Cerca

Ci vuole un fisico bestiale per avere sempre sedici anni

Bentornato sul palco Luca Carboni, ché noi sappiamo tutte le canzoni e abbiamo la fortuna di venire dalla regione giusta (l’EmiliaRomagna) e di avere avuto l’età giusta: quella in cui si tendeva all’adultità invece che allo specchio. È quasi Natale, e a Bologna che freddo che fa. Non fa più freddo, ma si squarciagola ancora. Come allora

Cristiano aveva i riccioli neri, e questo è tutto quel che mi ricordo di lui.

Quello, e che l’autunno dei miei sedici anni ce lo palleggiavamo tra amiche. Non ricordo i dettagli irrilevanti – dove l’avessimo conosciuto, chi se lo fosse limonato per prima – ma neanche quelli fondamentali: come successe che ripescammo un Carboni di quattr’anni prima. L’88 era l’anno di Chicchi di grano, perché stava nel disco che Luca Carboni aveva fatto uscire l’anno prima, quello di cui se eravate ascoltatori disattenti avrete memorizzato la maglia del Bologna sette giorni su sette – ma a Chicchi di grano poi ci arriviamo: prima, nella lista delle mie priorità, c’è da smaltire la pratica Cristiano. La canzone di Cristiano, tra noialtre liceali del centro che facevamo le cretine coi ragazzi di fuori porta, era Fragole buone buone, con apposite variazioni: le ha dato fragole buone buone, le ha dato fragole con la panna, Cristiano.

Non era un mondo di social e leggende metropolitane e saperlalunghismi, quindi io non ho saputo fino a molti anni dopo che Fragole buone buone passava per essere una canzone sull’eroina (è parte del pacchetto-fama: tutti gli attori famosi passano per essere segretamente gay, tutte le canzoni famose passano per parlare segretamente d’eroina). Della leggenda dell’eroina ho saputo a ventisei anni, ma anche ai miei ventisei anni – passando per i diciannove – ci arriviamo dopo, perché non ho ancora finito con Fragole buone buone. Da grande mi è poi capitato di chiederglielo, a Luca Carboni, di quella leggenda dell’eroina. Aveva risposto: «Io credevo d’aver scritto una canzone d’amore anche piuttosto esplicita, poi arriva quello all’autogrill che ti dà di gomito e ti dice: “Eh, parlavi della roba, eh…”». I social prima dei social (devo decidermi a intervistare Carboni, non foss’altro per chiedergli se «tengo il ritmo, ballo con me» faccia del protagonista di Mare mare uno che sta su TikTok trent’anni prima che esista).

È una sera dell’autunno 2025, a Milano, è il primo concerto di Carboni con un polmone solo. Ha avuto un cancro, come tutti: mentre sono lì che squarciagolo, arriva una che conosco e che non riconosco, mi dice che è senza capelli perché sta facendo la chemio. Il divario generazionale tra i nostri genitori senza strumenti diagnostici i cui cancri si scoprivano troppo tardi in sala operatoria (mio padre tornava a casa da certi interventi dicendo: l’abbiamo aperto e richiuso) e noialtri è questo qui, che spesso si prendono in tempo ma che abbiamo una quantità spaventevole di conoscenti passati per quella roba che abbiamo il pudore scemo di chiamare «brutto male». Luca è sul palco e sta facendo Fragole buone buone, io sto cantando come una pazza e la figlia di certi amici, ventiequalcosenne, mi guarda divertita: le sai proprio tutte. È in quel momento che capisco che occorre spiegare Carboni alle ventenni.

Che poi non è neanche spiegare Carboni: è spiegare l’Emilia-Romagna. Che ha una sovrabbondanza di cantautori come Milano ce l’ha di stilisti. Fu sempre nel 1992, anno che è stato fondamentale nella nostra formazione canzonettistica, che dette sovrabbondanze vennero codificate da Francesco De Gregori: Milano con i suoi sarti e i suoi industriali, Napoli coi suoi martiri professionali, Bologna coi suoi orchestrali. Luca Carboni, lo sanno tutti, comincia portando una cassettina a Lucio Dalla, nell’osteria sotto casa di Francesco Guccini in cui si ritrovavano gli orchestrali locali. Dalla che, dicono quelli che la sanno lunga, «era proprio un discografico». Uno che ti spiegava che le canzoni non andavano sentite in studio, con l’amplificazione perfetta e il religioso silenzio di chi rispetta l’arte: le canzoni che funzionano, quelle funzionano anche se le senti arrivare distorte dal finestrino della macchina accanto alla tua al semaforo.

