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La verità vi prego sui capelli: (non) sono tutto

Ora so perché non facevo le presentazioni dei miei libri: trentotto euro di messinpiega e dopo due ore i capelli fanno già schifo. La spuma di Farrah Fawcett, lo struggimento per Jane Birkin, lo stiraggio chimico e il botulino da 400 sterline. Una vita passata a tirarsi tutto quello che c’è in testa per poi capire che sono solo trucchetti per affezionate ricce naturali

Qualunque titolo abbia questo articolo, non sarà mai menzognero come quello che, non molto tempo fa, un settimanale ha scelto per un mio articolo sui cinquant’anni trascorsi dalla prima puntata di Charlie’s Angels. Articolo nel quale avevo raccontato di quando, ero alle elementari e a Farrah Fawcett era bastato fare per un anno Charlie’s Angels per diventare la donna più famosa del mondo, comprai – nello spaccio di alimentari e detersivi nel paesino molisano di mia nonna – il primo prodotto venduto a mezzo faccione di persona famosa ch’io ricordi: la spuma per capelli di Farrah Fawcett. «Volevo i capelli di Farrah Fawcett», ha titolato quel giornale, e non è vero: Farrah aveva quei capelli che sarebbero diventati la norma nel decennio successivo, gonfi, scalati, anche un po’ crespi, come ricci stirati su cui nessuno abbia passato la piastra. Io, come tutte le bambine ricce, volevo capelli lisci come una madonna addolorata, come una cui la natura ha dato la riga in mezzo o la frangetta, come Jane Birkin, come Gloria Guida, come Joni Mitchell al naturale, come Cher da stirata, come la Carrà che non avrei saputo per decenni fosse naturalmente riccia perché mai ebbe l’indecenza di farcisi vedere in pubblico.

Non ci sono molte foto di me da piccola, se siete cresciute negli anni Settanta e ci sono molte vostre foto d’infanzia avete già pronto un saggio sulla mitomania dei genitori: mica la gente passava il tempo a scattare foto alla progenie, con quel che costavano lo sviluppo e la stampa. Però mio padre ebbe come tutti il suo periodo da fotografo, e ci sono due scatti di cui ho, tramandate dalla casa genitoriale, le gigantografie, fatte fare per un misto dell’orgoglio di «guardate che bella la nostra piccina» e di quello di «guardate che grande fotografo sono».

In una ho tre anni, siamo usciti dalla Messa a piazza San Domenico, ho una favolosa borsetta con catenone d’oro da rapper in luogo della tracolla e il corpo di plastica con stampata una Union Jack, ma per questo dovete fidarvi di me perché nella foto non si vede: mio padre si percepiva artista e la foto venne fatta scontornare. Ci sono io, riccia riccissima, che sui gradini della chiesa vengo baciata da un bambino sconosciuto, e lo guardo con quello sguardo di fronte al quale per anni i visitatori delle case in cui era appesa hanno riso ritenendo che quella sia la mia tipica espressione «cazzo vuoi». Essi non sanno che è la mia tipica espressione «non vedi che non ho fatto la piega?», non lo sanno perché io, come la Carrà, mica sono così svergognata da farmi vedere riccia. Lo sono lì, ma l’osservatore distratto pensa che il riccio passi con l’infanzia.

Nell’altra foto ho tredici anni, siamo in campagna, sono appoggiata – con l’aria finto disinvolta di chi sa benissimo d’essere soggetto fotografico ma guarda lontano per darsi un tono – al corrimano della scala che porta giù dal primo piano, ho un costume di Fiorucci e i capelli legati. I capelli legati e un cerchietto multicolore comprato a Cortina sono in molte mie foto di quegli anni, perché quelli sono gli anni in cui iniziano i miei primi quarant’anni di combattimento coi capelli, coi parrucchieri, con l’impossibilità di avere una piega fatta come dico io o anche solo una piega fotogenica. È una guerra che non riesco a vincere adesso, che sono prepotente come un’adulta, figurarsi allora, che ero prepotente come una ragazzina.

