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Guarda quanto è grande questo mio buco nei capelli

A scuola non ci vado più, ha detto Vanessa, e si è aperta una voragine. Sempre più ragazzini si inabissano nel senso di fallimento e, paralizzati dall’ansia, non riescono a entrare in classe. Davanti a questa fobia scolastica i genitori si sentono traditi nei loro sogni per i figli e si chiedono: dove abbiamo sbagliato? Le goccine per dormire a dodici anni, l’alopecia da stress e la grande assente: la scuola

La notizia ci è arrivata fulminea, ai primi di gennaio. L’albero di Natale luccicava ancora intermittente nell’angolo della portafinestra, che dà sul giardino. Eravamo sdraiati sul divano, impigriti dalla nebbia padana e dai pranzi luculliani. Quando ce lo ha detto, non volevamo crederci. Io – assieme a tutte le mie aspettative da madre tradita – sono andata su tutte le furie. Il padre ha provato a fare da cuscinetto e mediare. Vanessa, che allora aveva quattordici anni, con poche parole e la voce ferma ci ha detto: «Non voglio più andare in quella scuola».

Quella scuola era il liceo classico, una scuola complessa che la metteva a dura prova. E lei proveniva dalla scuola di montagna, uterina e barcollante, sempre pronta a grattare il fondo del barile delle risorse economiche o a inventarsi modi per proporre un’offerta didattica no, non competitiva, ma almeno decente. Era difficile non solo per la discrepanza tra scuola di montagna e scuola di città – anzi, liceo classico, che si sa, ce l’ha detto pure la coordinatrice di classe, non è per tutti – anche perché doveva prendere l’autobus tutte le mattine alle 6 e rientrare alle 15. Pranzo veloce, poi subito sui libri. Lezioni col tutor per greco e latino. Lezioni col tutor per matematica. Studio individuale.

Bello, perché la fatica può essere anche molto bella.

Poi, però, le interrogazioni a scuola erano la fine del mondo. Pianti, disperazione, un profondo senso di inadeguatezza. L’andamento scolastico, però, raccontava di ostacoli superati alla grande. Otto in greco. Sette in latino. Otto in italiano.

Perché non ci voleva più andare in quella scuola? Era un capriccio? Un fidanzato con cui si era lasciata? Bullismo? Niente di tutto questo. Aveva un buco nei capelli, un buco immenso che continuava ad allargarsi.

«Guarda», mi aveva costretto a guardare questo spazio di pelle bianca che spuntava in mezzo a una massa folta di capelli castani.

«Io così non ci voglio andare in quella scuola. E non voglio neanche continuare a piangere tutti i santi giorni perché mi prende la disperazione prima delle interrogazioni. Non ce la faccio più».

Vorrei poter dire che noi, gli adulti che orbitavamo intorno a Vanessa, abbiamo avuto nervi saldi e abbiamo trattato il problema con comprensione e indulgenza. Non posso farlo. Mentirei. Per il problema dei capelli ci siamo rivolti a un dermatologo e questi le ha diagnosticato l’alopecia aerata a causa dello stress emotivo. Oltre alle creme e gli unguenti, abbiamo aggiunto un percorso dallo psicologo.

Vanessa, però, alla luce della diagnosi del dermatologo, era diventata granitica. In quella scuola non ci sarebbe tornata più.

Abbiamo ipotizzato il trasferimento a un liceo meno competitivo, seppur buono. Le scienze umane. Per passare dal classico al liceo delle scienze umane serve sostenere degli esami integrativi, ma la scuola interpellata non ha accettato il trasferimento, rimandando il tutto a settembre. E, allora, che si fa in attesa di settembre? Si cerca una scuola più accomodante, che accetti di somministrare le prove integrative durante l’anno scolastico. Nel nostro caso, siamo tornati alla scuola di montagna.

A un rifugium peccatorum. Di docenti e di allievi. Se prima Vanessa viveva l’ansia da prestazione, la paura del fallimento che la paralizzava, nella nuova scuola, piano piano, l’aveva colta la sensazione di sprecare la propria vita, otto ore al giorno, in un luogo in cui i docenti erano meno preparati di lei e desiderosi di stare ovunque, tranne che lì. Viveva, ora, la frustrazione della prigione. I capelli cadevano inarrestabili. La terapia per fermare la caduta aveva provocato un ingrassamento feroce e un malfunzionamento dei surreni.

Iniziarono i pianti, le bugie, gli scontri. Gli ospedali. E un forte senso di inadeguatezza: nostra, di questi adulti alla deriva, e sua, una ragazzina che odiava ormai il suo corpo e il mondo fuori. Poi, dopo un anno, è arrivato un secco «non vado più in quella scuola». Anzi, «non vado più a scuola».

Vorrei poter dire di me e di tutti noi adulti che le stavamo intorno che questa volta abbiamo usato la pazienza, la comprensione, l’ascolto per attraversare il secondo momento di crisi scolastica.Vorrei, ma non corrisponderebbe al vero.

Una frattura.

Lei sola e incompresa, con un forte senso di fallimento e di aver deluso chi la amava. Un vortice di pensieri neri e cupi da rendere difficile persino scendere dal letto, farsi una doccia, mangiare un pranzo decente.

E gli adulti, soli a loro volta, che si sentono traditi da lei. Nei loro sforzi. Nei loro sogni. Nelle loro proiezioni per una bella vita, tranquilla, serena e colma di realizzazioni per una ragazza intelligente e in gamba che buttava alle ortiche tutte le sue possibilità. Ecco, cosa voleva fare di sé stessa? Voleva spaccarsi la schiena a lavorare? Bene, allora che andasse a lavorare.

E ci è andata.

