Ci siamo intrufolate in un gruppo di analisti junghiani provenienti da varie parti del mondo, una mia amica e io. Per merito dell’amica, non mio, a dirla tutta. Lei ha scoperto che gli eredi di Carl Gustav Jung avrebbero aperto a fine ottobre la casa di Bollingen, sul Lago di Zurigo, a visitatori motivati che ne avessero fatto debita richiesta. Noi analiste non siamo, né junghiane né altro, ma lei ha abilmente usato l’uscita in libreria, esattamente il 14 ottobre, del mio romanzo Carissimo dottor Jung (Neri Pozza) come spiegazione del mio interesse, candidandosi accompagnatrice superanalizzata. Incredibile, ma vero, ci hanno ammesse entrambe. E così ci siamo fatte trovare all’orario indicato davanti al 228 di SeeStrasse a Küsnacht, venti minuti in treno da Zurigo. E mentre gli altri andavano a visitare l’altra casa di Jung, diventata in parte museo, a questo indirizzo, noi che l’avevamo già vista insieme qualche tempo fa, abbiamo girellato nel bel giardino, ammirato le pietre che lo stesso Jung scolpiva e ci siamo messe tranquille in attesa a guardare il lago. Proprio come faceva lui meditando sulle vicissitudini dell’anima e il destino degli esseri.
Perché, sì, Carl Gustav aveva due case. Ma non come tanti una casa in città e l’altra per fuggire al mare o in montagna o altro posto di quiete e vacanza. Lui, nato a Kesswil, sul lago di Costanza, esattamente centocinquanta anni fa, il 26 luglio 1875, fin da piccolo aveva deciso: “Vivrò su un lago”. E così fu.
E queste sue case non potrebbero meglio rappresentare la sua doppia personalità, una estroversa, mondana, pubblica, molto borghese, l’altra – più giù lungo il lago, a Bollingen, una quarantina di chilometri da Küsnacht – spartana, senza luce, né acqua, né gas, né telefono perché c’era in lui un lato primitivo e solitario. È il posto ideale di un uomo che amava vivere a stretto contatto con l’inconscio, senza interferenze. In una lettera del 1957 aveva scritto: «Il parlare è per me sempre più spesso uno strazio, e frequentemente ho bisogno di un silenzio di parecchi giorni per riprendermi dalla futilità delle parole». Curiosa affermazione per uno psicoanalista, ma lui non era solo quello. Medico della mente, ma anche filosofo, antropologo, studioso di mitologia e alchimia, sua profonda passione, e grande viaggiatore fra i selvaggi, là dove ancora poteva studiare l’essere umano ai primordi.
«Dovevo riuscire a dare una qualche rappresentazione in pietra dei miei più interni pensieri e del mio sapere», scrive nell’autobiografia. E questo fu Bollingen. Un luogo dove, come amava esprimersi lui: «Sto maledettamente bene», il luogo dove si era sentito davvero sé stesso. Aveva comprato il terreno nel ’22. Pensava di edificarci sopra una specie di capanna africana, spazio condiviso fra uomini e animali, in modo selvatico. La volle costruire con le sue stesse mani, questa capanna, nei fine settimana, accampandosi sul terreno nel pieno dell’inverno e portandosi di rinforzo il figlio quindicenne Franz, il genero Kurt Niehus, marito della primogenita Agatha, e il fratello diciottenne di lui, Walther, studente di architettura, che poi avrebbe sposato un’altra sua figlia, la devota Marianne, allora undicenne. Il progetto però cambiò quasi subito quando nel ’23 morì improvvisamente sua madre, perché sentì il bisogno di erigere una torre per ricordarla, una torre circolare simbolo di stabilità, quella stabilità serena che la madre gli aveva sempre trasmesso. Riprese allora il lavoro di edificazione con l’aiuto di due operai italiani e con l’entusiasmo che da bambino gli dava il gioco delle costruzioni con i pezzetti di legno che diventavano ponti e casette. «Fin dal principio in questa torre provai un intenso senso di riposo e di ristoro… Ho rinunciato alla corrente elettrica: io stesso accendo il fuoco e la stufa, e a sera le vecchie lampade. Non vi è acqua corrente e pompo l’acqua da un pozzo: spacco la legna e cucino il cibo. Questi atti semplici rendono l’uomo semplice».
Quattro anni dopo sentì che era arrivato il momento di ampliare Bollingen in sintonia con l’evolversi della sua interiorità. Quella prima torre era il focolare, la madre appunto. Adesso aggiungeva una struttura orizzontale dove poteva accogliere i rari ospiti senza costringerli ad accamparsi in giardino. E nel ’31 una seconda torre a pianta quadrata a rappresentare Toni Wolff che con la moglie Emma accompagnò la sua vita, e dopo aver avvertito «l’intimo obbligo di diventare ciò che sono», si rese conto anche «che la piccola sezione centrale, così acquattata, così nascosta fra le due torri, rappresentava me stesso o il mio io». Allora vi costruì sopra un’altra stanza, la sua spiritualità, libera infine dai ceppi dell’eros, che chiamò “la cappella”, una stanza per la meditazione, come aveva visto nelle case indiane, solo per sé, da lui stesso istoriata con i simboli per lui più significativi, che teneva chiusa a chiave e la cui chiave portava sempre addosso come un talismano. Quel sentirsi “nascosto”, quasi schiacciato dalle due torri (madri falliche?) apre uno squarcio di comprensione. Per tutta la vita si era adoprato perché entrambe le compagne, la moglie e l’amante, avessero da parte sua lo stesso rispetto e perché niente fosse tolto all’una o all’altra di ciò che, secondo la sua valutazione, spettava a ognuna.
