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Non cercarmi sui social, sto guardando i reel

Il digital detox è di moda anche tra gli adolescenti: meno ansia, si dorme meglio. Ma tolti i social che si fa? I nostri figli non sono stanchi dello schermo, ma dello sguardo degli altri, dell’interazione continua. Cercano l’anonimato. Così si guardano i reel, slot machine che agiscono sul desiderio di escapismo (il loro e il nostro). Altro che proibizionismo, abbiamo bisogno di abitare insieme la rete

Sono genitore. Ho una figlia di nove anni e una di diciotto. Il mondo virtuale mi ha sempre fatto paura. Per loro. Perché è un mondo che non conosco e non posso controllare. Ci sono mostri che non vedo. Non vedo perché, invisibili, parlano una lingua a me sconosciuta. È un mondo in cui non sono cresciuta, nel quale mi aggiro ciabattando come una vecchia zia in visita. Tante parole non hanno significato per me. Fomo. Phubbing. Baby influencer. Reel. Leggo le loro de finizioni e scopro che sono legate a emozioni che invece conosco. Ansia. Depressione. Insonnia. Dipendenza. Questa è una lingua che parlo.

Quando mia figlia maggiore ha ricevuto il suo primo telefono cellulare alle medie – per ché prendeva il bus, pranzava fuori, usciva con le amiche al pomeriggio – le ho vietato l’uso dei social. Non poteva comparire nei video delle sue amiche. Severamente vietato crearsi profili falsi. Proibito guardare il mondo attraverso lo spioncino virtuale. Mia figlia ha provato a negoziare i termini di queste condizioni, per lei assurde, per tutta la durata delle scuole medie. Compiuti i quindici anni, ho ceduto. Va bene il profilo, ma niente foto e video e post e storie. Mi raccomando. Perché, a guardare il mondo virtuale con i miei occhi, dalla distanza imposta dalla mia generazione, il pericolo maggiore era, appunto, la sua immagine alla mercé di tutti.

Non il suo bisogno di stare collegata continuamente ai trend, ai video virali, alle challenges, allo scroll. Quella parte, per me, non esisteva.

E non è esistita per molto tempo.

La figlia minore, nata tra schermi e mondi virtuali, ha avuto accesso a YouTube sin da piccola. Le canzoncine, i video divertenti. In trattenimento. Come alla tv. E mi sentivo se rena. Perché c’è il parental control, la possibilità di limitare il tempo dell’utilizzo, la sezione kids. Eppure, con il passare del tempo, ho notato che la piccola era irascibile allo scattare dei venti minuti giornalieri, pretendeva di avere accesso ai cellulari degli adulti, ma soprattutto, quando giocava, sembrava fosse sempre davanti a una telecamera e a un pubblico invisibile.

Non so quando ho iniziato a vederli ovunque, i tentacoli reali del mondo digitale: a casa con il marito fermo sulla sedia impegnato in una litigata muta che si consumava altrove, in mezzo alla chat con un amico che mi manda metri di link e nemmeno una parola di suo pugno, a scuola dove il mio alunno affetto da autismo mima cose incomprensibili e alza il pollice come un videomaker che mi invita a dargli un like.

Digital detox.

È la figlia grande a introdurre il termine. Lei ne segue uno prescritto da se stessa. Ce lo comunica con un certo brio. Ha disinstallato Insta dal cellulare. Applaudo all’iniziativa e mi muovo veloce per coinvolgere anche la piccola. Le faccio un discorso. Giocare sul cellulare, guardare video, anche se sono indovinelli?, chiede lei, sì, anche quelli, non vanno bene. Togliamoli. Oppone resistenza, ma si fida di mamma. Basta YouTube.

Si respira aria nuova in casa.

Anzi, osservo che in detox ci sono molti. Le amiche di mia figlia e il suo fidanzato. Un mio conoscente che mi manda una mail per dirmi di non cercarlo sui social. Un collega a scuola. Un coro all’unisono dice di sentire i social come nocivi. In rete scorrono pagine e pagine su schiere di adepti del detox. Circa la metà degli americani. Il 38 per cento degli inglesi. Tanti italiani.

