrice, seduta a una scrivania all’ingresso, interrompe una conversazione telefonica. «Cerca la casa di Sholem Aleykhem? È vero, non assomiglia affatto alla casa in cui visse, sono d’accordo con lei. Ma cosa vuole, ci sono state due guerre mondiali e, grazie a Dio, siamo scampati alla terza… almeno per ora». In quelle parole riconosco subito la filosofia del mondo slavo, del mondo dello Yiddishland: la dolcezza nella fatalità. Compila a mano un biglietto d’ingresso, di cui conserva una copia carbone, dopodiché comincia a chiacchierare con naturalezza, chiedendomi distrattamente come mi chiamo, da dove vengo, cosa faccio a Kyiv, se ho dei parenti lì, se sono ebreo, se in famiglia parlavamo russo o yiddish (yiddish, nella mia famiglia adottiva, a casa della mia tata Hanna Zukerman, che veniva da Czernowitz, oggi Cernivci). Le dico che ho in mente di visitare la casa natale di Sholem Aleykhem a Perejaslav. Lei alza lo sguardo, mi rivolge un sorriso rapito, prende il telefono e si mette a parlare animatamente. Capisco che ha chiamato il museo di Perejaslav. Riattacca e mi dice: «La guida la aspetta domani, in tarda mattinata. Si chiama Lena». E chiama la collega più giovane, intenta a sistemare dei libri sugli scaffali: «Tatiana Borisovna! Può accompagnare il nostro amico a fare una visita?». «In questo spazio abbiamo ricostruito le tappe della vita di Sholem Aleykhem, mi dice Tatiana, facendomi strada al piano di sopra. Dal 1896 al 1903 lo scrittore ha vissuto in una casa che si trovava in questo luogo. Qui ha scritto le sue opere più famose: Kasrilevke, La storia di Tevje il lattaio, Menachem Mendel…» Il museo espone modelli in legno degli shtetl, con case, scuole, botteghe e luoghi di culto, oggetti rituali della vita ebraica, locandine teatrali, fotografie, libri in yiddish, ebraico, russo, ucraino… Quando vado a salutarla prima di uscire dal museo, la direttrice mi chiede dove intendo andare. «Voleva vedere la sinagoga, vero?». Annuisco. «È molto vicina, ma deve prendere il sottopasso di Metrograd, è un labirinto…». Si rivolge alla collega: «Tatiana Borisovna, potrebbe accompagnare il signor Samoil… Dopo pochi minuti di camminata, riemergiamo dalla città sotterranea. Come passiamo davanti alla statua in bronzo di Sholem Aleykhem, con il braccio alzato e il cappello in mano, Tatiana si ferma: «Una foto?». Mi metto in posa davanti al monumento. Lei mi grida ridendo: «Alzi il braccio come lui, con il berretto in mano!». Saliamo i gradini della centralna sinagoga, la grande sinagoga di Kyiv, roccaforte del movimento Lubavitch. Tatiana mi tende la mano: «BÈ, buona fortuna per il suo viaggio a Perejaslav domani. Si ricordi, Lena la aspetta!». «Lena? Ah, sì, la guida…».

Dall’interno proviene un brusio di canti liturgici. Entro e assisto alla fine di una funzione. Subito dopo, il piccolo gruppo di fedeli si siede intorno al rabbino e comincia a discutere e a porre domande con fervore. In quella scena vivace vedo un quadretto di Sholem Aleykhem. Mi avvicino e mi metto a parlare con uno dei membri della congregazione, che si presenta con la naturalezza di un lontano parente ritrovato dopo anni di lontananza: «Mi chiamo Isaac – Izik». Due anni fa, da Montevideo, è arrivato a Kyiv, dove ha un cugino. Insegna ebraico in una scuola alla periferia della città. «Ti sei abituato al clima?», gli chiedo. Ho notato che le domande semplici sono quelle che avvicinano di più le persone. «Ci si abitua». «E la lingua?». «A casa i miei genitori parlavano russo e yiddish, quindi non ho avuto difficoltà». Gli dico che il giorno dopo voglio andare a Perejaslav, la città natale di Sholem Aleykhem, a un centinaio di chilometri a est di Kyiv. «Hai bisogno di una macchina?». Mi dà il numero di un conoscente, un certo Ilja, che ogni tanto fa l’autista. La sera lo chiamo, e ci mettiamo d’accordo per il giorno dopo. Verrebbe a prendermi in albergo la mattina. Dio, come mi ritrovo in questo mondo di improvvisazione! A Berdyciv, qualche anno prima, la receptionist del mio albergo mi aveva presentato suo fratello per accompagnarmi a Medžybiž, dove si era stabilito il Ba’al Šem-Tov dopo aver viaggiato nelle province di Volinia e Podolia, allora parte della Grande Polonia del XVIII secolo. Intorno alla tomba del padre del chassidismo, i visitatori pregavano, ridevano, conversavano in russo, ebraico, yiddish, inglese: la preghiera era risata, incantesimo, conversazione, tutte le lingue erano una sola.