Solo dopo la morte di Emma, nel ’55, costruì una terza torre circolare a lei dedicata. Una morte che lo devastò ben di più, sembra, di quella di Toni, e negli ultimi sei anni che gli restavano da vivere, divenne sempre più concentrato sui temi spirituali e si ritirava spesso a Bollingen, malgrado le scomodità materiali.
Tutto questo ci racconta un pronipote di Jung, di professione musicista, che venutoci incontro sulla stradina privata che porta alle torri di Bollingen, ci fa accomodare sotto un portico esterno della casa. C’è un grande caminetto e il soffitto è intarsiato di riquadri dipinti dallo stesso Carl che in questa dimora dava sfogo alla sua natura più artistica. Mi distraggo guardando attentamente i disegni coloratissimi del soffitto. Ci sono dadi bianchi su sfondo blu, una casetta su sfondo rosso, alberelli volanti su sfondo dorato. Sono blu e in formazione da cinque di cui uno in mezzo agli altri quattro. Stessa disposizione per stelle d’oro in campo blu e crocette azzurre su campo dorato… sembrano simboli, ma di cosa? Stemmi usciti dalla mente di un bambino dotato per il disegno. Il pronipote di Jung non sa rispondere. Erano segni che gli dettava la sua anima e non intendeva renderne conto a nessuno. Poi questa era la sua vera casa. Se l’era costruita addosso un pezzo alla volta come uno specchio. E i discendenti l’hanno rispettata non correggendo niente. Hanno persino deciso di non cedere alle comodità del mondo moderno: niente acqua corrente, luce, gas… Tutto è rimasto prodigiosamente identico. E quando finalmente il nostro ospiteguida ci apre la porta di casa e possiamo entrare in una grande cucinatinello al pianoterra, ci troviamo immersi nel buio perché le finestre sono molto piccole e strette ed è necessario accendere le lampade a olio per disperdere l’Ombra che tutto avvolge in una temperatura decisamente rigida. Certo è emozionante immaginare Jung che cucina davanti al camino e va fuori nella legnaia a prendere piccoli tronchi per alimentare il fuoco. Guardiamo vecchie posate e altre stoviglie chiedendoci se fossero le sue. Poi fissiamo una porta chiusa. Dietro, ci dice il pronipote, c’è una scomoda scala di ripidi gradini per salire al piano di sopra, alla famosa stanza dove pochi erano ammessi e che non vedremo.
Quando siamo di nuovo all’esterno, mormorando fra noi come in chiesa, proviamo un senso di liberazione. Mi fermo a guardare due piccoli bassorilievi molto primitivi sulla parete di roccia della casa, rocce raccolte dal lago che sono i solidi mattoni di questa torre. In uno c’è un’orsa che spinge con la zampa una palla. Nell’altro una donna nuda inginocchiata sotto la pancia di una mucca che si accinge a mungerne il latte. Il latte della vita? Chissà. Una data incisa dice 1958. Tre anni prima che Jung morisse, nel giugno del 1961, nell’altra casa, a Küsnacht, affidato alle cure sapienti di un angelo custode inglese, Ruth Bailey, conosciuta in uno dei suoi tanti viaggi e diventata amica di famiglia, e circondato da figli e nipoti.
Un uomo fortunato, molto amato. Anche dagli dei, se è vera la leggenda che mentre spirava un fulmine cadde a colpire il pero sotto cui amava mettersi all’ombra. Nel giardino di Küsnacht. Del resto non stava incisa per sua volontà nell’arcata del portone la frase Vocatus atque non vocatus, deus aderit? Perché alla divinità, a quella parte spirituale e immortale che alberga in noi, ci crediamo o no, non si sfugge.
Con questi pensieri in testa, con un’emozione muta in mezzo al petto, il gruppo torna sui suoi passi, risale sul pulmino, che si ferma ancora una volta per una breve sosta nel piccolo cimitero della cittadina, sereno e ordinatissimo, dove fra le lapidi bianche, tutte della stessa contenuta misura, è in questa stagione un grande rigoglio di erica color bordò. Si sosta l’uno via l’altro davanti alla tomba di famiglia dove il nome di Carl Gustav Jung è insieme agli altri, uno degli altri, il padre Paul, la madre Emilie, la sorella Gertrud prima del suo. E poi la figlia Lilly e il figlio Franz. Perché nella morte non c’è grandezza o successo, ma solo il bene o il male che hai saputo fare e di cui si occuperanno gli angeli.