Ormai è un effetto a cui sono abituato, che accade puntualmente. Sotto ogni post social, sotto ogni articolo online che parla di editoria, leggo immancabili commenti del tenore di: «Tanto si pubblicano solo i nomi noti», «Se non fai parte dell’ambiente, nessuno ti darà una possibilità», «Nel giro dei pubblicati si entra solo per conoscenze» e simili. Talvolta questi commenti non sono neppure pertinenti al tema dell’articolo, ma basta che si accenni al mondo editoriale in Italia che fioccano spontanee e numerose le lamentazioni di coloro che provano a farne parte ma vengono (a detta loro, ingiustamente) esclusi.
Ogni volta io mi chiedo: ma hanno davvero idea di ciò che stanno dicendo?
La risposta temo sia no.
Lavoro nel campo da quasi trent’anni. Ho collaborato con diversi marchi editoriali, ho fondato e dirigo una rivista di narrativa e mi sono occupato quasi sempre di esordi, un tema al quale ho dedicato anche un podcast per Storie Libere. Direi che conosco abbastanza la materia.
Circa tre anni fa sono diventato il direttore di una casa editrice indipendente, Accento edizioni.
Di recente, quando mi è stato chiesto in cosa consistesse il mio ruolo, mi è venuto spontaneo rispondere: «Frustrare gli aspiranti scrittori». Suona come una battuta, ma non lo è. Posso persino portare dei numeri precisi a supporto di tale affermazione.
Quando abbiamo dato notizia della nascita della casa editrice abbiamo ricevuto 1.200 manoscritti in lettura in due mesi. Ripeto, milleduecento in due mesi. Dopo aver aperto le mail, scaricato i file, valutato le proposte, siamo arrivati alla nostra selezione: due nomi. E poiché il ruolo del direttore è proprio quello di dare l’ultima parola sulle scelte editoriali, posso dichiarare che aver premiato due autori significa (cifre alla mano) averne delusi contemporaneamente altri 1.198. Una sproporzione insanabile.
Questa iper-offerta di materiale però a cosa corrisponde realmente? Analizziamo il fenomeno.
Una grossa fetta degli invii è del tutto casuale, o impropria.
Accento pubblica autori italiani esordienti di narrativa, una linea abbastanza chiara.
Quello che ci mandano sono: raccolte di poesie (non pubblichiamo poesia), favole per bambini (non pubblichiamo libri per l’infanzia), trilogie di romanzi fantasy (non pubblichiamo fantasy), ricettari (non pubblichiamo libri di cucina), saggi scientifici (non pubblichiamo letteratura scientifica) e così via. A questi si aggiungono svariati autori che ci sottopongono un nuovo romanzo dopo averne già pubblicati tre, quattro o quindici, ignorando l’indicazione che cerchiamo esordi. In sostanza, un sacco di gente non ha nessuna idea di chi siamo e di che cosa facciamo. Non hanno aperto un nostro libro, non hanno dato un’occhiata al nostro sito o ai nostri profili social. Apparentemente, non gli interessa. Siamo una “casa editrice” e questa nozione è sufficiente per sentirsi autorizzati a inviarci qualsiasi cosa, nella speranza di essere pubblicati. Per quanto li concerne, potremmo essere una società dedita alla divulgazione di materiale pedopornografico o sostenitrice di teorie naziste: non importa la nostra linea editoriale, commerciale o morale, a loro conta solo ottenere il via per una pubblicazione. Da una casa editrice qualsiasi.
Questi invii sconsiderati però dimostrano che alla base del fenomeno c’è un atteggiamento che potremmo definire di passività assoluta. L’autore (o l’autrice, ovviamente non c’è alcuna differenza di genere) sente di aver già compiuto lo sforzo supremo, quello di aver prodotto un manoscritto. Ora presume che tutto il resto spetti ad altri.
Ne ho prove dirette quando mi prendo la briga di rispondere: «Mi spiace, ma la nostra casa editrice non pubblica favole per bambini». Invece di cogliere l’implicito rimprovero (avrebbero potuto almeno informarsi prima), alcuni proseguono sfacciatamente con le richieste: «Ok, voi non lo fate, ma potete darmi i contatti delle case editrici che lo fanno?». Il dubbio che tocchi a loro compiere lo sforzo di documentarsi, o al limite fare una ricerchina su Google, non li sfiora neanche.
Alcuni autori arrivano a lamentarsi persino nella prima mail di invio, in modalità anticipatoria: «So benissimo che non leggerete il mio testo, perché sono uno sconosciuto che non ha nessun aggancio nel mondo dell’editoria», «Gli editori non danno spazio a noi giovani», «Sono una voce diversa dal coro, e quindi non mi illudo, anche voi rifiuterete la mia proposta»… Queste recriminazioni a priori sono a loro volta sinonimi di pregiudizi generici, da parte di chi conosce poco, o niente affatto, il panorama editoriale contemporaneo. Attualmente esistono decine di case editrici medio/piccole che di fatto basano gran parte del loro catalogo sulla pubblicazione di esordi o autori ancora poco noti. E se venti o trent’anni fa poteva essere più complesso per un debuttante aspirare a un grande marchio, oggi tutti i colossi del settore (Mondadori, Bompiani, Giunti, Rizzoli…) pubblicano scrittori all’esordio. Di recente Einaudi ha anche lanciato la collana “Unici”, dedicata esclusivamente alla scoperta di nuove voci. In altre parole, la verità è l’esatto contrario dello scenario desolante che le loro lagnanze descrivono: si può dire che un esordiente non abbia mai avuto tante possibilità a sua disposizione come ora. Ma loro ignorano anche questo.