La mattina, Ilja appare nella hall dell’albergo: «Samoil? Perejaslav?». Il viaggio dura due ore, per via delle buche sulla strada che bisogna evitare zigzagando. Arriviamo all’ingresso di un complesso che ospita diversi musei: il museo dell’Agricoltura, quello dell’Architettura e, in mezzo, una casetta dai colori vivaci – la casa di Sholem Aleykhem. «Zapovednik», area protetta, è la parola pronunciata dalla guida. Come il titolo del romanzo di Sergej Dovlatov, che si riferisce al parco del museo Puškin, a Michajlovskoe, nell’oblast di Pskov, dove lo scrittore aveva lavorato come guida nell’estate del 1976. La figura di Dovlatov appartiene a questo paesaggio, perché le sue storie, come quelle dello scrittore russo di Perejaslav, sono la vita che si rinnova senza fine davanti ai nostri occhi. E, come Sholem Aleykhem, Dovlatov finì a New York e fu sepolto nel cimitero del Queens, tra i poveri della città. Lena, la guida, rotondetta e gioviale, esordisce: «Quindi viene da Kyiv per salutare Sholem Aleykhem!». Camminiamo nella neve compatta che scricchiola lievemente sotto i nostri passi, lungo un viale fiancheggiato da betulle. Lena si ferma davanti a una specie di bungalow e gira la chiave nella serratura. «Eccoci!». L’interno ricorda una stalla, con il pavimento coperto di paglia e le pareti a calce. Dalle finestre entra una luce intensa, accentuata dal riverbero della neve. La modestia del luogo, che lo accomuna alla casa-museo di Puškin a Chisinau e a quella di Cechov a Jalta, lo rende ancora più affascinante. Aleggia ancora l’atmosfera dell’epoca sovietica, che qui trasmette una sensazione di lentezza e una certa bonarietà. Il tavolo della cucina è apparecchiato a festa; sulla tovaglia ricamata, il candelabro, i piatti e la brocca in stagno per il vino sembrano invitare a sedersi e a recitare le benedizioni. I piccoli pani di argilla dorata – challah – hanno un aspetto appetitoso. Viene voglia di accendere il fuoco nel camino. Sul bracciolo della poltrona è appoggiato il settimanale Evrejskaja nedelja (Settimana ebraica); sulla scrivania sono disposti gli oggetti simbolo dello scrittore: un calamaio, un libro, un paio di occhiali. Appesi alle pareti, ci sono ritagli di giornali russi e yiddish, tra cui una prima pagina con un titolo a caratteri cubitali, “Shalom a te, Sholem Aleykhem”, che celebra la rappresentazione teatrale di Tevje il lattaio dall’altra parte dell’Atlantico. La temperatura all’interno di questa regale capanna scende allegramente sotto lo zero e, quando parliamo, ci esce il vapore dalla bocca. Battiamo i piedi. Lena mi chiede se voglio visitare gli altri musei della tenuta. A malincuore, rifiuto la proposta. Preferisco respirare l’aria del borgo di Perejaslav, l’aria che aveva respirato Sholem Aleykhem ai tempi del governatorato di Poltava, sotto il regno dello zar Nicola. «Torni un’altra volta, quando avrà più tempo», mi dice. Ilja mi aspetta all’ingresso fumando una sigaretta e, quando mi vede, fa un ultimo tiro prima di gettare e il mozzicone e schiacciarlo nella neve. «Andiamo a prendere un caffè in città», gli dico. Sembra contento: «Ottima idea». Prima di trovare il centro del paese, che in realtà non esiste, giriamo un po’ con la vecchia auto. Perejaslav si estende lungo una strada che l’attraversa, un po’ come le città dei film western. Disseminati qua e là, si vedono negozi di alimentari dove si può anche bere qualcosa e mangiare un boccone, un distributore di benzina, un parrucchiere al piano terra di un edificio con l’insegna al neon alla finestra… Alla fine individuiamo sul ciglio della strada una specie di chalet che potrebbe essere un caffè. Su una recinzione, scritto con lettere di legno inchiodate, si legge un nome, «Biblioteka». Ci fermiamo e spingiamo la porta. A poco più di un’ora dalla capitale, lo scenario è di una semplicità sorprendente. Qui si respira un’aria di provincia – quasi si sente il chiocciare delle oche tra le grida del mercato – e la vita prende forma nella natura, negli uomini e negli animali. Dietro un bancone di tronchi d’albero incrociati, una giovane donna tatuata, con un foulard colorato tra i capelli tinti di rosso, si dà un gran daffare. Ordiniamo due zuppe di barbabietola con panna acida, il boršc, che ci versa in un bicchiere con un mestolo. Seduta a un tavolo in fondo, una donna anziana con lineamenti da eschimese legge la Bibbia borbottando mentre beve un tè. Due anziani con la šapka in testa giocano a dadi lanciando imprecazioni in russo. Avrei voluto sedermi a bere e mettermi a parlare con gli abitanti di questo luogo, come faceva il bardo del mondo yiddish nel suo vagone di terza classe. Per un attimo mi sento folgorato dalla simbiosi tra il mondo ebraico-russo di ieri e quello ebraico-slavo di oggi. La parola “nu”, interiezione frequente nella lingua russa, non ha forse contaminato l’ebraico moderno tramite la voce degli immigrati del vasto impero orientale? «Come stai? Come va? Cosa racconti?» – nu è il preludio a mille storie. Ilja guarda l’orologio, si vede che ha fretta di tornare a Kyiv. Sento il bisogno di fare qualche passo e respirare l’aria che sa di neve, chissà, forse per dare ai fantasmi di Perejaslav-Kasrilevke la chance di afferrarmi e raccontarmi le loro storie. L’autista mi raggiunge un po’ più avanti sulla strada; salgo a bordo, accelera. Comincia a calare la notte. Mi sdraio sul sedile posteriore e dormo fino a Kyiv. Ogni scossone mi strappa dal sonno e, per un breve istante, mi danzano nella testa le imprecazioni della matrigna di Berdyciv che tanto avevano colpito Sholem Aleykhem per il loro vigore. Qualunque cosa dicesse, la arricchiva sempre di sortilegi, e – come ricorda lo scrittore – lo faceva con naturalezza e bonarietà. Come scrive Maurice Samuel, il traduttore americano di Sholem Aleykhem, lo yiddish di quella donna era la lingua del popolo, lo yiddish dei sogni, delle preghiere e delle storie di vita quotidiana, che nel mondo della Zona era un’avventura infinita. «La morte di Kasrilevke e di Sholem Aleykhem», scrive Samuel, «fu seguita dalla morte della loro lingua, lo yiddish della vita intima e affettiva, con la sua ricchezza di imprecazioni e allusioni in cui si mescolavano il profano e il sacro».

