Bear your freedom, porta la tua libertà, c’è scritto all’ingresso del vecchio arsenale ottocentesco, un deposito di armi trasformato nel 2005 in Art Arsenal, un’istituzione culturale che unisce arte moderna, musica, teatro, letteratura e spazio museale. Qui, dal 2011, si tiene il più grande festival della letteratura ucraina, il Book Arsenal, che per il 2026 ha scelto come tema principale il concetto di libertà e la responsabilità che la libertà porta con sé.
Ha un grande significato il fatto che un vecchio deposito di armi sia diventato uno spazio culturale, mentre la quarta edizione di questo festival si svolge durante l’invasione russa su vasta scala. Il Book Arsenal nasce a Kyiv e si tiene qui ogni anno, soltanto l’edizione del 2022 non si è fatta, sempre a causa dell’invasione russa dell’Ucraina. Il festival è tornato nel 2023 verso la fine di giugno, mentre prima si teneva nell’ultimo fine settimana di maggio, che coincide con la festa della fondazione della città, quella che in Italia chiameremmo la festa del santo patrono.
L’edizione del 2023 è stata l’ultima alla quale ha partecipato Victoria Amelina, la scrittrice ucraina diventata investigatrice dei crimini di guerra. Dal palco presentò il diario di Volodymyr Vakulenko, che scriveva libri per bambini e che si era appuntato su un quaderno quel che accadeva durante l’occupazione dei russi. Quelle pagine fitte erano state dissotterrate da Victoria assieme al padre di Volodymyr nel giardino della loro casa. Da quell’edizione del Book Arsenal, gli autori ucraini, quando si incontrano, si stringono in abbracci ancora più forti: potrebbero essere gli ultimi.
Pochi giorni dopo la presentazione del diario di Vakulenko, Victoria fu colpita mortalmente da un missile a Kramatorsk, la città dell’Ucraina orientale dove era andata assieme a un gruppo di scrittori colombiani. Durante questa edizione ci è arrivata la notizia che Volodymyr Vakulenko senior, il padre dello scrittore, ci ha lasciati prematuramente e non ha potuto vedere la conclusione dei lavori del monumento dedicato a suo figlio.
L’edizione del 2026 è stata inaugurata una settimana dopo il più massiccio attacco che la Russia abbia mai lanciato contro la capitale ucraina: 60 missili e 600 droni, accompagnati da un freddo anomalo per la fine di maggio in Ucraina. Le temperature sono scese fino a 14 gradi e i violenti temporali hanno costretto i visitatori a trascorrere più tempo all’interno dell’Arsenale, riparandosi da tuoni che ricordano le esplosioni e uscendo comunque sotto la pioggia per raggiungere i rifugi quando scatta la sirena.
Nessuno la ignora. In quei giorni il ministero della Difesa ha confermato che gli attacchi russi possono ripetersi e, infatti, tra il primo e il due giugno arriva un’altra notte di fuoco, dopo che gli ultimi stand del festival sono già stati smontati.
È tutto un continuo abbracciarsi, guardarsi negli occhi, ascoltarsi a vicenda e raccontarsi com’è andato l’ultimo anno, tirare le somme e preparare le spalle ai libri che si vogliono comprare. Sui palchi e attorno ai palchi, sistemati sotto le volte a mezzaluna dell’antico arsenale, si cercano dialogo e riflessione. I protagonisti di questa edizione sono Il vento che soffia da Marte, l’ultima raccolta di poesie di Lina Kostenko, poetessa e dissidente ucraina degli anni Sessanta che nel 2026 ha compiuto 96 anni; il primo di quindici volumi dell’edizione completa delle opere di Vasyl Stus, poeta e dissidente ucraino morto in un gulag russo nel 1985; le traduzioni del Diario di Berlino 1934-1941 di William L. Shirer e di Guerra nucleare di Annie Jacobsen.
C’è un certo fervore attorno a L’assedio di Mariupol, il libro fotografico di Yevhen Malolyetka, coautore del documentario 20 giorni a Mariupol, vincitore dell’Oscar assieme a Mstyslav Chernov e Vasylisa Stepanenko, dedicato agli ultimi giorni della Mariupol libera prima della sua caduta nelle mani dei russi.