Va bene, parte il detox, ma poi? Da quando non li usano più, come stanno? I primi effetti: si dorme meglio, meno ansia, meno stati depressivi.

Sono profondamente colpita dalle conclusioni. E cerco di immedesimarmi. Mi chiedo se non sia il caso di farmi un piccolo detox pure io. Però, insisto – ho faticato ad accettare l’esistenza dei social, ora devo fare lo sforzo di disabituarmi? – tolti i social, che si fa? Cioè, che si fa con il tempo in cui non stai sui social? Mia figlia guarda i film e i reel su Tiktok e YouTube. Pure le sue amiche.

Il fidanzato disegna, e guarda i reel o i gamer su YouTube. Il collega suona la fisarmonica per la nonna, scrive agli amici via whatsapp, non cerca amore in rete perché ha la tipa. E poi? Guarda YouTube. I reel.

Capisco allora che quello che hanno tolto è l’interazione, le notifiche, lo sbirciare nella vita degli altri. Non il digitale, ma la visibilità.

E mi chiedo se dopo anni passati a costruire un sé davanti a un pubblico invisibile, a misurare ogni gesto in termini di consenso, la vera stanchezza non sia quella dello schermo, ma quella dello sguardo degli altri. Mia figlia più piccola, quando gioca, continua a esibirsi davanti a una platea che non esiste. Non so se questo sia un passaggio inevitabile dello sviluppo o l’effetto di una cultura della performance che entra nelle case prima ancora delle parole. E intuisco che forse la generazione successiva a quella che ha performato per anni sui social non vuole più esibirsi. Non vuole scomparire dal mondo virtuale. Vuole scomparire dal palcoscenico. L’anonimato diventa una forma di riposo. Una zona franca. Un modo per sottrarsi alla fatica di essere continuamente qualcuno.

Allora mi chiedo se questo ritiro silenzioso non sia anche una reazione. Gli adulti non hanno lasciato i social, al contrario, ci si sono radicati. Li usano per combattere, indignarsi, schierarsi, costruire identità sempre più rigide. Si dividono in fazioni, alimentate dal l’odio verso qualcosa. I ragazzi osservano. Crescono in mezzo a questo rumore continuo. Forse non vogliono partecipare alla battaglia. E non è detto che sia disinteresse. Potrebbe essere protezione. Non è detto che sia nemmeno apatia. Potrebbe essere stanchezza. Oppure lucidità.

Ma in questo loro passo indietro, c’è un de nominatore comune: i reel, che restano.

E qui vedo me stessa, le volte in cui inizio a guardare qualche sciocchezza per poi sforzarmi a smetterla. Fatico a staccarmi perché i reel non chiedono nulla. Non chiedono di esistere. Non chiedono di rispondere. Con i reel non c’è reputazione da difendere, immagine da costruire, gruppo da gestire. Sono una forma di intrattenimento puro, ma anche una forma di immersione solitaria. Non c’è il rischio di essere esclusi, perché non c’è un gruppo da cui essere esclusi. Forse è questa la trasformazione: non una fuga dal digitale, ma una fuga dal confronto sociale permanente. Resta però una domanda. Se la socialità pubblica si ritira, che cosa prende il suo posto? Relazioni più profonde o nuove solitudini, più silenziose e difficili da vedere?

Ma soprattutto che significa il digital detox? A pensarci bene è una questione complessa, come complesso è quantificare il grado di no-cività dei social.

A leggere in giro sul digital detox, sembra la soluzione salvifica ai problemi del virtuale. Di natura, non mi fido dei salvatori e dei salvataggi. Per questo il detox mi sembra come quei tentativi ottimistici di fermare i segni della vecchiaia con un bicchiere di acqua, li mone e zenzero bevuto al mattino, a stomaco vuoto.