La prima uscita pubblica di Luca Carboni dopo il cancro è di un anno fa, novembre 2024, una mostra a Bologna degli oggetti della sua carriera e dei quadri che dipinge. In una stanza, si sentiva il provino di Chicchi di grano, la prima versione col testo diverso che poi gli fece riscrivere Dalla. Chicchi di grano non sarebbe stata Chicchi di grano senza quell’inizio in cui «mi stavi sempre vicino vicino, e dicevi: dai, dai che facciamo un bambino». Ma le quindicenni pazze di Chicchi di grano, cioè noialtre di Bologna, potevano esistere solo in quegli anni di tensione all’adultità, in quegli anni in cui le opere che parlavano di cose che non avevi ancora vissuto parlavano della vita come sarebbe stata un giorno, e quindi della vita di cui eri curiosa. Adesso che le opere devono essere uno specchio in cui riflettersi pedissequamente, nessuna ragazza terrorizzata di non avere ancora ben compreso l’utilizzo degli anticoncezionali e quindi d’essere in balìa di quell’handicap femminile per cui ogni copula è un azzardo, nessuna quindicenne amerebbe una canzone che la rappresenta come una che cerca di restare incinta. «Io» significa io senza variazioni, e significa io sempre: quando scrivo, quando canto, quando faccio i cori al cantante, quando metto il video del concerto sui social.

La figlia dei miei amici dice «e Dalla?», perché è una ragazza cui i genitori hanno insegnato le cose importanti, cioè che su Dalla aveva ragione l’Eleonora Giorgi di Borotalco: più rilevante di Beethoven. E quindi io le dico le solite cose che dico di Dalla: quella volta che con un’amichetta andammo a rompergli i coglioni mentre si faceva la doccia in piscina al circolo del tennis cui andavamo sia noi sia lui, e si faceva la doccia con in testa il baschetto di lana che aveva sulle copertine dei dischi, e noi settenni gli chiedemmo di cantarci L’anno che verrà, e lui ottemperò (io avrei chiamato i gendarmi), e quindi io non sono mai stata a un concerto di Dalla ma posso dire d’averlo sentito cantare sotto la doccia.

Più di parenti, amici, ex fidanzati defunti, a me che la gente muore me l’ha insegnato la morte di Dalla. Che avevo sentito cantare sotto la doccia ma a un concerto del quale non ero mai stata, perché pensavo ci sarebbe sempre stato tempo. Dalla era un pezzo di paesaggio, quindi eterno. E, per la stessa ragione, l’ho sentito da bambina (come avrebbe voluto lui: nell’autoradio della macchina di mio zio che, quando passava Balla balla ballerino, alzava tantissimo il volume), e moltissimo da grande (quando ho capito che le canzoni romantiche son quelle facili: è con Disperato erotico stomp che dimostri che sei un genio), ma quasi niente nel mezzo. Al limitare di gioventù ogni periodo ha avuto il suo cantautore di riferimento da ascoltare per un po’ solo lui e sempre lui, e lì non c’è mai stato Dalla: c’è stato Guccini a tredici anni, Fossati a venti, e i sedici anni son stati quelli di Carboni. Quindi: non devi solo venire dalla regione giusta, ma anche avere avuto l’età giusta negli anni giusti.

Conosco una romagnola pazza di Carboni, e adesso che ha quarantadue anni siamo coetanee, perché dopo una certa età si è tutte coetanee, ma la regola non è retroattiva: avevi un anno all’altezza delle commesse dei negozi del centro, cosa sei carboniana cosa, non sai niente, non c’eri, non dedicavi ai morosi di stagione «io chiamo l’ascensore ma non risponde mai» (poi un giorno bisognerà occuparsi di come funzionino le rime e quali frasi assurde riescano a far sembrare poetiche e di come le canzonette siano diverse da qualunque altra opera d’ingegno e spesso non vogliano dire niente e comunque vogliano dire tutto).

