Comincio dalla fine. Dall’ultimo racconto della raccolta intitolata La finestra della signora Manstey e altri racconti di Edith Wharton, tradotta e curata da Chiara Lagani. L’ultimo racconto si chiama Ognissanti, Wharton l’ha scritto pochi mesi prima di morire. Parla di un’anziana donna, Sara Clayburn, vedova da quando aveva cinquant’anni, che vive in una casa isolata a Whitegates, in mezzo alla campagna (io me la immagino un po’ come la casa di Giro di vite di Henry James). Wharton descrive precisamente la sua geometria: «La casa, ai tempi coloniali, era a pianta quadrata, con quattro stanze spaziose al piano terra e un corridoio rivestito di pannelli di quercia a dividerle, il consueto prolungamento per la cucina sul retro e una bella soffitta sotto il tetto. Ma i nonni di Jim, quando nei primi anni Ottanta del Diciannovesimo secolo ci fu un ritorno al gusto coloniale, avevano aggiunto due ali perpendicolari alla facciata sud, di modo che l’aia circolare sul davanti era diventata un patio erboso, chiuso sui tre lati, con un grande olmo al centro». La vedete la casa? Il giorno di Ognissanti, immersa nella neve e nella nebbia? E vedete Sara Clayburn che mentre torna a casa incontra una donna vestita di bianco che non ha mai visto – conosce tutti nel circondario – che va verso la sua proprietà e alla domanda di Sara su cosa cerchi lì, risponde: «Devo solo vedere una delle cameriere». E poi scompare nel nulla. Pochi metri dopo Sara scivola, si rompe una caviglia, deve rimanere qualche giorno nella sua camera, allettata, per evitare il gesso, ma quella notte succedono delle cose strane a Whitegates. Sara è prigioniera e nella casa non c’è più nessuno. «Le cose misteriose, spaventose, erano associate all’oscurità; ed ecco di nuovo la salvifica, prosaica luce del giorno tornare a dissiparle». Se dovessi dire degli autori o dei film che mi sono venuti in mente leggendo Edith Wharton direi Henry James (ma qui c’è una diatriba, chiaramente la vulgata vuole che Edith, amica di Henry, abbia in un certo modo copiato da lui; perché è così, perché lui è un uomo; vi invito invece a leggere entrambi questi geni e a godere delle loro similitudini e delle loro infinite differenze), Shirley Jackson, Viale del tramonto di Billy Wilder, Che fine ha fatto Baby Jane di Robert Aldrich, Il postino suona sempre due volte di Bob Rafelson. Per motivi diversi, per piccole o grandi assonanze, perché i libri o i film che mi piacciono mi fanno sempre venire in mente altri libri e film che amo.
Forse sono stata sconnessa nel mio ragionamento, nella mia scrittura, come quando vai su una strada dissestata. Mi dispiace se leggendomi avete sentito le sospensioni dell’auto che gemevano e la marmitta che cozzava, mandando scintille, contro il sentiero. È che volevo dire tutto. Dopo aver letto Edith Wharton, sono andata a mangiare. Faceva molto caldo e camminavo con un uomo. Sulla salita, abbiamo incontrato un suo conoscente. Ci ha chiesto dove andavamo e l’uomo che era con me gli ha chiesto dove potevamo trovare qualcosa da mangiare. Lui ha detto che non lo sapeva. Che non c’erano più i ristoranti di una volta. Poi ce ne siamo andati e io ho chiesto all’uomo che era con me: ma quella che abbiamo incontrato era una persona vera? Perché Wharton, come tutti i geni, mi aveva e mi ha infestata. E mentre scrivo, ora, sento la casa che scricchiola e che vive, le parole che ho letto mi confondono la vista, mi turbinano in mente. Vorrei rimanere con Edith, dentro i suoi racconti, nascosta magari in un vecchio armadio, per sempre.