Alle dieci del mattino il tavolo sociale su cui lavoro è già tutto occupato. Accanto a me la ragazza con gli occhiali antiriflesso corregge una sceneggiatura e ogni mezz’ora riattiva il timer per la produttività. Di fronte ho un analista dati di cui ho spiato lo schermo mentre andavo in bagno; sullo stesso lato, un ragazzo disegna a mano sul tablet. Un’altra ragazza risponde alle mail dall’interfaccia della sua azienda. Nessuno ha ancora alzato la testa, neanche quando sono arrivati caffè americani – due euro e cinquanta – e brocche d’acqua filtrata – tre euro – sulla superficie lucida del legno di recupero. Sul lato corto un uomo di mezz’età prende appunti, ha un elegante quaderno di pelle. Li conosco tutti: la sceneggiatrice, l’analista, lo scrittore, la product manager. Per tutta la durata della mattina replichiamo lo spirito per cui sono nati i tavoli sociali: facciamo finta di essere una famiglia incastrata in un infinito pranzo della domenica. Solo che noi a pranzo dobbiamo andare via: se non consumi almeno un primo – sedici euro – un antipasto gourmet – quattordici euro – o un secondo da diciotto, devi lasciare il posto agli altri. Quando arriva la ragazza con il portatile nella tote bag la compilation lounge di Spotify è già ricominciata due volte. Lei non lo sa, si guarda intorno e cerca una postazione accanto alle finestre. Sono le più ambite. La luce naturale attraversa la villa e colpisce direttamente i biscotti al burro – tre euro e cinquanta – fette di torta alle noci – quattro euro – e cappuccini d’avena – tre euro – in servizi da tè spaiati e coloratissimi che ricordano le porcellane Polspotten. Chi riesce ad accaparrarsi le vetrate, pur criticando le basse poltrone di legno e i piccoli tavolini da caffè su cui a stento entrano due portatili, non può fare a meno di ringraziare la vista sulla villa comunale invece della squalificante luce al neon di un ufficio qualunque.
Dove lavorare è il quesito più urgente da quando la casa è diventata un ufficio. Abbiamo messo in pratica l’ultima illusione di libertà professionale, quella secondo cui basta un computer e una connessione e puoi lavorare ovunque. I luoghi non sono neutri. Come e dove ci troviamo a lavorare noi freelance? Qualche anno fa abbiamo ordinato pratiche scrivanie che niente c’entravano con l’arredamento e le abbiamo piazzate davanti a sfondi che non ci mettessero in imbarazzo, librerie perlopiù. Ma alla lunga l’ambiente influenza idee e produttività e sempre più persone, dopo l’euforia iniziale di non dover più andare in ufficio, trovano complicato lavorare da casa. Troppe distrazioni. E poi a casa siamo da soli, nessuno con cui fare una battuta o scambiarsi un’occhiata complice. Nessuno con cui condividere la pausa caffè, sparlare dei colleghi, lamentarsi dei capi.
In Italia oltre 4,5 milioni sono considerati freelance nel senso più ampio: professionisti della cultura, creativi digitali, sviluppatori, consulenti, giornalisti, formatori, coach. È una forza lavoro vasta, spesso invisibile, frammentata e in cerca di un posto per lavorare. Più in generale, è per la sensazione che alcuni aspetti della vita privata si siano confusi con il tempo del lavoro che sempre più persone scelgono di rifugiarsi nei coworking.
Sono spazi condivisi, flessibili, a pagamento, e spesso sono più belli di casa nostra con vista nella chiostrina interna del condominio. Se all’inizio erano camere di decompressione dall’isolamento domestico, oggi sono il luogo preferito da freelance e startupper, e si sono evoluti in bistrot in cui essere produttivi. Un ambiente più cool e vitale significa anche più focus e contatto umano: dunque, idee migliori!
La creatività non ama le stanze chiuse.