«Siete agitati?» «Eh, fai te». Quando arrivo alle prove, Marina ha la faccia della fatica. Marina è la moglie di Luca – almeno: io ho sempre saputo che era la moglie, Google dice che non sono sposati, ma io mica posso mettermi a chiedere «scusa ma qualcuno con pieni poteri vi ha detto finché-morte-non-vi-separi», a un certo punto le chiedo da quanto stiano insieme, lei dice «dall’89», e insomma a casa mia si chiamano marito e moglie anche in molto meno tempo, la mia regola è che se hai gli spazzolini da denti nella stessa casa sei marito e moglie, ma questo a Marina non lo dico perché è impegnata a seguire con gli occhi Luca che prova, a seguirlo con la concentrazione di chi pensa che se si distrae poi chissà cosa succede, con la concentrazione di chi è passata attraverso un guaio grosso e non vuole rilassarsi perché non si sa mai. Marina ha un cappellino con una scritta Body by Lodi. Le chiedo cosa sia, e lei mi guarda come fossi una bolognese abusiva. Dai, la palestra. Lavorava lì da ragazza, oggi è passata a salutarli. Mentre parla della famiglia Lodi improvvisamente mi ricordo. La palestra di Casalecchio dove mio padre mi portava a fare pesi al liceo. Quindi negli anni in cui ci lavorava lei. A Bologna non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti.

Un paio d’ore dopo, in quel buco spaziotemporale senza regole tra le prove e il concerto, arriva l’organizzatore. Si mette a chiacchierare con Lorenzo Jovanotti, e quello gli dice tutto contento «è pieno, quando Luca mi ha detto che faceva il concerto diceva eh, farò tremila persone, e io gli dicevo ma farai il pienone» (bisogna immaginarsi questa cosa qui detta col tono di Lorenzo, che ha un tratto caratteriale interessantissimo: gli piace il successo; quello degli amici meglio, quello suo meglissimo, ma in generale gli piace il successo, gli piace vedere qualcuno che fa una cosa che funziona, gli piacciono gli applausi pure quando sono per qualcun altro). L’organizzatore racconta dei mille dubbi di Luca a ogni data da aprire (che tradotto dal gergo significa: ogni nuovo concerto da annunciare), «alla decima telefonata “mah, non so” sulla seconda di Bologna ho detto: basta, apriamo». Ridiamo tutti come se stessimo parlando delle nevrosi dell’artista, sai come sono questi qui, sempre dubbiosi, pieni d’insicurezze. Ridiamo tutti come se cantare con un polmone solo fosse un intoppo come un altro. Ridiamo tutti perché se non ridi degli scampati pericoli di cosa diavolo devi ridere.

Ridiamo tutti per la stessa ragione per cui «lei è lì che muore, oddio, oddio non so che fare, io chiamo l’ascensore ma non risponde mai» diventa una frase romantica.

Arriva una scaletta. La scaletta è la negazione del romanticismo: è quel foglio che dice che lo spettacolo non è un afflato di gente che arriva e s’inventa qualcosa, è un meccanismo di precisione in cui sai già da prima in che ordine farai le canzoni e quali sì e quali no. Questa scaletta poi è didascalica del ritorno dal reparto oncologico: comincia con Primavera e finisce con Ci vuole un fisico bestiale. La me dodicenne controlla che ci siano le commesse dei negozi del centro, la me quindicenne non ha bisogno di controllare che ci sia tu potresti suonare il piano mentre io spalmo la maionese perché l’ho sentito che la provava con Elisa. Quindi c’è tutto? Col cazzo. Dov’è Faccio i conti con te, mia preferitissima. Dov’è Cazzo che bello l’amore, che cantata oggi sembrerebbe un pezzo di autobiografia recente, «Se penso a come son stato male, davvero un dolore bestiale e un vuoto da era glaciale che rimuovi e non si può raccontare, invece adesso cazzo che bello, scopro che poteva andar peggio, riesco ad esser contento anche se non trovo parcheggio». Ma soprattutto, dov’è Il mio cuore fa ciock!, unica canzone cui perdoni il puntesclamativo? Chi mi ha privata del più favoloso incipit di tutte le canzoni di lasciarsi, «Casomai ci ripensiamo, siamo fatti così»? Come si è permesso? Medito per un attimo di fare irruzione nel camerino di Carboni e intimargli di rimettere in scaletta la canzone della quale a ventisei anni un fidanzato saperlalunghista mi disse che per lui tutta la questione dell’eroina carboniana non veniva né da Fragole buone buone né da Silvia che forse non sapeva che Luca si bucava ancora. È l’arrangiamento dal vivo di Il mio cuore fa ciock!, mi disse con l’aria di quello cui non si può nascondere niente. Così lento. Così perfetto per farcisi una pera. (Più tardi, a casa, andrò a rileggermi un’intervista che avevo fatto a Carboni nel 2011. Stava provando un concerto, e anche lì in scaletta non c’era Il mio cuore fa ciock!, e mi aveva promesso di rimediare. Ricopio la trascrizione d’epoca: «Il chitarrista, crudele, mi svela l’inesistenza di Babbo Natale: “Mavalà, quella non la farà mai più, anche a me la chiedono sempre”». Ma quindi c’è del dolo e della ricorsività. Carboni, cos’ha da dire a sua discolpa?).

