Famiglia di sacerdoti, gli Zourabichvili. (Siamo tra gli ortodossi, i sacerdoti possono sposarsi). Famiglia originaria della Cachezia, regione di pascoli e vigneti ricca di paesaggi meravigliosi, e di occasioni per sbronzarsi», scrive Emmanuel Carrère in Kolchoz. Parla degli antenati allegri della sua mamma, la tirannica e tonitruante Hélène che sta al centro del libro, e in parte del precedente Un romanzo russo. Ma parla anche degli antenati di sua cugina. Salomé Zourabichvili, presidente della Georgia in carica dal 2018 al 2024, non è solo l’ultima figura istituzionale della Georgia libera, prima che il partito filorusso Sogno georgiano si prendesse tutto il potere (e lei, Zourabichvili, si considera tecnicamente ancora in carica, non essendo avvenuto il passaggio in modo democratico). È anche parte di una grande e antica famiglia di émigrés georgiani in Francia, era il 19 marzo 1921 quando il padre, Levan, adolescente, col fratello Georges e con i genitori si imbarcavano a Batumi sulla nave Anatolie, lasciandosi alle spalle la loro patria. Ma i rami presto si dipartono. «È per via della forza delle donne. Mio padre Levan sposò una georgiana che aveva, come le nonne, un carattere fortissimo; in questo ramo della famiglia siamo cresciuti nella lingua e nella cultura georgiana. Hélène invece dopo il divorzio dei suoi genitori fu educata dalla madre in un ambiente di immigrati russi che parlavano russo. Il che dimostra come la “lingua madre” crei l’intero ambiente culturale di una persona», ci dice Salomé, che incontriamo una mattina a Venezia, mentre fuori infuriano le polemiche per il padiglione putiniano, pardon, russo, riaperto alla Biennale: e tra i critici naturalmente c’è la presidente. A Venezia si aprono padiglioni, sull’Ucraina cadono i droni. E a Tbilisi le leggi approvate dal Parlamento allontanano giorno dopo giorno dal sogno europeo il paese di Salomé, che è nata e cresciuta in Francia, ma che dopo la sua estromissione dal potere è rimasta a vivere in Georgia.
La parabola di Zourabichvili dice molto della nostra epoca: figlia di un esilio novecentesco, carriera diplomatica, potenzialmente avrebbe potuto restare una colta tecnocrate poliglotta tra Parigi e New York (le famose “élite globaliste”, come le chiamano i sovranisti). Invece, nel 2004, accetta un invito dell’allora presidente Mikhail Saakashvili a diventare ministra degli Esteri. Nella ricostruzione di Carrère, «Saakashvili ha individuato questa ambasciatrice francese di origine georgiana che ha studiato alla Columbia come lui e lavorato alle Nazioni Unite, e così la convoca e le chiede se vuole diventare sua ministra degli Esteri.
Salomé, sconcertata, risponde che lei è una diplomatica francese, di nazionalità francese, e non esiste che un diplomatico in servizio in un paese entri nel governo di quel paese, non è mai successo, è ovviamente impossibile. Nulla è impossibile per “Misha” quando si è messo in testa un’idea. Saakashvili parla con Chirac, che dà il benestare. E Salomé, appena spostata la valigia al ministero, si trova a negoziare con un certo Sergei Lavrov, già allora ministro degli Esteri, il ritiro delle basi russe dalla Georgia. Vent’anni dopo, divenuta presidente, assiste alla tragedia storica del ritorno in grande stile della mano russa nel suo paese.
«In Georgia quella delle elezioni politiche 2024 è stata una manipolazione molto sofisticata», dice. «I russi adattano la loro strategia alla mentalità di ogni paese. Nel nostro caso, hanno usato metodi vecchi e nuovi, dal tradizionale riempimento delle urne alla compravendita di voti nelle regioni più povere a suon di 50 o 100 dollari, ai posti di lavoro fittizi nelle municipalità, ai circa tremila call center per profilare gli elettori. Le schede del voto elettronico erano su una carta trasparente che consentiva di vedere dove appariva la croce sul lato opposto, e c’erano telecamere posizionate sopra le postazioni per intimidire i votanti». Nel segreto dell’urna, Dio ti vede, Stalin pure, per dirla alla Guareschi. «Se la Moldavia è stata salvata dai voti della diaspora, in Georgia su oltre un milione di elettori residenti all’estero solo 17 mila hanno potuto votare. E io come presidente non avevo il potere di disporre l’apertura di nuovi seggi. Ora hanno persino approvato una legge che obbliga i giovani all’estero a fare il servizio militare se vogliono votare», sospira Zourabichvili. Che insiste sull’idea che la crisi georgiana riguardi l’integrità del progetto europeo. Eppure per molti occidentali l’Europa è solo un edificio burocratico. Cosa vede lei che i nostri occhi non vedono? «Non sono d’accordo sull’idea che gli europei siano in maggioranza delusi dal sogno europeo. L’Ucraina ha cambiato tutto: prima c’era molta più fascinazione per la Russia in Francia, Germania e Italia, oggi c’è più lucidità. Secondo me, la prossima minaccia russa non sarà necessariamente nella forma di un’invasione militare, per esempio dei paesi baltici, ma la manipolazione delle elezioni e la propaganda. E il merito è dell’Ucraina, che ha dimostrato che la Russia non riesce a vincere guerre di aggressione. Il prestigio militare sovietico è svanito. Ecco allora che per i russi la “via georgiana” (la manipolazione interna) è più attraente perché non costa nulla».