Mentre scrivo questo articolo, guardo una delle troppissime foto che mi sono state scattate negli ultimi cinque anni, a festival letterari e presentazioni e in studi televisivi e altri posti pubblici dove sono andata a presentare i libri che ho scritto, una cosa che prima non facevo e ora so perché. Non perché sono rituali infernali in cui le vendite non ripagano lo sforzo. Non perché la fatica, il caldo, i treni, gli aerei, le domande di presentatori che dicono che il libro gli è piaciuto moltissimo e poi riassumono la trama sbagliando fatti e nomi di personaggi. Non perché sono misantropa e stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia mèta. Soprattutto, perché in questa foto che sto guardando sono passate due ore da quando ho speso trentotto euro di messinpiega, e i miei capelli fanno schifo.

Prima che proseguiamo, bisogna sappiate una cosa di me. Disprezzo voluttuosamente quelle che citano Fleabag, la serie televisiva per trentenni sceme di chi ha avuto trent’anni dopo di me (la nostra serie per trentenni sceme era Sex and the City, che per fortuna nessuna cita un po’ perché ce ne vergogniamo e un po’ perché è passato troppo tempo e non ce la ricordiamo). La scena che le tardive trentenni citano è quella in cui alla sorella della protagonista (non poteva accadere alla protagonista, che doveva restare figa) un parrucchiere fa un taglio assassino. Lei, volitiva, la trascina a fare una piazzata al parrucchiere, che dice loro «i capelli non sono tutto», e lei risponde certo che i capelli sono tutto, ci piacerebbe che non lo fossero ma sono tutto.

Nella scena iniziale di Conoscenza carnale, mio film di formazione e prontuario di conversazione, Art Garfunkel, che è un cesso, dice a Jack Nicholson, che è Jack Nicholson, «La bellezza non è tutto». Quello giustamente risponde «Credi a me, la bellezza è tutto». Se Farrah Fawcett avesse detto «i capelli sono tutto», io avrei approvato: nella vita, nella carriera, nell’immagine della signora Fawcett, che ci vendeva i suoi capelli a mezzo spuma, i capelli erano effettivamente tutto o almeno moltissimo. Ma non posso appoggiare la mozione Fleabag allorché ella, pronta a farsi citare nei meme delle disperate di tutto il mondo, dice che i capelli per noialtre disgraziate che vogliamo far bella figura in una riunione o colpo su un derelitto con cui usciamo sono tutto, sono la differenza tra una bella e una brutta giornata. Non posso perché sono cinquantatré anni che ho dei capelli non fotogenici, sono quarant’anni che pago invano delle pieghe, e ho avuto comunque bellissime giornate e derelitti che non notavano le radici senza volume. I capelli non sono tutto per una ragione che non capisco perché non facciano dire a qualche personaggio così ne facciamo un meme e magari questo semplice concetto entra in testa alle ragazze del futuro: il tuo aspetto è un problema degli altri. Sono gli altri che ti vedono, sono gli altri che, se non sono maschi etero senza spirito d’osservazione, notano continuamente che hai dei capelli di merda. Io lo noto appunto solo quando vedo le foto delle presentazioni, poi dopo due secondi me ne scordo. Certo, quando qualcuno mette delle immagini sui social arrivano implacabili commentatori con la loro gamma che va da «certo che poteva pure pettinarsi» a «certo che poteva pure lavarsi i capelli», e io rivorrei i soldi di tutti quei parrucchieri, ma insomma «i capelli sono tutto» è come «le parole sono importanti»: sì, ma sono anche solo capelli, sono anche solo parole.

Ho mentito. Non sono quarant’anni che pago invano messinpieghe che si afflosciano, che soffrono l’umidità, che non ovviano al fatto che ho i capelli oltreché ricci pure sottili, oltreché sottili pure pochi. Ci sono stati pochi e molto fotogenici anni in cui nella mia vita c’è stato Ishi. Ishi è un giapponese che aveva un salone a New York. Andai da lui senza grandi speranze: avevo sentito parlare dello stiraggio chimico, ero subito andata a provarlo in un salone di Firenze, settecento euro e settimane di capelli che cadevano a ciocche devastati da qualunque cosa gli avesse fatto quel fiorentino che non so perché non denunciai per crimini contro l’umanità. Invece da Ishi uscivo con tutti i miei capelli, e dritti. Dritti che potevo anche portare la frangetta. Dritti che potevo lavarmi i capelli sotto la doccia, un’usanza che a una parte della popolazione che non comprende la propria fortuna sembra normale, e che per me è il massimo del lusso.