Tra i visitatori godono di particolare rispetto e attenzione le figure della storia ucraina come Stefan Terletsky, deportato nei lager tedeschi all’età di quattordici anni e, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, emigrato nel Regno Unito, dove sarebbe poi diventato il primo ucraino eletto al Parlamento britannico. Ha dedicato la sua vita a sfatare i miti sull’Unione sovietica, il luogo nel quale non avrebbe mai voluto fare ritorno.
L’idea della libertà unisce tutti i programmi principali della fiera: la libertà di scegliere il libro che si desidera tra quelli esposti sugli scaffali; la libertà di compiere il primo passo quando si è piccoli e si ha bisogno di essere accompagnati dagli adulti, anche per comprendere la propria libertà e rispettare quella degli altri, nell’ambito del programma dedicato ai ragazzi; la libertà di cantare le proprie canzoni sul palco allestito nel cortile dell’Arsenale, sotto un tendone che protegge dalla pioggia.
Il curatore del tema della libertà è Maksym Butkevych, giornalista e attivista per i diritti umani, arruolatosi volontario nel 2022 e rimasto prigioniero dei russi per due anni.
«La violenza – che è il contrario della libertà – prima di tutto trasforma una persona in un oggetto»: un oggetto in prigione, un oggetto sotto occupazione, un oggetto di propaganda. La storia ucraina è una storia di continua resistenza contro la volontà di qualcuno di trasformarci in tali oggetti. Gli ucraini hanno sempre combattuto per essere soggetti della propria vita, individui capaci di difendere le proprie libertà e le proprie scelte.
Maksym percorre i corridoi dell’Arsenale indossando una maglietta nera con la scritta “Poloneni” – prigionieri in ucraino – e continua a battersi per i prigionieri ucraini ancora rinchiusi nei lager russi. Con quella maglietta sale sul palco per parlare della fragilità dell’eroe, insieme con Artur Dron, poeta e scrittore-soldato diventato una rock star, i cui testi sono stati tradotti in undici lingue straniere; ad Artem Chapeye, lo scrittore-soldato il cui libro La gente normale non va in giro armata è appena uscito in Italia per Altrecose; e a Svitlana Povalyaeva, poetessa ucraina e madre di due figli-soldati, Vasyl e Roman Ratushny, uccisi al fronte dai russi. Artur sostiene che gli ucraini debbano cercare di abbandonare l’immagine sovietica del soldato come creatura disumana, perfetta e intoccabile. Maksym aggiunge che, mettendo il soldato ucraino su un piedistallo, gli neghiamo il diritto di essere una persona normale e imperfetta, con le sue debolezze e le sue mancanze.
I militari ucraini, coloro che con il proprio corpo proteggono la libertà di cui si parla tra le mura dell’Arsenale, spuntano tra la folla – giovane e colorata, con le immancabili shopper delle case editrici sulle spalle – indossando la mimetica, che in Ucraina viene chiamata pixel per il suo disegno. Sono autori e autrici diventati militari, soldati e soldatesse diventati autori.
A presentare i loro nuovi libri ci sono Artem Chapeye, Vilhelm Vityuk e Pavlo “Pashtet” Belyanskyi. A loro sono dedicati non solo singoli eventi all’interno dei vari programmi, ma anche un programma speciale che ruota attorno ai primi testi teatrali curati dal Teatro dei veterani.
«Il mondo deve vedere la resistenza ucraina attraverso gli occhi dei suoi difensori», recita lo slogan del Teatro dei veterani, che è già riuscito a portare in scena diversi spettacoli anche fuori dai confini dell’Ucraina. L’arte della scrittura diventa così uno spazio terapeutico, uno spazio di cura che trasforma l’esperienza del fronte in letteratura.
L’Ottavo Corpo d’Assalto vende, nel proprio stand, il caffè più buono del festival, offrendo al tempo stesso la possibilità di sostenerlo con una donazione. Nello stand accanto ci sono le scatole dove si possono lasciare libri destinati al fronte.
Un fronte che passa appena fuori dalle mura dell’Arsenale, con i suoi distretti, le sue trincee e le sue postazioni, e dove torneranno gli autori-militari venuti in licenza appositamente per raccontarsi e ascoltare, per non perdere il legame con le retrovie ucraine.
Il piccolo mercato editoriale ucraino, che continua a confrontarsi con le condizioni disumane create dai bombardamenti, dai razionamenti dell’elettricità, dal freddo, dall’aumento dei costi dei materiali per la stampa e dall’instabilità del cambio dell’euro, trova comunque il modo di dare spazio alla letteratura dei militari. Che si tratti di poesia o di memoir, questi libri sono ormai diventati protagonisti degli scaffali di qualsiasi libreria ucraina.