Custine nel 1839 scriveva che la Russia era una immensa prigione, mentre la polizia zarista lo faceva seguire in giro per Pietroburgo. Zweig nel 1928 veniva avvertito da una dissidente con un biglietto che gli fece scivolare nel cappotto che l’Nkvd lo controllava, e rimase scioccato dalla manipolazione di cui era oggetto. Eppure, nonostante duecento anni di storie così, nel mondo occidentale ci facciamo ancora regolarmente abbindolare. Perché? «La risposta è: la propaganda, abilmente orchestrata negli anni, nei decenni. La Russia non è mai cambiata – la Russia zarista, la Russia sovietica e la Russia di oggi sono esattamente la stessa cosa – ma sono riusciti a presentarla come se ci fossero stati cambiamenti, rinnovamenti. Per tutto il tempo, sotto quasi ogni cosa che ci viene raccontata da Mosca, c’è la solita propaganda. La Russia è probabilmente il paese, nel mondo di oggi, che mostra la maggiore attenzione verso le élite culturali degli altri paesi attraverso, diciamo così, le pr. Il bello è che lo fanno così bene perché lo fanno da sempre. E c’è un’altra cosa molto chiara nella mente russa, e riguarda i confini: non c’è un singolo russo capace di disegnare una mappa della Russia che sia uguale nei confini a quella disegnata dal russo accanto a lui. Perché i confini non sanno mai dove siano esattamente. È per questo che considerano l’Ucraina come loro; che considerano come loro una parte della Georgia, o tutta la Georgia, a seconda di chi disegna quella mappa mentale. Questo accade perché la loro visione del proprio paese è una visione puramente ideologica. Non è una visione fondata sul territorio, sulla geografia, sullo sviluppo istituzionale. Dunque è qualcosa di molto diverso dal concetto di nazione a cui siamo abituati. E c’è infine un’ulteriore componente che contribuisce a spiegare la nostra attrazione: il fatto che la Russia non la comprendiamo. È così diversa. E quel “mistero” di cui parlava Churchill: si è sempre attratti da qualcosa che non si comprende completamente, qualcosa che si sente diverso da ciò che si conosce – senza sapere esattamente quanto». Ha letto, Zourabichvili, il romanzo di Carrère che la cita in interi capitoli? «Certo, e mi è anche piaciuto molto. Amo il suo stile di scrittura vivido, che entra in risonanza con chi legge». Ma lei, la presidente, ha mai condiviso le sue idee sulla Russia con la cugina Hélène, di cui dice sempre che riuscì a prevedere la caduta dell’Unione sovietica in quel suo libro del 1978, L’émpire eclaté? «A dire il vero, no. Un po’ perché il nostro era, come scrive Carrère, un rapporto più strettamente familiare. Un po’ per com’era fatta lei. All’inizio dei miei studi ero stata sua studentessa, quando insegnava la storia dell’Urss a Sciences Po, e allora era molto lucida. Ma iniziò a esserlo meno quando si trattò della “Russia russa”, sorta sulle macerie dell’Unione sovietica. Probabilmente sperava che quest’ultima riscattasse in qualche modo il suo amore per quel paese, un amore che non aveva avuto invece per i sovietici.
Quindi era tutto qualcosa di molto interiore per lei, ed è per questo che era difficile discuterne direttamente. E riguardo alla “profezia” sulla caduta dell’Urss… be’ era più il titolo di quel suo libro a fare riferimento al crollo, che il libro stesso. Poi però il titolo ebbe una risonanza così forte, e fu seguito in modo così plateale dalla realtà, che rimase nella memoria collettiva come “la previsione”, mentre in realtà non è proprio così che stanno le cose…». Hélène insomma legata sentimentalmente a Mosca, Salomé viceversa è quella che all’incontro con Lavrov si presentava premettendo che lei non parlava russo. Per dire il carattere. «Quando ero giovane in Francia e dicevo di essere georgiana, mi rispondevano: “Ah, sì, intendi russa”. Dovevo rispiegare tutto ogni volta. C’era questo romanticismo francese verso la Russia che negava la realtà sovietica e l’imperialismo». Ad ascoltarla si capisce quando suo cugino Emmanuel scrive che da bambini lei veniva portata a esempio perché eccelleva in ogni ambito, “aveva fatto un’impeccabile carriera diplomatica, ma avrebbe fatto una carriera altrettanto impeccabile come chirurga se avesse scelto la chirurgia, come pasticciera se avesse scelto la pasticceria”. Oggi nel suo paese Zourabichvili vive con la pressione crescente dei suoi oppositori al governo, ma tiene il punto. E non si scoraggia. «I russi vogliono semplicemente un leader forte. Finché la Russia si impone sul resto del mondo, possono anche accettare sacrifici personali, perfino il fatto di non accedere a uno stile di vita occidentale. Ma oggi, con la guerra in Ucraina che non sta vincendo, è sicuro che Putin sia in grado di garantire loro questo baratto, forza-in cambio-di sacrifici? Può anche esserci una vecchia generazione che continua a essergli fedele, come in Georgia, una piccola élite che beneficia enormemente del sistema, e che continuerà a sostenerlo finché ne trae vantaggio. Ma quando vedo i russi che arrivano in Georgia – e ne abbiamo circa centomila che vivono oggi nel paese – mi accorgo che quel paese sta davvero perdendo una parte della sua generazione più giovane e più attiva. Non dico certo che siano dei dissidenti anti Putin. Però è sicuro che non vogliono più continuare a vivere in quella Russia. E questo dice molto sulla crescente incapacità del sistema russo di tenere davvero le persone legate a sé».