Ci sono poi coloro che tentano strade alternative. Nel corso del tempo ho visto i questuanti della pubblicazione utilizzare ogni stratagemma possibile nel tentativo di convincere gli editori, come vantare improbabili amicizie importanti («Roberto Benigni si è detto disponibile a scrivere la prefazione») o fantasiose aperture ai mercati esteri («Ho già un contratto per l’uscita del libro in inglese e ora cerco una casa editrice italiana»). C’è chi cerca di ritrattare dopo un rifiuto («No, scusate, ho scritto Fantasy ma intendevo dire Romanzo storico»). C’è persino chi scrive proponendo direttamente un compenso economico («Ditemi quanto mi costa pubblicare con voi»).
Di nuovo, il fine esplicito è quello di ottenere l’agognata pubblicazione, con ogni mezzo possibile, denaro incluso.
Un altro lamento diffuso riguarda il fatto che gli editori non rispondano alle proposte inviate, neanche per annunciare un rifiuto.
La semplice verità è che rispondere a tutti è un impegno che case editrici (specie se di piccole dimensioni) non possono permettersi (quanti giorni avremmo dovuto impiegare noi a rispondere a più di un migliaio di proposte, alle quali, inutile dirlo, hanno continuato ad aggiungersi centinaia di invii nei mesi successivi?).
Il silenzio si rivela una pratica non solo più conveniente, ma anche più sicura.
Talvolta rispondere viene inteso come l’apertura di un dialogo: l’autore riscrive per approfondire le motivazioni del rifiuto, o per proporre subito un nuovo testo, o persino per insultare.
Mesi fa una (a suo dire) nota stilista di moda (che io, ammetto, non avevo mai sentito nominare) ci ha contattato per chiederci se fossimo interessati a pubblicare la sua autobiografia. Le ho gentilmente fatto presente che una simile proposta non poteva rientrare nei nostri programmi editoriali, dal momento che non avremmo avuto una collana dove inserirla. Ha risposto furente, chiedendomi chi fossi e come mi fossi permesso di bocciare la sua proposta prima ancora di averla letta. Diceva di voler parlare con un responsabile, con qualcuno sopra di me, sfoderando, oltre che la rabbia, un atteggiamento di puro classismo. Anche in questo caso, inutile dire che la signora era furibonda per il rifiuto, ma non aveva neanche registrato l’informazione dell’assenza di una collocazione possibile del suo testo nel nostro catalogo.
Dunque mantenere il silenzio è una strategia più saggia che aprire simili spiragli di scontri.
Quest’ultimo caso però evidenzia anche un altro elemento: che pochi sembrano in grado di capire come il rifiuto spesso non riguardi la qualità del testo, ma la sua stessa natura. Che una proposta, inadatta per un marchio editoriale, possa essere idonea per un altro. Basterebbe identificare l’interlocutore giusto, invece di fare invii random.
La situazione si fa più complessa quando questi passaggi di materiale avvengono di persona.
Sulla sua pagina Facebook, lo scrittore Giulio Mozzi da anni riporta fedelmente conversazioni con aspiranti autori che lo contattano di persona per proporgli manoscritti, per via telefonica o nel corso di eventi pubblici. Queste trascrizioni possono essere lette tanto come esilaranti quanto deprimenti.
Quando qualcuno mette in mano a me un dattiloscritto alle fiere o dopo una presentazione in libreria, tento sempre di sondare il terreno. Faccio domande dirette per cercare di capire se chi mi consegna il suo malloppo abbia una precisa idea di chi sono e cosa faccio, se conosce la casa editrice, o anche, semplicemente, che tipo di letteratura frequenti. Se chiedo quali autori giovani o esordienti leggano, molti mi rispondono di ignorarli completamente, che preferiscono dedicarsi ai loro scrittori preferiti. Il che conferma che non abbiano idea del mercato in cui vogliono inserirsi. È successo anche che qualcuno, con sconcertante ingenuità, tagli corto dicendomi: «No, guarda, a me piace scrivere, non leggere»: la pietra tombale sulla nostra conversazione.
E poi c’è la sfera personale. Chiunque lavori nell’editoria sa di essere esposto di continuo all’incessante profferta di inediti da valutare, dalle provenienze più improbabili: lontani parenti, giornalisti locali, ex insegnanti, amici di amici, vicini di casa che non ti hanno mai rivolto la parola prima e che all’improvviso ti telefonano, ti scrivono, si presentano alla tua porta, con la loro opera in mano. (Marco Cassini, fondatore delle case editrici minimum fax e Sur, in un divertente saggio autobiografico, racconta che persino un dentista, quando ha scoperto il suo ruolo editoriale, gli ha consegnato un manoscritto al termine della seduta, esempio massimo di come un professionista del settore non sia mai al sicuro, neanche in un contesto medico).