Di fatto, la letteratura specialistica parla dei reel come della base di un meccanismo psicologico da “casino effect”. Le piattaforme che forniscono i reel (e la cosa è talmente dilagante e redditizia che persino LinkedIn li sta introducendo) sfruttano le ricompense variabili, l’effetto sorpresa e la personalizzazione continua. Il risultato è come stare davanti alla slot machine. Con zona kids inclusa.

E se si parla di zona kids, bisogna aggiungere che esiste una correlazione significativa tra la dipendenza da reel e la procrastina zione. Perché i reel sono ottimi per distrarre, agiscono sul desiderio di escapismo davanti a compiti difficili e hanno un grande appeal sui soggetti con difficoltà di autocontrollo (leggi, tra gli altri, i bambini e gli adolescenti).

E mi chiedo se nel lessico delle mie figlie, tutto ciò si traduce in «aspetta un attimo», «adesso arrivo», ogni volta che faccio loro una vana richiesta.

Esiste la dipendenza da reel. I suoi effetti sono la difficoltà di concentrazione, il multitasking superficiale, la ridotta memoria di lavoro, la fatica cognitiva.

La soluzione, quindi, è il detox?

Intanto il digital detox nasce come risposta culturale alla percezione di sovraccarico cognitivo e emotivo da connessione continua. Dagli studi, però, i suoi effetti sul benessere mentale sono piccoli, brevi, se non addirittura insignificanti nei soggetti che non usano i social media in modo compulsivo. Sui soggetti vulnerabili il detox ha effetti benefici, sì, specie su insonnia, depressione, ansia, ma aumentano il senso di solitudine, perché i social soddisfano i bisogni relazionali reali, e riducendone l’uso viene meno anche il senso di comunità.

Non solo. Nemmeno il tempo è il problema reale. Contano il come e il perché. Ma soprattutto il detox non comporta automaticamente una vita sociale offline più florida. E questa è una sfida aperta a una narrazione comune in cui ci si immagina che il mondo senza cellulari tornerebbe alle chiacchiere allegre in metropolitana e sui treni.

Di fatto, però, quando leggo che il tempo online conta meno del modo in cui lo si usa, mi sembra di capire meglio quello che vedo in casa.

Penso allora che il detox di mia figlia, delle sue amiche, del fidanzato, del collega è un detox solo parziale. Che serve a poco. La prospettiva è sbagliata: non serve un tempo di esposizione minore, ma una riduzione del l’engagement disfunzionale. Non un detox intermittente, con astinenza totale, che poi sci vola comunque nella fruizione dei reel su altre piattaforme. Abbiamo bisogno di un mondo reale solido. Genitori meno vittime di “phubbing”, cioè di quell’abitudine di ignorare le persone presenti per interagire con lo smartphone, che è solo l’anticamera della Fomo (Fear of Missing Out) che si traduce nella paura che altri rafforzino relazioni senza di noi e ci spinge a controllare in modo compulsivo i social. Cosa che, a sua volta, aumenta la sensibilità ai segnali sociali e quindi rafforza la dipendenza comportamentale. Un cane che si morde la coda.

Penso allora alle mie figlie, al loro bisogno di sentirsi in relazione, viste, per poter dire chi sono. Penso che loro percepiscono i mondi online e offline come continuativi. E capisco quanto sia inutile tornare al proibizionismo con cui pensavo di aver fatto un buon lavoro nel caso della figlia maggiore. I social sono ormai parte integrante della crescita dei ragazzi, influenzano la loro identità, le loro re lazioni, la loro autonomia. Non li si può più bannare.

Che fare quindi?

Intuisco allora che forse non si tratta di togliere o non togliere. Forse si tratta di restare. Restare accanto, mentre loro imparano a muoversi in un mondo che non possiamo controllare, ma che possiamo abitare insieme. Se costruiremo relazioni solide, forse non avranno bisogno di sparire del tutto. E forse il vero detox non è quello dai social, ma quello dall’assenza.

Irina Turcanu (Gura Humorului, Romania, 1984), scrittrice. Ha pubblicato con Marsilio il romanzo «Manca il sole ma si sta bene lo stesso» (2024).