Nel coworking questa intuizione diventa realtà quotidiana. Qui le persone possono iniziare la giornata in una zona silenziosa immersa nel verde, nel pomeriggio spostarsi nella lounge per un meeting informale, e concludere sulla terrazza, magari a bordo piscina. Ogni cambiamento di scenario è una rottura della routine visiva, un micro-choc che risveglia le reti neurali addormentate. La varietà ambientale stimola l’elaborazione creativa, aumentando la produzione di idee e la flessibilità mentale. Un articolo pubblicato su Creativity and Innovation Management ha sottolineato che la diversità spaziale – spazi aperti alternati a rifugi intimi – favorisce il pensiero divergente, cioè la capacità di trovare più soluzioni a un problema. In altri termini: la creatività ama avere opzioni ed essere continuamente stimolata. E i coworking ne offrono in abbondanza.
Hanno tariffe dai nomi suggestivi come Resident (di solito offerte mensili, per chi non può lavorare in ufficio ma senza una scrivania fissa non ce la fa) o Nomad (le giornaliere) e rappresentano le due anime di questo nuovo modo di lavorare. Una postazione occasionale o interi uffici per la propria azienda.
In media i costi oscillano tra i 15 e i 35 euro al giorno, quelli mensili invece possono arrivare anche a 850 euro, quanto l’affitto di un monolocale. Sono stati ricavati da ex fabbriche, ex mulini, ex qualsiasi cosa, e nel concept ricordano le antiche destinazioni d’uso: una pompa di benzina, una dogana, una cascina; un fermoposta specializzato nella gestione della corrispondenza, che oggi a stento riesce a quantificare il traffico internet dei suoi frequentatori. L’atmosfera però è sempre accogliente – non sia mai replicare l’ambiente toxic dell’ufficio, altrimenti come ti convinco a spendere 850 euro? – e gli arredamenti sono freddi, legno e metallo, vetrate piene di luce negli spazi comuni, nicchie riservate e silenziose, dove aprire il portatile. Alcuni hanno desk colorati, vibranti, con piante e totem, poltroncine con cuscini variopinti, brocche con acqua e cetriolo; alle pareti hanno scritte dai font corsivi, perché nessuno vuole essere assertivo, maiuscolo, da quando non ha più bisogno di timbrare il cartellino. Hanno lunghe scrivanie in sale neutre dove fare riunioni e videoconferenze. Hanno sedi in tutta Italia e nel mondo, come Copernico – otto palazzi solo a Milano, con la sua illuminazione di design, tavoli tondi e le sedie opache su pavimenti di resina. O Impact Hub, il coworking per eccellenza della digital finance con più di centoventi location in cinque continenti e un taglio business oriented che fa colpo sugli imprenditori.
Per chi vuole sentirsi meno corporate ci sono gli alberghi di lusso, a patto di avere soldi a sufficienza. La Soho House ha capitalizzato i concetti di esclusività, comunità e lifestyle. Chi viaggia per lavoro può ritrovare la stessa atmosfera, lo stesso network di relazioni in ogni capitale in cui atterra. La quota di partenza è di 525 euro e si chiama “benvenuto”, per l’iscrizione mensile ci vogliono 3.150 euro; in alcuni semestri ho guadagnato di meno. È in questa idea di franchising che si esaurisce la nostra spinta all’internazionalità. Non potendo vivere tra Londra e Berlino, ci accontentiamo di incontrare persone straniere nei coworking della nostra provincia.
Infine, per accogliere colleghi in un posto di rappresentanza che abbia anche un certo calore, ci sono i bar e i bistrot.