Vediamo spuntare le luci di Kyiv. Al momento di salutarci, Ilja mi dice: «Cosa scriverà su Perejaslav?». Esito. «Non lo so… quello che mi diranno i fantasmi».

Resto ancora qualche giorno all’hotel Ukraina, finché non si libera un posto sul treno notturno per Varsavia. Ogni sera incrocio la troupe televisiva basca che torna dai luoghi dove tuonano i cannoni. Nell’hotel c’è un’atmosfera congelata, come se il dio del tempo si fosse fermato all’epoca sovietica, o forse, addirittura, a quella imperiale; sembra quasi invitarci a fonderci con lui. Giorno dopo giorno, percorro il viale Krešcatyk, dalla piazza Bessarabia fino alle sponde del Dnepr. Quando non mangio in albergo, dove sono l’unico ospite spettrale nella grande sala poco illuminata, faccio due passi e vado al banco di un georgiano, che serve minestre gustose. Riaffiorano i ricordi del lontano inverno del 1989, quando, viaggiatore improbabile, osservavo lo spettacolo della fine di un’epoca dalla finestra della mia stanza d’albergo a Bucarest.

L’ultima sera, quando arrivo alla stazione di Kyiv Pasažirskij, al binario da cui parte il treno notturno per Varsavia – ormai sotto il blasone stellato dell’occidente – provo un’indicibile nostalgia per quei confini mutevoli delle marche dell’Europa orientale. Salgo sul vagone e mi accascio sulla cuccetta. All’alba, gioviali poliziotti di frontiera polacchi ci svegliano per il controllo dei passaporti. Vedo scomparire dal finestrino il cartello della stazione di Lublino, un tempo «Gerusalemme del regno di Polonia». Qualche ora dopo, scendo alla stazione centrale di Varsavia e mi ritrovo smarrito su un marciapiede dell’occidente, nella luce accecante delle insegne al neon internazionali. Da qualche parte, immagino, deve esserci, in qualche antro anonimo, un laboratorio del futuro dove ingegneri-golem ci preparano un mondo radioso. Non riesco più a distinguere l’ovest dall’est, il passato dal presente. Cerco di catturare con lo sguardo questo scenario fugace, vedo uomini, donne e bambini che corrono in tutte le direzioni, quasi pronti a prendere il volo. E chi mi racconterà la propria storia?

 

Traduzione dal francese di Valeria Gattei.

Samuel Brussell (Haifa, 1956), è uno scrittore ed editore naturalizzato francese. Ha fondato e diretto Éditions Anatolia dal 1992 al 2011. È autore di una dozzina di libri, l’ultimo è «Feuilleton en noir et blanc», (Éditions La Baconnière, 2025).