Sui tavoli delle cucine di Taipei, tra le bollette e la posta inevasa, è comparso nelle ultime settimane un opuscolo dalla copertina sobria. A una prima occhiata distratta possiede l’innocenza burocratica di un manuale di protezione civile: elenchi di beni di prima necessità – consigliati per un minimo di sette giorni –, istruzioni per l’uso di radio a manovella, mappe dei punti di raccolta, consigli su come conservare l’acqua potabile. I disastri naturali, in un’isola abituata a tremare e a piegarsi sotto i venti del Pacifico, offrono una copertura perfetta. Eppure, scorrendo le pagine, il lettore avverte un sottotesto diverso, un’urgenza che trascende la stagionalità dei tifoni. L’ombra che si allunga su ogni capitolo ha una forma politica, umana, militare. Taiwan si sta attrezzando per fronteggiare l’ipotesi finale, quella che un tempo abitava solo le teorie dei falchi e che oggi occupa i pensieri delle famiglie: l’invasione cinese.
In un paese che è nato essenzialmente sotto minaccia più che di paura si parla di assuefazione: i missili alert che arrivano durante un qualsiasi trasporto in metropolitana non fanno più effetto, e la popolazione si è abituata a convivere con questo stato di sospensione con meccanismi psicologici intrinsechi alla natura umana. Ma l’orizzonte temporale per la resa dei conti sembra oggi essersi davvero ristretto. Le manovre dell’Esercito di liberazione popolare, un tempo confinate al rango di segnaletica politica o di mera esibizione di forza, hanno subìto una mutazione qualitativa. Negli ultimi ventiquattro mesi, le acque attorno all’isola sono diventate il teatro di prove generali per un’operazione complessa. Pechino simula il blocco navale, prova i tempi di reazione per l’interdizione aerea, calcola le traiettorie per saturare le difese missilistiche, e infine testa, come si evince da un lungo studio di Reuters, l’immensa flotta civile per generare un vero e proprio effetto sorpresa, coerentemente ai precetti millenari di Sun Tzu. Le cancellerie occidentali e gli stati maggiori di Tokyo e Washington osservano i dati e vedono le finestre di opportunità chiudersi: il triennio 20272030 emerge come il periodo critico in cui la leadership comunista potrebbe considerare maturi i tempi per forzare la mano. La fretta di Xi Jinping non deriva necessariamente da una raggiunta onnipotenza bellica, quanto piuttosto dal timore opposto: lasciare passare altro tempo potrebbe rendere il rapporto di forza meno favorevole alla Cina.
L’ansia a Taiwan si percepisce paradossalmente però di più tra gli osservatori stranieri che tra la popolazione locale. Il taiwanese medio ha imparato a sopravvivere a una condizione di eterna minaccia con un ottimismo che stupisce gli occidentali: la tesi più suffragata è che la Cina non stia facendo sul serio, ma usi l’argomento bellico come diversivo per le sue difficoltà economiche e demografiche che rischiano di lacerarla dall’interno. Sui marciapiedi di Taipei, Tainan e Kaohsiung si teme più il warfare cognitivo che la guerra da trincea.
Anche nelle simulazioni del Pentagono e del Ministero della Difesa taiwanese lo scenario dello sbarco anfibio in stile Dday, con ondate di soldati che attraversano lo stretto sotto il fuoco nemico, ha lasciato spazio a ipotesi più sofisticate e logoranti. Prevale il modello dell’assedio: un cordone sanitario marittimo e aereo per isolare l’economia dell’isola, seguìto da colpi chirurgici contro i nervi scoperti del sistema: cavi sottomarini, hub portuali, centrali elettriche. La prima opzione per ottenere l’obiettivo strategico di Pechino sarebbe quella di ottenere la capitolazione politica di Taipei in maniera imbelle, agendo politicamente, e in questo senso il modello di Hong Kong rappresenta il calco vincente. Il Partito potrebbe dunque aspettare l’elezione perfettamente democratica di un governo più vicino alle sue visioni come il Kuomintang, ipotesi peraltro verosimile dato che il Partito progressista democratico di William Lai Chingte non sta facendo benissimo – anche a causa di una maggioranza zoppa e complessa da tenere in piedi –, per stringere la tenaglia e far passare riforme che rendano più semplice domare la ribelle Taiwan.
