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Nuovo cinema delle ragazze

In principio erano Greta Gerwig e Lena Dunham, poi sono arrivate Phoebe Waller Bridge, Michaela Coel e Emma Seligman. Oggi Eva Victor con Sorry, Baby è l’ultima di una genealogia di donne che scrivono, dirigono e interpretano le loro storie. Cercano una voce diretta e raccontano con umorismo la nostra incompiutezza. Sono un disastro, proprio come noi: sono le nostre eroine

Se Julia Roberts ti chiama “my hero” durante i Golden Globe e invita l’America intera ad andare a vedere il tuo film, avresti tutto il diritto di fare quel gesto un po’ tamarro codificato dall’hip hop e dalla stand up comedy di lasciare cadere il micro fono e andartene. Eva Victor, invece, ha avuto una reazione molto sobria: ha ringraziato in credula e commossa.

Il film in questione, Sorry, Baby, il primo film scritto, diretto e interpretato da Eva Victor, parla di un trauma e della sua elabora zione. La protagonista è Agnes, che fa il dottorato in Letteratura in una cittadina universitaria del New England insieme alla sua amica e coinquilina Lydie. Un giorno viene stuprata dal suo tutor, che poi sparisce nel nulla e lascia la facoltà, rendendole oltretutto impossibile denunciarlo. Il film racconta quello che succede prima e dopo questa violenza sessuale e come Agnes cerca di vi vere ed elaborarla: gli attacchi di panico, gli anni chiusa in casa, la frustrazione di dovere anche scontrarsi con la violenza delle istituzioni mediche e accademiche, la sensazione di restare bloccata anche quando sulla carta “ce l’ha fatta” (ottiene la cattedra e diventa docente). Il film è intimo e ironico, mette in scena il trauma senza gravità, ma con grazia, ed è quindi devastante e favoloso. Affronta cose pesantissime in modo spiritoso, nel senso che lo fa con grande spirito, senza cinismo.

Con Sorry, Baby Eva Victor si inserisce in un solco ormai riconoscibile del cinema in lingua inglese: una genealogia di autrici tra i 30 e i 45 anni che negli ultimi quindici anni ha aperto a un nuovo modo di raccontare le storie e sintonizzato una nuova voce, che ha molto a che vedere con il racconto di sé e con la rappresentazione di donne, più o meno giovani, che sono un disastro – e in cui quindi ci si può immedesimare con facilità. Sono autrici che scrivono, dirigono e interpretano i loro film e le loro serie tivù. Non delegano nulla, fanno tutto loro. Si prendono tutto lo spazio e la responsabilità del film (e probabilmente l’intero carico emotivo che ne con segue). Hanno definito un’estetica e un registro riconoscibili che legittima un modo di raccontare intimo e personale, diretto e quotidiano.

La madrina ideale di questa genealogia è Greta Gerwig, con Frances Ha e Mistress America, rispettivamente del 2012 e 2015, anche se sono stati co scritti e diretti da Noah Baumbach, suo compagno. Nel 2012 usciva anche il primo episodio di Girls di Lena Dunham, che allora aveva 26 anni e aveva già scritto, diretto e interpretato il film indie Tiny Furniture. Nessuno come lei nella sua gene razione ha raccontato la gioia, il disagio e l’imbarazzo di avere vent’anni, delle relazioni con gli uomini (quindici anni fa era comunque la preistoria della rappresentazione mainstream delle relazioni non etero), ma soprattutto di vivere e crescere con le proprie ami che. Lena Dunham, con il personaggio di Hannah Horvath, aveva messo al centro del racconto il proprio corpo e tutti i suoi difetti, la voracità, l’infantilismo, il fare schifo – nel senso più innocente del termine, ovvero re stare in pigiama a ingozzarsi di cibo spazza tura. Hannah è francamente insopportabile, egoriferita, pigra, ma non puoi impedirti di amarla quando balla sul suo letto Dancing on my own di Robyn. Come non puoi non amare la nervosa Shoshanna, la tormentata Jessa e Marnie la perfettina.

Qualche anno più tardi, in Inghilterra, Phoebe Waller Bridge si inventa un altro personaggio che proprio non ce la fa e Fleabag, lo spettacolo che aveva portato al Fringe festival di Edimburgo, diventa una serie per la Bbc. Fleabag deve fare i conti con la morte della sua migliore amica, Boo, di cui si sente responsabile perché, nel suo stile di vita disordinato, era andata a letto con il ragazzo di lei. Ha un comportamento autodistruttivo, un rapporto bulimico con il sesso, è un personaggio che è a disagio e mette a disagio, e così tutto l’universo di persone che abita il suo mondo, dalla matrigna, al prete, al padre. Prima di Fleabag, Phoebe Waller-Bridgge aveva scritto e interpretato Crashing, una mini serie comica in cui un gruppo di ventenni convive in un ospedale abbandonato e in cambio di un affitto calmierato devono fare da custodi dell’edificio.

Un po’ più violenta e cupa, Michaela Coel scrive, dirige e interpreta qualche anno dopo I may destroy you. Arabella, la protagonista, subisce una violenza sessuale. È una vittima sì, ma è anche un personaggio inaffidabile e mostra che la vita è ambigua (una nota di colore che a me sembra incredibile: parte della serie è ambientata e girata a Ostia, nel parchetto dove i bambini andavano sui pattini e gli spaccini facevano i loro affari e nella discoteca pomeridiana dove i liceali limona vano).