L’affetto dal quale è circondato Luca Carboni, ci avevo già pensato all’inaugurazione della sua mostra ma qui è ancora più evidente, lo fa sembrare morto. C’è quella mancanza di ritegno dei funerali, quando non hai nessuna critica, nessun appunto, vuoi solo dire quant’era meraviglioso il caro estinto. Da cosa dipende? Dal suo non essere uno che smania e scalpita, che anche sul palco sembra esserci un po’ per caso, con l’aria di non disturbare e di osservare divertito chi invece ci si agita, come Lorenzo o come Cesare Cremonini? Dal suo essere biografia se non della nazione almeno della regione? Dal bene che vogliamo a chi usciva dalle autoradio quando avevamo sedici anni? Dal suo avere capito prima di noi che «cosa son venuto a fare: ho già un sonno da morire» sarebbe stata la frase che riassumeva tutte le nostre serate adulte, e lui invece l’ha incisa a neanche trent’anni, quando noialtre diciannovenni smaniavamo per uscire tutte le sere? Dall’averci aspettato mentre attraversavamo il mondo e le età per arrivare qui, a sentirci capite da canzoni che ci parlavano anche quando ancora non capivamo cosa volessero dire? Dal suo essere stato persino a trent’anni abbastanza risolto da, quando Lorenzo in concerto diceva «qui i lenti non li facciamo, non son mica Luca Carboni», chiamarlo e dirgli che gli era simpatico e proporgli di fare dei concerti insieme, invece di sfidarlo a duello?

Tra il pubblico milanese c’è l’ex manager di Carboni, si guarda intorno incredulo della folla, mi dice «Luca questi numeri non li ha fatti mai, neanche quando il disco vendeva un milione di copie, era impensabile». Benvenuto in questo secolo, caro amico, in cui i dischi non li compra più nessuno ma i cani e i porci riempiono gli stadi, è una delle molte cose che sono irriconoscibili rispetto ai nostri tempi. Rispetto a quel secolo dal quale è cambiato il mondo ma non sono cambiate le canzoni in mezzo alle quali siamo cresciuti. Li vedo e li piango, i ventenni di turno ora, con centinaia di canzoni nuove ogni settimana e neanche una memorabile. Poveri figli di questo secolo di gigantismo e autoscatti negli stadi pieni di cantanti sconosciuti, di questo secolo nel quale andiamo ai concerti con la disinvoltura con cui allora ascoltavamo la musicassetta in macchina, ciancicando il nastro da tante volte lo rimandavamo indietro per sentire di nuovo la canzone preferita. Pare che Carboni non voglia fare concerti tutti uguali. Quindi a Bologna magari mi fa Il mio cuore fa ciock!, quindi devo tornarci. A sentirla, o a chiedergli come si permetta di non farla.

A un certo punto, mentre Luca e Lorenzo provano, sul maxischermo ci sono inquadrati i loro piedi. Uno ha le Vans, l’altro le Dr. Martens: gli anni Novanta non finiscono mai, non finiscono mai, non finiscono mai mai mai, come le storie d’amore di quella canzone che al concerto faranno in un mischione (in discografese: mashup) con Puttane e spose, come la facevano nel 1992. Alle prove Luca dice a Lorenzo: poi qua dici qualcosa tu. Dopo il mischione, Lorenzo spiegherà che in quella tournée dell’anno in cui quello al massimo della sua fama non sfidò a duello quello in ascesa, quella tournée che finiva il sette dicembre, ci voleva la canzone di Natale. Fecero una cover che a Bologna è ancora canzone natalizia fissa, sarà quell’incipit, «è quasi Natale e a Bologna che freddo che fa». La sera non faccio in tempo a chiedermi se ci sia affezionato anche il pubblico milanese. Mi trovo in quello spazio tra il palco e la porta che si apre sul backstage, sopra c’è il pubblico sugli spalti, e a un certo punto cerco di capire da dove arrivino certe urla belluine. E sopra di me ci sono due che avranno la mia età, sono schiacciate sulle transenne, si protendono verso il palco come facevamo nell’87 quando sul palco c’era John Taylor, con l’entusiasmo di chi ha capito qual è la prossima pur senza aver visto la scaletta urlano «o non è Natale maiii». Signora, la capisco, ho avuto lo stesso fremito per Fragole buone buone. I nostri sedici anni non finiscono mai, non finiscono mai, non finiscono mai mai mai.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).