Poi non so cos’è successo. È perché Ishi ha chiuso il salone ed è andato a lavorare a un altro indirizzo e siamo fatti al 95 per cento di abitudini e io non sapevo più a che incrocio trovarlo? È che vado a New York meno spesso perché sono finiti i soldi d’un giornalismo che mandava gente in America a fare due domande ad attori imbecilli? È che ho iniziato a leggere che con quella roba chimica veniva il cancro alle ovaie? È che i parrucchieri milanesi hanno iniziato a fare la cheratina e, sebbene non l’abbia mai provata, l’avere una possibilità di liscezza vicino casa mi ha fatto venire la pigrizia rispetto alla tradizione di liscezza sicura un oceano più in là? Non lo so, ma ho ricominciato a dannarmi per trovare qualcuno che mi facesse la piega in un modo che mi piacesse, e a perdere ogni volta la battaglia con la mancata fotogenia dei miei capelli. Che, se guardo certe foto di una quindicina di anni fa, mi pare aggravata.

Nei momenti di malumore, per fortuna rari, io mi chiedo se Ishi sia il responsabile del mio avere quattro capelli in testa. Se si dimezzino comunque, tra i trentacinque e i cinquant’anni, o se abbia contribuito l’essermi fatta mettere chissà quanta roba tossica in testa per una decina d’anni. Penso a Ishi più spesso che a qualunque altro essere umano. Una volta mi prestai persino a portare un libro a sua figlia, che faceva l’università a Bologna, perché i miei ottocento dollari a quadrimestre la moglie di Ishi non intendeva scialarli in spese di spedizione internazionali. Sospetto che io e Nicole non avremo mai la stessa familiarità.

Nicole è portoghese, o è sudafricana, o è di non ho capito dove, mi sono persa nei suoi riepiloghi familiari. È la senior stylist in un salone di Londra dove la junior stylist mi ha fatto le pieghe più favolose e fotogeniche degli ultimi anni: se non fosse scomodo farsi la piega a Londra per presentare un libro a Roma, sarebbe ideale. Ma a un certo punto Nicole ha deciso che la mia parrucchiera era lei (a prezzi maggiorati, essendo senior e non junior). E a marzo, mentre decideva se ero degna di farmi il colore lì, mi ha detto che avrei proprio dovuto fare il botulino ai capelli. Sono stata un’adolescente degli anni Ottanta. Ho resistito alla tentazione di comprare le scimmie di mare (ve le ricordate, quelle polverine che dovevi sciogliere nell’acquario) e gli occhiali a raggi X, ma ho ceduto su un sacco di altre truffe: le creme anticellulite, i beveroni sostitutivi dei pasti, i pacchetti nei centri estetici in cui ti avvolgevano in bende bagnate per poi darti la scossa elettrica che avrebbe dovuto renderti alta e magra (se non avete mai avuto degli elettrodi pinzati alle bende bagnate, non siete ragazze degli anni Ottanta).

A 53 anni avrei dovuto avere abbastanza anticorpi da dire «il botulino per capelli lo vendi a qualche ricca scema», e invece certo, presto, prendiamo subito appuntamento ché ti si è aperto uno spazio in agenda ma normalmente dovresti mettermi in lista d’attesa (53 anni, praticamente 54, e ancora casco nel trucchetto dell’occasione rara, ma cos’hanno speso per farmi studiare a fare, ma cosa mi atteggio ad adulta risolta, ma che imbarazzo).