Tornando in America, altre due registe si inseriscono in questa corrente, anche se restano dall’altra parte della telecamera. Emma Seligman, sceneggiatrice e autrice canadese, ha fatto il suo primo film, Shiva Baby, a 25 anni. Produzione e distribuzione Mubi, è ambientato durante il rinfresco di un funerale ebraico dove Danielle, la protagonista, deve barcamenarsi tra i parenti pettegoli, la sua ex e il suo sugar daddy. Qui si dispiega ampiamente il registro dell’imbarazzo, del quirky, della comicità spiazzante ebraica. L’altra è Lucia Aniello (43 anni), ideatrice di Hacks, una serie stupenda che racconta il rapporto tra Deborah, comica settantenne che riempie gli auditorium degli albergoni di Las Vegas (Jean Smart, strepitosa), e Ava (Hannah Einbinder) venticinquenne sceneggiatrice cancellata da Hollywood per un tweet controverso. Ava è imbranata, imbarazzante anche lei, ma la sua onestà è talmente strabordante da mettere in crisi e smascherare l’inadeguatezza persino di Deborah, donna di tutt’altra pasta e di tutt’altra generazione. Il senso di inadeguatezza è condiviso da tutti questi personaggi, donne ritratte mentre si rendono conto di non avere niente a che fare con il modello di successo, compiutezza, e ovviamente bellezza con cui sono cresciute e che si aspettavano avrebbero rappresentato in quel momento della loro vita. Nel senso di fallimento che avvertono (professionale, sentimentale, esistenziale), si accorgono che sono piene di difetti e contraddizioni. Inoltre qualcosa dentro di loro non cresce, una parte resta bloccata nell’adolescenza, se non addirittura in qualche luogo dell’infanzia. Vogliamo loro bene perché sono distratte e trasognate, a disagio, incompiute.

Nelle intercapedini di questa incompiutezza trovano spazio forme diverse d’ironia e umorismo, dispositivi di interpretazione del mondo e strumenti di difesa. Eva Victor si è formata nella scrittura comica: ha iniziato postando video di sketch comici su twitter, faceva stand up comedy ed era nella reda zione di Reductress, media di satira di donne e popolare pagina di meme (il mio preferito: “Contengo moltitudini, dice la donna che con tiene soprattutto formaggio”). L’umorismo in Sorry, Baby non banalizza il dolore ma dà prospettiva e sollievo. Dà leggerezza. È significato: in fondo il film è ottimista, racconta di un rapporto d’amicizia bellissimo e verosimile, quello di Agnes e Lydia, apre alla speranza, fin dalle immagini, dalla luce tranquilla della fotografia di Mia Cioffi Henry. Non è cinico, nessuno di questi film lo è. Greta Gerwig figuriamoci, da Frances Ha a Lady Bird a Barbie, fa solo film ottimisti, fiduciosi. Girls è spensierato, complici anche i vent’anni e lo spirito americano. Le inglesi sono più ambigue, l’ottimismo più latente (sono anche gli anni intorno alla Brexit). I may destroy you è più feroce, ma non disilluso. L’umorismo è un meccanismo di sopravvivenza per Ara bella, sostiene la sua vulnerabilità, accende l’empatia. In Fleabag il cinismo è una maschera che cade. Anche qui una strategia, insieme alla rottura della quarta parete, per tentare di sopravvivere alla vergogna. Il tentativo di distaccarsi, di essere emotivamente indisponibile, irrimediabilmente fallisce, come nel dialogo tra lei e il suo amante prete («Ti amo». «Passerà»). Non c’è distacco, ma intensità, partecipazione, perché forse il cinismo appartiene ad altre età, ad altre nature.

Qui c’è invece l’urgenza di raccontare con una voce più diretta, uno sguardo più intimo che non vuole mai farsi racconto edificante. Sorry, Baby non cerca la catarsi o la rivincita personale e, piuttosto che stupire con il monologo brillante, registra tutto: i dubbi, le esitazioni, il cringe. Lo stesso vale per il trauma. La violenza non è neanche rappresentata, ma è una condizione persistente. Più che superarla, si tratta piuttosto di abitare la fragilità, così si sfalda anche la temporalità lineare (il film procede per capitoli non in ordine progressivo). Anche in I may destroy you la violenza è una lente per parlare d’altro, Michaela Coel in qualche modo si libera dalla retorica lineare della vittima che deve guarire per forza.

Tutte queste voci condividono la ricerca di un dialogo diretto e di un rapporto alla pari che, senza entrare nel merito, è trasversale al mezzo espressivo e appartiene anche alla letteratura (dove tra l’altro il racconto di sé è anche più libero, indipendente dalle condizioni materiali del racconto audiovisivo).

Quindi quando Julia Roberts ha chiamato Eva Victor la mia eroina, in quel complimento era implicita una relazione. In qualche modo un riconoscimento. È la stessa qualità che evocano questi film, quella della prossimità. Parlano una lingua che riconosciamo, si muovono nello stesso paesaggio emotivo (e culturale) in cui ci muoviamo noi. E toccano delle corde che può toccare solo una conversazione con un’amica. Da cui non pretendi che sia sempre la più brillante o sagace, ma è quella di cui resta traccia.

Qualche giorno fa una donna che sta per partorire, quindi non esattamente nella fase della vita a Ibiza con le amiche, mi ha detto: non c’è niente di più bello di una vacanza con le amiche. È proprio vero, non esiste gioia più cristallina, innocente, quasi sciocca, di quella complicità esclusiva, segreta. Di quella sensazione di crescere, maturare e poi invecchiare, vivere vite diverse eppure, insieme, di conservare una parte di noi curiosa, imbranata e viva, di sentirsi sempre ragazze. È proprio questa sensazione di familiarità che lasciano questi film, che saranno sempre i film delle ragazze.

Livia Chiriatti (Roma, 1995) è assistente editoriale del Foglio Review.