È ancora più imbarazzante rifiutare il testo di qualcuno che si conosce di persona, a volte persino di cari amici, ma è necessario imparare presto sulla propria pelle come gestire anche questo tipo di dinieghi senza mettere a repentaglio la propria rete sociale.
Le interazioni personali tuttavia non fanno che confermare i problemi già evidenziati fin qui: una scarsissima conoscenza del settore e l’aspirazione a saltarne più passaggi possibili per arrivare direttamente, e serenamente, alla pubblicazione.
In sintesi, molti aspiranti autori (che non conoscono il mercato, che ignorano i criteri che guidano le varie case editrici, che ambiscono a essere un nuovo autore ma che si guardano bene dall’acquistare o leggere libri di altri esordienti) preferiscono incolpare i crudeli e insensibili responsabili delle collane editoriali piuttosto che mettersi minimamente in discussione. Ecco dunque che prolifera e si autoalimenta il pregiudizio secondo il quale loro sono talentuose vittime indifese, a fronte di editor che si compiacciono sadicamente nelle bocciature dei testi.
Purtroppo tale preconcetto è diffuso anche in ambienti confinanti.
Qualche anno fa il redattore di un celebre mensile mi aveva proposto di curare una rubrica dedicata ad aspiranti nuovi autori. La sua idea era di pubblicare sulla rivista il racconto migliore fra quelli arrivati ogni mese in redazione e altri quattro online, in una sorta di ipotetica top five. Gli ho subito fatto notare che sarebbe stato difficile trovare un racconto davvero valido al mese, trovarne addirittura cinque era un’illusione.
Mi ha guardato con malcelato fastidio: «Non ho detto che devono essere cinque capolavori».
«Non ho mai parlato di capolavori. Mi riferivo a trovare cinque racconti al limite del decente», ho cercato di spiegargli.
Solo quando sono arrivate le prime proposte via mail ha capito cosa intendessi dire e l’ipotesi dei quattro racconti online è svanita all’istante, proprio come avevo previsto.
Dopotutto non ero un editor così stronzo: ero solo uno con esperienza.
Ho parlato fin qui di invii e atteggiamenti inopportuni, utili a illustrare il fenomeno della sproporzionata forbice fra offerta e richiesta, ma sarebbe ingiusto limitarsi a questi. Naturalmente esiste anche una (limitata, ma rassicurante) sezione di proposte sensate, una sana percentuale di autori consapevoli che mandano i testi adatti alle case editrici idonee per comprendere e valutare il loro lavoro. E questi progetti, giustamente, vengono letti, giudicati, e alcuni infine selezionati per la benedetta pubblicazione.
Anche in questi casi positivi però possono entrare in gioco dinamiche che spesso gli aspiranti autori ignorano. Per esempio che gli spazi a disposizione siano limitati (per una casa editrice tre, quattro esordi l’anno rappresentano già il massimo consentito, a fronte di decine di proposte), oppure che il programma delle pubblicazioni possa essere già pieno e che un libro debba aspettare anche due anni prima di arrivare sul mercato. Può apparire come una corsa a ostacoli, me ne rendo conto, ma del resto qualunque carriera artistica lo è: in ogni settore, dalla musica alla pittura, ci sono migliaia di aspiranti protagonisti e solo un numero limitato fra questi riesce a raggiungere i suoi obiettivi. Almeno questa, non è certo una prerogativa dell’editoria soltanto.
Giunto al termine di questa approssimativa disamina, una cosa però mi sento di sottolinearla: che la diffusa immagine dell’editor, mostruoso e potente, che gode a rifiutare le proposte degli innocenti e volenterosi aspiranti autori è falsa come una moneta da 15 euro.
Per quanto mi riguarda, e sono certo di parlare a nome di gran parte della categoria, rifiutare non è un piacere. Al contrario, è riconoscere un’occasione mancata, un sogno infranto da parte di entrambi, di chi propone e di chi valuta. Ogni volta che mi trovo ad affrontare un manoscritto inedito, sono mosso dalle migliori intenzioni: la speranza di trovare un talento ancora sconosciuto, di imbattermi in una voce nuova, di essere travolto da una trama avvincente o da una prosa stimolante, banalmente di vivere il piacere della lettura che un qualunque buon libro (edito o inedito) dovrebbe suscitare.
Quando non è così (e avviene purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi), la mia delusione può essere assimilata a quella dell’autore rigettato. Siamo curiosamente simili in questo.
Nei casi invece in cui accade il contrario, quando mi accorgo di avere fra le mani un testo di valore, un romanzo pubblicabile, la gioia e l’entusiasmo che provo in quel momento riescono a compensare le settimane, i mesi, di promesse mancate precedenti. E per un giorno, almeno, tutto torna ad avere senso.