Mishima o La visione del vuoto è il saggio in cui Marguerite Yourcenar rese omaggio al grande scrittore nipponico, di cui in questo 2025 si sono celebrati il centenario della nascita e i 55 anni dalla morte. L’autore di opere come Confessioni di una maschera o Neve di primavera o Il mio amico Hitler se la procurò com’è noto per mezzo del seppuku, il suicidio rituale dei samurai, compiuto il 25 novembre 1970 – al cospetto di un reparto dell’esercito giapponese e in diretta televisiva – allo scopo di scuotere le coscienze dei connazionali, richiamando i valori della tradizione a fronte dell’omologazione culturale provocata dalla cieca adesione, o se preferite sottomissione, al modello occidentale. Modello impostosi sul Giappone sconfitto anche per mezzo – e nonostante! – l’uso da parte degli americani delle due bombe atomiche sganciate nell’agosto del 1945 su Hiroshima e Nagasaki, che esplodendo nel cielo sopra quelle due città le polverizzarono, facendo letteralmente il vuoto. Un vuoto che più di ogni altra è ancora oggi una singola immagine a restituirci: quella famosa dell’ombra di un uomo impressa sugli scalini di accesso a una banca. Non sapremo mai chi fosse quell’essere umano, del cui passaggio su questa terra l’ordigno trasportato dall’Enola Gay non lasciò che quell’impronta. Ma sappiamo che è proprio questo in definitiva a spaventarci, quando pensiamo alla nostra finitezza e magari ricordiamo che gli antichi usavano distinguere gli Dèi dai mortali.
Perché nonostante tutti i progressi della scienza, e le dorate illusioni di chi investe fortune in cerca dell’immortalità – come ci ha raccontato qualche anno fa Don DeLillo in Zero K – ciò che più ci spaventa è che di noi, di quello che siamo, di ciò che abbiamo fatto, dei nostri ricordi, delle nostre gioie e dei nostri dolori, possa non restare nulla.
«Ogni cento anni Dio tira lo sciacquone e ciao!», sintetizza Woody Allen. E si capisce che messo di fronte a tale prospettiva, l’essere umano tendenzialmente terrorizzato, al contrario di Mishima, dall’idea della morte – e dunque del vuoto – ricorra da sempre alla religione. Intanto però un certo Friedrich Nietzsche ci ha avvisati: Dio è morto. E chissà che cosa direbbe di noi il filosofo tedesco che prima e più di ogni altro ha saputo intercettare e analizzare – e incarnare – il nichilismo, di fronte ai nostri patetici, quotidiani tentativi di riaffermare la nostra esistenza postando raffiche di selfie e tramonti sui cosiddetti social, lì dove un gorgo e allo stesso tempo un ingorgo di miliardi di immagini testimonia la nostra ansia di lasciare una qualche traccia del nostro passare sulla terra leggeri, esattamente come coloro che diecimila anni fa tracciarono per mezzo di una selce o un pezzo di carbone figure umane sulle pareti della Grotta del Genovese a Levanzo.
Comunque: il vuoto a cui si riferisce il titolo del libro di Marguerite Yourcenar non è naturalmente che una delle tante possibili declinazioni del medesimo. E come argomenta Armando Buonaiuto, curatore per la Fondazione Circolo dei lettori del festival Torino Spiritualità, la cui prossima edizione è titolata Questo Vuoto d’Intorno, per paradossale che sembri il vuoto «riempie le nostre giornate. Pervasivo e invisibile, attraversa ogni vita come un rumore bianco: a volte ci consola, simile alla quiete di “una stanza tutta per sé”, altre volte ci fa paura, come lo scricchiolio di un pavimento che poggia sul nulla. Ma qual è la natura del vuoto? Vortice o sorgente? Precipizio o rifugio?». Già: perché non è detto che il vuoto debba spaventarci. Proprio perché, come detto, c’è vuoto e vuoto. E se c’è senza dubbio un vuoto che può far paura, almeno a chi più o meno nietzschianamente si è allontanato dall’idea dell’esistenza di un dio o non ha voluto o potuto abbracciare una fede, c’è di sicuro anche un vuoto che può restituirci a noi stessi, aiutarci ad ascoltare ciò che nel silenzio ancora pulsa.
