Nei mesi più caldi si può incontrare il politico Carlo Calenda in uno di quei gilet Barbour blu, ben sagomati, amati dai commercianti di cavalli e dagli esperti di finanza newyorchesi. Gli conferiscono la disinvolta sicurezza di un uomo pronto a consigliarti il prezzo del grano. In inverno Carlo sente freddo e si avvolge in una lucida giacca Barbour. La indossa durante il suo tour universitario Calenda on Campus o, più recentemente, ad Atreju. Carlo indossa il Barbour come lo indossano altri uomini assetati di potere: come mezzo e come messaggio. Tra gli altri illustri adepti figurano l’ex primo ministro britannico Rishi Sunak, l’impresario dell’estrema destra Nigel Farage e il chiassoso signore della guerra Steve Bannon. Il Barbour è politicamente di sinistra o politicamente di destra? Chiedevano le groupie di Calenda. Lui le rassicurava: né l’una né l’altra. Il Barbour resiste al tribalismo politico: «Il Barbour – diceva – è country».
La globalizzazione può interferire con il passato più personale. Per me le giacche Barbour evocano un’idea di vita rurale inglese aspra e poco elegante. Barbour è l’odore di paraffina che avvolge il corpo come uno scudo, appartenente agli adulti che conoscevo da bambino: persone come i miei genitori, che vivevano e lavoravano in una piccola fattoria nel Dorset. Indossavano Barbour per ripararsi dal maltempo e dalle passeggiate nel fango sotto un cielo color ardesia; un compagno di uscite che ti lasciava le guance arrossate e le mani che pizzicavano dal freddo. L’Inghilterra del Barbour era culturalmente ristretta, fuori moda e in parte marcia; maniche sfilacciate, tasche strappate. Era un tipo di giacca che finiva indossata dagli sfigati della scuola o dagli zii dalla dubbia reputazione. Nessuno che aspirasse alla popolarità avrebbe mai indossato una cosa del genere.
Se si guarda alla storia più ampia di Barbour, la si vede rimbalzare attraverso il sistema delle classi inglesi in modi incomprensibili per gli italiani. Lontane dall’essere “tradizionali” della campagna inglese, le giacche Bedale, Beaufort e Border vengono introdotte solo all’inizio degli anni Ottanta. L’azienda Barbour ha origini umili. Fondata alla fine dell’Ottocento nel nordest dell’Inghilterra, John Barbour iniziò importando tessuti cerati e vendendo impermeabili ai marinai del Mare del Nord. Uomini robusti, della classe operaia, salpavano vestiti Barbour perché li teneva asciutti. Ben presto la vendita di capi impermeabili si estese ai lavoratori rurali, con una rigorosa enfasi su funzionalità e accessibilità, per poi allargarsi gradualmente, negli anni Dieci del Novecento, ai mercati nazionali e internazionali grazie alla vendita per corrispondenza. I design erano basici e molto diversi dalle giacche che conosciamo oggi. Negli anni Trenta il brand aggiunse capi da motociclismo e abbigliamento militare. Ogni generazione Barbour aggiunse un’inflessione, un accento, una funzione. Solo negli anni Settanta e Ottanta le giacche in cotone cerato ottennero i brevetti Royal Warrant e divennero pilastri dell’élite reale inglese, indossate nelle residenze di campagna – Balmoral, Highgrove, Sandringham e così via – e mai in città.
Negli anni Ottanta i giovani uomini e donne chiamati con scherno “Sloane Ranger”, quelli che venivano dal quartiere benestante di Londra come Sloane Square, scoprirono di poter infilare bottiglie di champagne nella “tasca da bracconiere” del Beaufort. È da qui che Barbour iniziò a misurarsi con un’idea urbana di lusso e glamour.
Negli anni Novanta i profitti calarono e i riflettori su Barbour si spensero. Sarebbe servito un manipolo di celebrità – Alex Turner degli Arctic Monkeys, Kate Moss, Daniel Craig nei panni di James Bond in Skyfall – per trasformare Barbour in un marchio di lusso dal richiamo internazionale. Contemporaneo, casual, classico, d’élite. Poi è arrivata la quarta stagione di The Crown su Netflix, ribattezzata un «Barbour-jacket porn», in cui ogni membro della famiglia reale britannica è vestito dal brand. È questa recente ondata di esposizione internazionale attraverso i media online ad aver fatto esplodere le vendite di Barbour negli anni Venti del Duemila. Ora è ovunque e su tutto: cappelli, camicie, borse, intimo, accessori per animali.
I giovani uomini italiani indossano Barbour aderenti, con le maniche corte, come prestigiatori senza nulla da nascondere. L’editor e stylist Jacob Kjeldgaard osserva che stanno giocando con un albero genealogico, desiderosi di assaggiare il glamour del Barbour anni Ottanta piuttosto che la sua ruvidità anni Novanta. Dice che per loro rappresenta uno status symbol, dice, «la versione italiana dello Sloanie». Possiamo pensarla come una scorciatoia nel tempo, un «look da soldi antichi» che Kjeldgaard definisce «vestirsi come i nonni». Il legame storico di Barbour con il lavoro rurale inglese diventa sempre più lontano, ma non scompare mai del tutto; il rurale si trasforma in un vago country.
Gli italiani devono fare i conti con un clima molto diverso. Lo slogan Barbour – “il miglior abbigliamento per il peggior clima” – suona diverso durante un inverno romano a 15 gradi. Allo stesso modo, lo scorso anno Calenda ha affrontato studenti con la kefiah alla Sapienza indossando un cappotto Barbour in cotone cerato dal prezzo di 445 euro. Sopra il frastuono di un megafono li ha invitati a ragionare, a dibattere. Quando hanno rifiutato l’invito – stavano protestando contro la sua presenza – li ha liquidati come persone irragionevoli, una folla senza nulla da dire. Ma è questo il country in cui Carlo vuole farti entrare? Prima di rispondere, chiediamoci: perché indossa il cappotto al chiuso?
Da un punto di vista antropologico, la giacca Barbour svolge un lavoro potente: proietta e appropria tradizioni nazionali e di classe per chi conosce solo superficialmente cosa significa lavorare la terra. La chiave di questo potere, credo, è un’idea di heritage che si trasforma continuamente invece di restare statica, un’eredità capace di ospitare protagonisti molteplici, concorrenti e contraddittori (tra cui: marinai, contadini, proprietari terrieri, motociclisti e fanti, reali inglesi, élite urbane, rockstar, finance bros, politici).
Il guardaroba nuovo dell’Imperatore odora di paraffina, e la nostra epoca dell’autenticità ha adottato il Barbour come sua livrea resistente, rispettabile e lisa. Bannon e Farage vogliono che tu veda il Barbour e ci legga ragionevolezza e buon senso, soprattutto quando ciò che dicono è illegale, falso o insurrezionale. Trovo un certo conforto nel fatto che questo modo di fare politica possa essere messo via, proprio come una giacca Barbour. Nonostante le apparenze, i conservatori nazionali sono opportunisti le cui idee tendono a invecchiare rapidamente se esaminate con la luce giusta. Anche qui possiamo guardare al brand Barbour come a una guida. Nessun gruppo sociale può rivendicare il Barbour come proprio per troppo a lungo.