Mi spiega Nicole che il botulino per capelli non possono chiamarlo così perché c’è una nuova legge che vieta di usare i nomi dei veleni per farsi pubblicità, ma che è una versione non chimica dello stiraggio che mi faceva Ishi: non è che proprio li stiri, mi dice, ma li rende più facili da stirare, da governare, da addomesticare. Mentre me lo dice mi fa vedere le foto di una cliente prima e dopo la cura, e prima è riccia e dopo no, e Nicole sa che su una povera scema come me farà effetto l’immagine, mica le parole. Eccoti qui le mie quattrocento sterline e spicci. Il nome tecnico del botulino per i capelli è hyrolox, e Vogue mi spiega che fa benissimo ai capelli, li nutre, li ricostruisce, gli fa tipo acqua santa o giù di lì. Insomma: è una scimmia di mare. Mi spiegano congiuntamente Vogue e Nicole che ha gli amminoacidi, l’acido ialuronico, e soprattutto è a base vegetale, che mi fa sempre molto ridere come suggestione di cosa-che-fa-bene: anche la cicuta è vegetale, non si faceva Socrate quando siete andati a scuola voi?

Scrivo a Cristina Fogazzi chiedendole lumi, lei ovviamente sa benissimo di questa scimmia di mare, e mi dice subito che è una stronzata. È il consiglio d’un’amica che ne sappia più di me mai bastato per farmi desistere dal mio intento di buttare i soldi? Certo che no.

Nicole stende sui miei capelli dei liquidi e poi li piastra, come faceva Ishi, e si raccomanda di non lavarli per almeno quarantott’ore, come faceva Ishi, acciocché il prodotto penetri. Prendo un aereo, e vado a chiudermi in casa. Non mi lavo i capelli per cinque giorni, per il terrore di depotenziare l’effetto della cicuta di mare. Poi faccio quella cosa da ragazza fortunata che abitualmente mi è preclusa: mi lavo i capelli sotto la doccia. Con uno shampoo senza solfati, come mi ha raccomandato di fare Nicole come facesse tutta la differenza del mondo, l’ho comprato apposta, nonostante la Fogazzi mi abbia avvisato che era un’altra stronzata. Praticamente la Fogazzi è Sally Albright in Harry ti presento Sally, e io sono Marie, il personaggio di Carrie Fisher. Solo che, invece di dirmi che lui non lascerà la moglie, l’amica lucida mi parla del fatto che la cicuta non farà di me una liscia naturale. E se avete visto il film sapete già come finisce. Che lui non lascia la moglie, e Marie dice a Sally: hai ragione, hai ragione, lo so che hai ragione.

Lascio asciugare i capelli al naturale, e sono passabili. Non lisci come quando Ishi mi ci metteva del veleno chimico, ma neppure da non poterci andare in giro senza passare dal parrucchiere. Un po’ più mossi sotto, ma sopra come se avessi fatto la piega e poi preso la pioggia, che nella vita di una riccia è uno stato mica da buttar via. Mando messaggi a chiunque dicendo entusiasta che non ho buttato i soldi, pregusto una promozione del libro in cui non dovrò spendere per parrucchieri che tentino inutilmente di rendermi presentabile, un’estate in cui potrò fare il bagno in mare. Quanto dura, avevo chiesto a Nicole. Dipende da quanto spesso li lavi, mi aveva detto lei: dai tre ai sei mesi. Già avrebbe dovuto insospettirmi, questa cicuta che va via con lo shampoo. Ma c’è sempre quel problema che, da quando non crediamo più in Dio, crediamo in qualunque stronzata, e io ho voluto credere nel botulino ai capelli. Alla seconda doccia, sono già ricci, e io sono una delusissima atea di ritorno. Ogni volta che presento il libro conto le persone che alla fine se lo comprano, e penso: non ci rientro del parrucchiere. Ogni volta che vedo le foto di una presentazione, penso: credevo che questa volta non sarei stata quella che potrebbe anche aver scritto Felici i felici, ma si noterebbero innanzitutto i capelli di merda, e invece.

Sono passati cinquant’anni, e forse quel titolo ha ragione: mi andrebbero bene anche i capelli di Farrah Fawcett. Almeno erano grossi. Almeno erano tanti. Almeno avevano volume. Almeno Farrah Fawcett aveva l’aria d’avere abbastanza piglio da ridere in faccia a Nicole e alla sua cicuta di mare. Sono passati tre mesi, e ho più che mai la certezza che Fleabag aveva torto: se i capelli fossero tutto, per la disperazione avrei già ingoiato la cicuta, e invece sono solo capelli, e mi deludono da tanti di quegli anni che quasi sono affezionata al loro non essere all’altezza.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).