Se questa opzione non dovesse dimostrarsi percorribile, Pechino non scarterebbe l’opzione militare, ma anche in questo caso prediligendo quella non diretta, che un impero con ambizioni globali e mai così attento al soft power farà di tutto per scongiurare, ma piuttosto puntando a un collasso mirato delle infrastrutture critiche dell’isola, prima ancora che un singolo scarpone cinese ne tocchi le spiagge o che una portaerei americana possa intervenire.
La macchina della propaganda ha lavorato però bene all’ombra della Grande Muraglia, e mai come oggi i cittadini cinesi vedono di cattivo occhio e con rancore i loro dirimpettai secessionisti e ingrati: la tavola è apparecchiata dunque anche per metodi più muscolari.
In risposta a questa minaccia esistenziale, il concetto di “difesa nazionale totale” ha smesso di essere uno slogan per diventare una prassi amministrativa del governo di Taipei. La dottrina del porcospino, cioè armarsi per diventare indigeribili al predatore, si estende ora alla società civile. Accanto alle batterie di missili Patriot e ai sistemi antinave, lo stato addestra i cittadini a riconoscere i deepfake e la disinformazione, considerati l’avanguardia dell’offensiva nemica. La guerra cognitiva precede quella cinetica.
Qualche mese fa, d’altronde, questa nuova consapevolezza si è materializzata nelle strade. Lin Weicheng, trentottenne impiegato nella logistica a Nuova Taipei, ha partecipato a un’esercitazione che aveva poco di folcloristico e molto di operativo. Il traffico bloccato, le stazioni della metropolitana sigillate, la discesa ordinata nei rifugi sotterranei hanno scandito una giornata diversa dalle altre. «Quando le sirene hanno iniziato a urlare, l’aria è cambiata», racconta Lin, seduto in un caffè del distretto di Xinyi, mentre osserva il flusso ininterrotto dei pendolari. «Nelle esercitazioni passate c’era sempre un elemento di noia, quasi di gioco. La gente controllava il telefono, chiacchierava. Questa volta no. Nel rifugio c’era un silenzio denso. Ci hanno fatto contare i secondi, verificare le vie di fuga al buio. Ho guardato i volti dei miei vicini e ho visto la mia stessa realizzazione: stavamo provando la nostra sopravvivenza».
Per Lin, la vicinanza geografica con la superpotenza continentale ha smesso di essere un dato statistico per diventare un’esperienza fisica. «La cosa che mi ha colpito di più è stata la banalità del male necessario», prosegue. «Gli istruttori non usavano parole patriottiche. Ci dicevano: “Se cade la rete, usate questa frequenza. Se manca l’acqua, razionate così”. È stato in quel momento che la guerra è uscita dalla televisione ed è entrata nella mia lista della spesa. Tornato a casa, ho guardato mia moglie e senza dirci nulla abbiamo controllato la dispensa. Abbiamo comprato altre batterie. Prima ci saremmo sentiti paranoici, ora ci sentiamo solo responsabili».
Ciò che colpisce i testimoni non è tanto il panico, anzi del tutto assente, bensì la metodicità delle operazioni. Il governo lavora per costruire una memoria muscolare della crisi, una routine dell’emergenza che sostituisca l’ansia con la procedura. Washington mantiene la sua ambiguità strategica, evitando promesse formali di intervento, ma lavora per alzare a dismisura il prezzo politico ed economico di qualsiasi avventura cinese. Anche il Giappone ha riscritto la propria postura difensiva legando la propria sicurezza alla stabilità dello Stretto.
Dall’altra parte, i portavoce del Partito comunista respingono le accuse di bellicismo, eppure il lessico della “riunificazione” si è fatto imperativo. Sull’isola, la guerra rimane una possibilità astratta, eppure l’immaginario collettivo è cambiato. «Non viviamo nella paura, sarebbe impossibile lavorare, uscire, vivere», conclude Lin, finendo il suo tè. «Viviamo nella consapevolezza. Quando sento un rombo nel cielo, non penso più automaticamente a un volo di linea. Il mio cervello fa un calcolo diverso. Ci stiamo abituando all’idea che il mondo come lo conosciamo potrebbe finire un martedì mattina qualsiasi, mentre andiamo in ufficio. E ci stiamo organizzando per farci trovare pronti».
Taiwan si organizza con la compostezza di chi sa che la normalità è un bene fragile. Ridurre lo spazio dell’improvvisazione è l’unico modo per garantire la sopravvivenza. Con una dispensa con almeno una settimana di beni, e batterie a sufficienza.