In un’epoca in cui, dovunque siamo, veniamo bersagliati sette giorni su sette e ventiquattr’ore su ventiquattro da notifiche, proposte d’acquisto, di viaggio, notizie, messaggi, richieste di attenzione e sollecitazioni riguardo ai nostri doveri e alle nostre prestazioni con le relative parole d’ordine – “Flessibilità!”, “Competitività!”, “Resilienza!”, “Inclusività!” – e ci ritroviamo a dover “performare” non solo sul lavoro ma perfino nel tempo (già) libero, che deve obbligatoriamente essere “di qualità”, c’è da chiedersi se non sia il caso di guardare con una certa nostalgia al vuoto degli ormai mitici (almeno per chi è adulto) tre mesi di vacanze estive, che in molti abbiamo riempito innanzitutto con letture appassionate, disordinate, amatissime. Erano, quelle, le estati di Hemingway, Fitzgerald, Flaubert, Bulgakov, Dostoevskij. Da parte mia devo ammettere che se allora, privo com’ero di qualsiasi forma di tecnologia fatta eccezione per un vecchio mangianastri, non avessi trascorso tante ore steso sul letto nella mia stanza di ragazzo – le mani intrecciate dietro la nuca, a guardare il vuoto soffitto bianco – forse non mi sarei detto che scrivere, oltre che leggere, poteva essere un buon modo per riempire quelle settimane apparentemente interminabili che al contrario sono finite troppo presto per non tornare mai più.
Tra l’altro: era il 1926 quando proprio Hemingway scrisse un racconto destinato a cambiare per sempre la storia della letteratura non solo americana, considerato in seguito come l’origine del minimalismo e intitolato Un posto pulito, illuminato bene. Nel quale a un certo punto un anziano cameriere riflette: «Di che cosa aveva paura? Non era paura né timore, era un nulla che conosceva troppo bene. Tutto era nulla, anche gli uomini erano nulla. Era solo quello e la luce era l’unica cosa di cui aveva bisogno, assieme a un poco di pulizia e di ordine. Alcuni ci vivevano e neanche se ne accorgevano, ma lui lo sapeva che tutto era nada y pues nada y nada y pues nada». E, qui, a un tratto, ecco che Hemingway pare intercettare Nietzsche: «Nada nostro che sei nel nada, nada sia il tuo nome e il tuo regno, nada la tua volontà in nada come in nada. Dacci oggi il nostro nada quotidiano e rimetti a noi i nostri nada come noi rimettiamo ai nostri nada e liberaci dal nada; pues nada. Ave o nulla pieno di nulla, che il nulla sia con te». Ma quante volte mi è capitato di pensare che forse anche gli inarrivabili monologhi di Thomas Bernhard altro non sono che il disperato tentativo di fare i conti con il vuoto? Penso a quello che credo sia il suo capolavoro, intitolato non a caso Estinzione, lì dove l’alter ego dello scrittore e drammaturgo austriaco, un professore di tedesco che vive a Roma, deve decidere se tornare oppure no nella natia Wolfsegg per partecipare ai funerali del fratello e dei genitori, evento che fronteggia con un diluvio di parole dall’andamento wagneriano, perché leggere Bernhard è come ascoltare il preludio all’Oro del Reno. Tra l’altro: all’epoca in cui pubblicò Antichi Maestri, Bernhard venne accusato dalla critica di “vuoto nichilismo”. Una medaglia di cui potrebbero fregiarsi altri libri e autori da me molto amati, da I demoni di Dostoevskij a Glamorama di Bret Easton Ellis, per tacere dell’opera omnia di Michel Houellebecq. Sta di fatto che interrogarsi sul vuoto in quest’epoca contrassegnata dalla sovrapproduzione – di immagini, di messaggi, di beni, di tutto – è un atto controcorrente. Giusto dieci anni fa usciva per Einaudi 24/7 – Il capitalismo all’assalto del sonno, nel quale il filosofo Jonathan Crary ha illustrato come non ci sia più un momento della nostra giornata in cui noi