Sentirsi alienati, soli, invisibili forse non è una questione privata. Forse la proviamo tutti davanti allo schermo del computer. I coworking invece, pur non appartenendoci – perché niente più ci appartiene davvero – ci fanno sentire che apparteniamo a qualcosa. Le ragazze e i ragazzi che lavorano al bar, la libraia che si occupa della selezione dei libri e di tenere aggiornati gli scaffali, il responsabile della cucina e la direttrice della sala diventano i nostri colleghi. Nella condivisione dello spazio di lavoro, tutti quelli che lavorano sono colleghi. Dove lavori? Io, loro, tutti quelli che sono lì possono rispondere allo stesso modo. Da Shell, da Materia, al Caffè delle Arti. Quando arrivi ti chiedono come stai, come è andato il fine settimana, ti porto il solito? È una forma di gentilezza e di socialità di base da cui si può prendere solo il meglio, e spesso il meglio vuol dire non approfondire troppo, non essere un collega asfissiante, non essere un caporeparto e una responsabile pressante, con manie di controllo e atteggiamenti passivo-aggressivi. Non si tratta solo di dove si lavora, ma con chi e come. Un dialogo tra lo spazio urbano e una collettività che produce in movimento. È lo spirito di Dorado, a Torino, che ha inserito l’idea di coworking all’interno del recupero e della riqualificazione dei luoghi abbandonati. Un magazzino in disuso è stato restituito al quartiere. Lighting design, arredamento industrial e un tocco di colore, il giallo, che favorisce la chiarezza mentale, la concentrazione, e stimola le relazioni tra persone. Le postazioni condivise sono a pagamento ma i pannelli espositivi, il bar e la libreria fanno da scenario a eventi gratuiti come concerti, mostre e progetti culturali. Per Millennial e Gen Z questo senso di comunità, di benessere e di flessibilità sono valori indispensabili. Ed è per questo che scelgono coworking, bar sociali, work café – anche se costa. Perché, soprattutto per loro, non si tratta solo di produrre: lavorare va bene, il tempo libero è meglio.
Secondo uno studio del gruppo Manpower il 49 per cento dei Gen Z prevede di lasciare il proprio lavoro entro sei mesi; il livello di stress è alto, al 57 per cento (contro il 44 per cento dei baby boomer). I giovani lavoratori vivono in una perenne ricerca di bilanciamento tra vita e lavoro. Sono meno inclini ad accettare compromessi svantaggiosi. Ancora, uno studio di Great place to work ha posizionato l’Italia all’ultimo posto nella graduatoria sulla soddisfazione professionale tra i paesi europei. A pesare sull’ambiente di lavoro, oltre al mancato apprezzamento dei manager, sono i temi della meritocrazia e della retribuzione. Questioni che i coworking non possono risolvere.
A diciassette anni avevo come mito il Central Perk, l’iconica caffetteria che faceva da sfondo alle vicende dei personaggi di Friends. Quell’atmosfera newyorchese e scanzonata ha fissato per sempre il modo di diventare adulti di noi millennial. Non avrei lavorato per la stessa azienda per quarant’anni, sveglia ogni mattina alla stessa ora, stesso tragitto, stessa scrivania, stessi colleghi. Oggi invece quasi rimpiango la scrivania fissa, la cancelleria nei cassetti, compiti chiari e definiti da svolgere, la sicurezza di uno stipendio alla fine del mese. Forse mi manca anche l’ambiente tossico dell’ufficio. Al momento, col mio lavoro freelance non ho garanzie, il conto in banca si assottiglia sempre di più e ogni mese penso che se non è il mese giusto, se non mi entra qualche lavoretto, se non arriva una proposta o un anticipo, finirò senza soldi e dovrò tornare in un ufficio vero, con colleghi in carne e ossa e con il capo che ti vuole vedere in agonia perché altrimenti non stai lavorando davvero. Sempre se mi riassumono.
Lavorare da casa doveva essere la conquista della libertà, il sogno di una generazione freelance che immaginava di lavorare da qualsiasi capitale europea, in un loft retroilluminato dalle insegne dei negozi, un computer davanti alla finestra, appunti sparsi su fogli disordinati, una tazza di caffè riscaldato troppe volte. Oggi, invece, tra solitudine, connessioni instabili e produttività a singhiozzo, abbiamo scoperto che questa indipendenza ha dei limiti. Soprattutto quando essere indipendenti vuol dire non avere sicurezze e doversi pagare pure la scrivania.