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Un romanzo sul forse, con il male che fa

In Destinazione errata di Domenico Starnone il nucleo che fonde è: che cos’è tradire. La famiglia è un gruppo di persone che cerca di infilare un piumino in un copripiumino. L’altrove è una scarica di pioggia. L’ossessione per l’atto generativo del linguaggio

Piumino, pioggia, forse, cantina, chiavi, conseguenze, «l’unica donna che avevo davvero amato e davvero detestato». Domenico Starnone me lo figuro sempre come una grossa bolla di vetro o di plastica color zabaione, di quelle che si usano per il bingo; ma dentro non ci sono i numeri, ci sono le parole. Domenico Starnone è quella bolla, si prende le parole da dentro e le fa svagolare, è sempre stato questa bolla e mi ha fatto sempre ridere, e mi ha fatto terrorizzare. Destinazione errata (Einaudi) è il suo nuovo libro, e come sempre è una storia che serve a parlare d’altro. Starnone è ossessionato dall’atto generativo del linguaggio, in ogni suo libro vortica, gioca – ma come un uomo dipendente dal gioco d’azzardo –, insegue la domanda su come sia possibile piegare la parola a raccontare per davvero, e se si possa. «Nessuno mai» scriveva Gustave Flaubert, «riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è come un paiolo fesso su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle». Penso sempre a questa frase, vedo il paiolo fesso come fosse un paiolo di Asterix, vedo gli orsi che ballano come gli orsi di Grizzly Man di Werner Herzog, e poi vedo questo libro di Starnone, questi libri di Starnone, che ribollono, luccicano, sfavillano e senza avvertirti ti frantumano. Ma che bella sensazione: è come adrenalina.

«– Pensaci, – dissi attingendo in fretta al repertorio delle frasi sagge, – ciò che non si racconta non è mai accaduto. – È la formula più amata dai bugiardi. Ciò che non si racconta, caro mio, si infetta e ci avvelena. Vattene». L’io narrante è un uomo medio, uno sceneggiatore, ha tre figli che ama e cura e una moglie meravigliosa, Livia. Lavora spesso, e con profitto – anche se in realtà vorrebbe fare lo scrittore, ma svogliatamente – con Claudia, la sua cosceneggiatrice, con cui sta scrivendo l’ennesima stagione della fortunata serie tv sull’architetta-detective Sarcante. Alla ventesima riga del romanzo, tutto questo bel quadretto borghese salta in aria per un accidente. Due messaggi che il protagonista manda: uno alla moglie, uno alla collega. Ma sbaglia, inverte i messaggi senza accorgersene: invia un “ti amo” a Claudia. «Ma poi – eh sì: poi – implacabili arrivarono le conseguenze».

In Homeland, serie sviluppata da Howard Gordon e Alex Gansa, il tradimento si incunea nella vita famigliare come un corpo estraneo capace di sbriciolare. In Mad Men, serie ideata da Matthew Weiner, ci sono una casa borghese e un uomo borghese dilaniato dall’autodistruzione: il tradimento è solo uno dei modi che ha per farsi a pezzi. Qui, in Destinazione errata – non cito a caso questo romanzo insieme a due serie che amo –, il punto focale, il nucleo che fonde mi sembra la domanda su cos’è tradire. Man mano che cresciamo, o invecchiamo, ci arrotoliamo come in una carta da pacchi in tradimenti di ogni tipo allo stesso modo in cui uno beve per dimenticare. La famiglia è un gruppo di persone che cerca di capire come si infila un piumino in un copripiumino. La ricerca di un altrove che rompa la quotidianità è una scarica immane di pioggia, un acquazzone. Forse Destinazione errata è un libro sul coraggio. O un libro su donne dolorosamente vere e uomini sbiaditi che pensano solo a sé. O forse – e questo mi sembra più calzante – Destinazione errata è un libro sul “forse” – che parola bellissima – che insegue il lettore da pagina 4 fino alla fine di questo romanzo; “forse” mi sembra il senso di tutto, forse il senso della vita. Ecco, le parole. La ricerca ossessiva della lingua che possa dire per davvero. Io la conoscevo, la parola “forse”; come tutti. Ma adesso, adesso è un’altra cosa: adesso la vedo, la posso toccare, e chiaramente se le tocchi le parole fanno male.

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.