Al Book Arsenal non mancano gli ospiti stranieri. Ad aprire il festival è Olga Tokarczuk, la scrittrice polacca premio Nobel per la Letteratura nel 2018, in dialogo con Andriy Lyubka, lo scrittore ucraino che si è recentemente arruolato volontario nell’esercito dopo aver dedicato tre anni al volontariato per la fornitura di veicoli destinati al fronte. Per l’edizione di quest’anno Lyubka ha curato il programma “Non viviamo su un’isola”, invitando gli ucraini a conoscere meglio gli autori dei paesi vicini: Slovacchia, Ungheria, Romania e Moldavia. A differenza di quanto accade con questi paesi, la letteratura polacca è molto più presente sul mercato editoriale ucraino.
Tokarczuk, vicepresidente del Pen International, ha ribadito il proprio sostegno all’Ucraina: «Questo festival conferma che la cultura, contrariamente a quanto pensano molti politici, è una forza capace di influenzare la psiche collettiva e di diventare un’arma di protezione».
Nel saggio che introduce il programma “Non viviamo su un’isola”, Lyubka paragona l’Europa a un condominio che oggi affronta un inverno duro, simile a quello che le città ucraine hanno attraversato l’anno scorso. A sopravvivere al freddo e al gelo sono stati i condomini che si sono uniti e si sono attrezzati con generatori e lanterne.
I rapporti di buon vicinato richiedono responsabilità, inclusione e rispetto. Solo così il nostro condominio europeo potrà superare i tempi bui nei quali ci ha gettati un altro vicino dell’Ucraina: la Russia. I confini geografici non possono essere spostati e tanto vale rafforzare i rapporti con coloro che non ci vogliono uccidere. Per costruire relazioni di buon vicinato bisogna colmare le lacune che si sono create nella conoscenza reciproca. Se non vengono colmate per tempo, queste lacune diventano terreno fertile per fake news, stereotipi e ostilità.
«Dobbiamo non soltanto raccontare la nostra storia ai vicini, quelli più prossimi e quelli più lontani, ma imparare anche la loro», conclude Lyubka nel suo saggio introduttivo.
A riconfermare il loro sostegno arrivano anche gli editori stranieri. Ogni anno il Book Arsenal ospita professionisti dell’editoria internazionale nell’ambito del Book Arsenal Fellowship Program, che quest’anno ha accolto rappresentanti provenienti da Perù, Georgia, Egitto, Svezia, Germania, Repubblica ceca, Lituania e Italia.
Per la prima volta nella storia del Drahoman Prize, il premio dedicato ai traduttori della letteratura ucraina nelle lingue straniere, il nome del vincitore è stato annunciato all’interno del Book Arsenal. Bohdana Layuk, viceministra della Cultura, ha dovuto farlo mentre dagli altoparlanti risuonava l’ennesimo invito a spostarsi nei rifugi, a causa di una nuova allerta aerea.
Quest’anno il premio è andato a Nina Murray per la traduzione in inglese di Kassandra di Lesia Ukrainka, un poema classico dell’inizio del Novecento. Le traduzioni costruiscono ponti tra l’Ucraina e il mondo, quei ponti necessari per instaurare rapporti di buon vicinato.
Perfino nello stato di vita imposto dalla legge marziale, quando le cose attorno sembrano nette, quando il mondo appare diviso tra bianco e nero, tra bene e male, tra giusto e ingiusto, i palchi del Book Arsenal cercano la libertà di concedersi le sfumature del grigio, i mezzitoni, le riflessioni fuori dal comune.
L’Ucraina preferisce non limitarsi al solo ruolo di vittima dell’aggressione, ma rivendicare la libertà di guardare oltre il dolore. Chiede di non giudicare un libro dalla copertina, di non fermarsi ai soli titoli dei giornali, ma di aprire quella copertina, cliccare su quel titolo e scoprire la libertà che si respira quando si imparano e si conoscono le cose da vicino.
La notte tra il 14 e il 15 giugno, la struttura dell’Arsenale dell’Arte è stata colpita nel massiccio attacco contro la capitale. L’incendio è divampato sul tetto dell’Arsenale delle armi, ed è rimasto indomabile per ore.