Ha lasciato la scuola e ha trovato un lavoro. Lo ha mollato perché non le piaceva. Ne ha trovato un altro. Che adorava, pur guadagnando pochissimo.

E, nel mentre, come farebbe un bravo muratore deciso a erigere le mura di una casa, a noi – cioè a lei e agli adulti che la circondano – ci sono rimaste un sacco di domande. Dove abbiamo sbagliato? Cosa non è stato sufficiente? È colpa della scuola? Noi adulti abbiamo preteso troppo? È successo solo a noi?

No. Non è successo solo a noi. Ci sono pure Gabriele, 17 anni, che non riesce più a varcare la soglia della scuola, piange e si dispera, e Alina, 11 anni, figlia adottiva, che ha difficoltà con la docente poco empatica, e Pietro, 8 anni, che dall’arrivo della sorellina ha febbri mattutine insolite ed è diventato disordinato e disinteressato, e Aurora, 13 anni, che piange tutte le mattine appena prima di arrivare davanti alla scuola e i genitori, disperati, decidono per il tutor e la scuola parentale, e Isabella, 12 anni, che la sera prima di un compito in classe deve prendere delle «goccine» perché altrimenti le vengono pensieri brutti, bruttissimi, il mal di pancia forte e non riesce nemmeno a dormire.

Non è questo il caso della mancata voglia di andare a scuola per vagabondare con gli amici. Si parla di un disagio che investe bambini e ragazzi che non per forza hanno difficoltà a studiare. Franco de Masi, Manuela Moriggia e Giancarlo Scotti in Quando la scuola fa paura sottolineano che «la fobia scolastica non è da confondersi con il rifiuto di frequentare la scuola. […] Nel caso del semplice rifiuto alla frequenza scolastica non si manifesta la paura, il terrore o il panico, ma solo il timore retrogrado di essere scoperti e puniti». Nel caso della fobia scolastica, il ragazzo «vuole andare a scuola, ma subito insorge la paura, che lo blocca a casa; solitamente egli cerca di rassicurare i genitori promettendo che andrà il giorno successivo». Ma non ci andrà.

E la scuola come reagisce davanti alla fobia scolastica? In Italia, il fenomeno è poco considerato dalla scuola. L’unica misura legislativa, parziale, è il D.M. del 27.12.2012, ma non contempla gli studenti che hanno problemi di frequenza, non contiene quindi la possibilità di derogare al minimo le ore di presenza, fattore che diventa imprescindibile in sede di scrutinio. Infatti, il D.P.R. del 22 giugno 2009 sottolinea che per procedere alla valutazione finale dello studente è richiesta la frequenza di almeno tre quarti delle ore annuali. Chi non raggiunge la soglia? Non ammesso. E alla paura del fallimento si aggiunge il fallimento tangibile. L’ansia cresce.

Infatti, la fobia scolastica si muove a braccetto con l’ansia, emozione che ultimamente sembra dilagare sempre di più, persino nei giovanissimi. Non è raro incontrare studenti della primaria che affermano di avere crisi di ansia. Quindi è un fenomeno in aumento? A fare chiarezza sulla questione è la psicologa Chiara Terracciano che definisce il problema come complesso. «Oggi, molti genitori appartengono a una generazione più consapevole dei vissuti emotivi dei bambini, un cambiamento positivo se paragonato agli stili educativi più autoritari e punitivi del passato. L’approccio di un tempo, spesso caratterizzato da una minore attenzione alle emozioni, ha portato molti adulti a crescere con ferite emotive non elaborate. Questi adulti, diventati genitori, si sono spesso allontanati da quel modello, anche grazie alla maggiore diffusione di informazioni educative, in particolare attraverso i social media. Questo cambiamento ha contribuito a quella che molti definiscono una cultura puerocentrica, dove il bambino è posto al centro di ogni attenzione e i suoi bisogni vengono prima di quelli dei genitori. L’intento è nobile: evitare frustrazioni e sofferenze emotive nei figli. Tuttavia, questa iperattenzione può paradossalmente generare ansia nei bambini. Come Stefania Andreoli spiega nel suo libro Mamma, ho l’ansia, dove tratta di questi argomenti secondo la sua esperienza clinica, i bambini potrebbero sentirsi sopraffatti dalle aspettative, temendo di non essere all’altezza dei loro genitori “perfetti” e di deluderli. Inoltre, non possiamo ignorare l’influenza della società, con il suo ritmo frenetico e la costante pressione a essere sempre performanti. Questo può alimentare sentimenti di inadeguatezza e ansia, sia nei genitori sia nei figli. La sensazione di non essere mai abbastanza bravi diventa un tema ricorrente».

A non curare l’ansia – che è un campanello d’allarme, come una febbre – ci si ritrova a mettere in movimento una serie di comportamenti sempre più nocivi e complessi. Con le parole di Terracciano: «L’ansia, quando diventa cronica e pervasiva, può evolvere in veri e propri disturbi d’ansia, come il disturbo d’ansia generalizzata o l’ansia sociale. Queste condizioni spesso portano all’evitamento di situazioni o contesti percepiti come minacciosi, limitando significativamente la vita della persona».

Che fare allora? Dopo gli psicologi, i moduli, le assenze, le paure, resta solo una cosa: continuare a credere nella possibilità di ricominciare.

Noi abbiamo imparato che Vanessa non ha fallito, ma ha avuto una battuta d’arresto. Che forse la scuola non è stata all’altezza del problema, assorbita com’è dalla gara per l’eccellenza – quella che porta più fondi, ma meno ascolto. E che noi adulti avevamo la testa piena di buone intenzioni – che si sa, lastricano la via dell’inferno.

Irina Turcanu (Gura Humorului, Romania, 1984), scrittrice. Ha pubblicato con Marsilio il romanzo «Manca il sole ma si sta bene lo stesso» (2024).