si sia realmente liberi, imprigionati come siamo in un non-tempo interminabile – o se preferite in un eterno presente – nel quale il mercato ha preso il controllo di ogni spazio vitale, precipitandoci in una vita priva di pause nella quale «sembra impossibile non lavorare, mangiare, giocare, chattare o twittare» senza più alcuna distinzione tra la notte e il giorno. Ecco allora che il vuoto non è più motivo di spavento ma può diventare risorsa preziosa: spazio e tempo da dedicare a noi stessi, via dalla pazza folla. E insomma: grazie al confronto e al dialogo tra voci e saperi tanto diversi, a Torino Spiritualità avremo modo di interrogarci sulla natura di questo nada a cui il cameriere di Un posto pulito, illuminato bene rivolge una preghiera che, se letta con attenzione, suona non poco ambigua: contiene paradossalmente qualcosa, quel nada? E lo stesso vuoto che in certi frangenti della nostra vita ci angoscia non è forse altresì uno spazio di libertà a cui tendere? Quando esprimiamo il desiderio o il bisogno di evadere da una quotidianità che ci vuole sempre più “performativi” non stiamo forse cercando un po’ di vuoto rigenerante? E quante volte ci sorprendiamo ad accogliere con un misto di ansia e sollievo il fatto di ritrovarci improvvisamente irraggiungibili e impossibilitati a “performare”, complice l’aver dimenticato o perso quella propaggine del nostro Io che è diventato il nostro telefono?
Intanto, c’è chi lavora ad affiancare – se non addirittura a sostituire – quell’Io che già la letteratura del Novecento aveva messo in discussione e che ora invece dovrà fare i conti con il procedere vertiginoso delle ricerche sull’intelligenza artificiale: c’è chi preconizza l’obsolescenza prossima ventura non soltanto delle nostre propaggini, aprendo scenari che corrispondono a un vero e proprio salto nel vuoto. Vaghiamo dunque come l’astronauta di Kubrick, alla deriva nel buio infinito prodotto dal Big Bang poco prima del misterioso, inquietante, commovente finale di 2001: Odissea nello Spazio: ma come sosteneva colui che venne definito pazzo per avere abbracciato un cavallo preso a frustate dal suo proprietario, bisogna avere un caos dentro di sé per partorire una stella danzante.
La XXI edizione di Torino Spiritualità, dal 15 al 19 ottobre
Questo vuoto d’intorno. Smarrirsi // Raggiungersi è il tema della XXI edizione di Torino Spiritualità: una riflessione profonda sul tema del vuoto, presenza impalpabile ma pervasiva nelle nostre vite, dimensione ambivalente che inquieta e al tempo stesso attrae. Il festival è occasione per indagare il vuoto non come carenza da colmare, ma come spazio da abitare, soglia aperta all’inatteso, alla contemplazione e alla possibilità di riscoprirsi. Torino Spiritualità, festival ideato dalla Fondazione Circolo dei lettori e curato da Armando Buonaiuto, è in programma dal 15 al 19 ottobre; tra gli appuntamenti, le voci di Brunori Sas, Guido Tonelli in dialogo con Vito Mancuso, Matteo Saudino, Maurizio Ferraris, Vittorio Lingiardi, Cristina Arcidiacono, il Lama Michel Tulku Rinpoche. Il festival è nel palinsesto di Dialogo aperto, la nuova stagione della Fondazione Circolo dei lettori, la prima diretta dallo scrittore Giuseppe Culicchia, in programma fino all’estate del 2026 al Circolo dei lettori a Torino, Novara, in diversi luoghi sociali e culturali delle due città e negli spazi digitali della Fondazione. In autunno, oltre a Torino Spiritualità, sono in programma a Torino Radici, 3. Edizione del festival dell’identità (coltivata, negata, ritrovata), dal 13 al 16 novembre, e il Festival del Classico, presieduto da Luciano Canfora e curato da Ugo Cardinale, dall’11 al 14 dicembre.