Negli ultimi anni nei dizionari e nel dibattito pubblico è apparso il termine Westsplaining, usato per descrivere un atteggiamento molto diffuso negli ambienti politici, giornalistici e culturali occidentali: la convinzione che l’occidente sia in grado di spiegare agli altri chi sono, come pensano e cosa desiderano, spesso persino meglio delle società stesse che pretende di interpretare. È una forma di paternalismo intellettuale che per decenni ha attraversato il modo in cui l’Europa occidentale e gli Stati Uniti hanno raccontato l’Europa orientale, la Russia e l’intero spazio ex sovietico. Russi, ucraini, georgiani, bielorussi o baltici diventano così personaggi dentro una narrazione costruita altrove. Le loro società vengono ridotte a simboli, archetipi o funzioni geopolitiche. La complessità reale scompare dietro cliché culturali come “l’anima russa”, “il fatalismo slavo”, “la nostalgia imperiale” o “il popolo che ama l’uomo forte”. Tutto viene tradotto in categorie rassicuranti e comprensibili per lo sguardo occidentale, anche a costo di deformare profondamente la realtà.
In Italia questa logica ha influenzato profondamente il dibattito sulla guerra russa contro l’Ucraina. Si è diffusa la convinzione che l’occidente sapesse analizzare meglio delle parti coinvolte sia l’andamento del conflitto sia le sue cause, le posizioni delle parti, i margini di compromesso e perfino le dinamiche interne delle rispettive società. Ma soprattutto tutto doveva rimanere autoreferenziale. Da qui la convinzione, diffusissima nel dibattito pubblico italiano, che la guerra fosse stata provocata dall’“espansionismo della Nato”. Una formula che, dietro la pretesa analitica, nasconde spesso l’arroganza di pensare che le grandi potenze occidentali abbiano il potere assoluto di determinare il destino degli altri popoli, quasi spingendoli inevitabilmente verso la guerra.
Nel corso degli anni questo dibattito ha raramente voluto ascoltare davvero le voci ucraine o quelle dei russi liberi e democratici. Sono stati pochissimi i casi in cui nei talk show italiani venivano invitati oppositori russi, giornalisti indipendenti o esuli politici per spiegare cosa stesse accadendo dentro la società russa e quali processi avessero portato prima alla guerra del 2014 e poi all’invasione totale del 2022. Molto più spesso si preferiva invitare propagandisti del Cremlino in nome di un presunto pluralismo che, in realtà, non aggiungeva nulla al dibattito pubblico a ciò che era già disponibile attraverso i canali ufficiali del governo russo.
In Italia il paternalismo occidentale è arrivato persino al punto di voler “difendere” la cultura russa dai russi stessi. È accaduto, per esempio, alla Biennale di Venezia, dove il padiglione russo è stato aperto nonostante la forte opposizione di numerosi esponenti della cultura russa in esilio e di quei russi che avevano lasciato il paese proprio perché contrari alla militarizzazione della società e alla trasformazione della cultura in strumento di propaganda. Molti artisti, scrittori e intellettuali cercavano inutilmente di spiegare che la cultura indipendente russa era stata distrutta negli ultimi anni in Russia o attraverso la repressione diretta, oppure costringendo all’esilio chiunque rifiutasse di conformarsi alle direttive del ministero della Cultura e alla progressiva subordinazione degli spazi culturali alla propaganda statale.
Rimanendo nell’ambito della cultura e ritornando al fenomeno del Westsplaining, è interessante confrontare due film usciti tra il 2025 e il 2026 sugli schermi internazionali. Il primo è realizzato da autori occidentali, con uno sguardo profondamente occidentale sulla Russia; il secondo è invece un documentario girato da un cittadino russo sulla propria società. Entrambi raccontano la Russia contemporanea e il periodo successivo alla dissoluzione dell’Unione sovietica.
Il film Il mago del Cremlino, tratto dall’omonimo libro di Giuliano da Empoli, cerca di spiegare la nascita del putinismo e il funzionamento del potere russo contemporaneo attraverso una lente fortemente occidentalizzata, piena di stereotipi estetizzati sulla Russia. È una Russia raccontata da fuori. Quasi esotica, sospesa tra cinismo, nichilismo, brutalità e fascinazione per il potere. Una Russia teatrale, decadente, misteriosa. Più vicina all’immaginario occidentale sulla Russia che alla Russia reale. Anche quando tenta di raccontare il potere “dall’alto”, il film lo fa attraverso notevoli distorsioni storiche. La Russia degli anni Novanta viene rappresentata quasi esclusivamente come caos, umiliazione, corruzione e collasso totale. È la vecchia narrazione molto amata dall’occidente secondo cui i giochi del palazzo avrebbero inevitabilmente preparato l’ascesa di Vladimir Putin come unica soluzione possibile.
In questa rappresentazione figure come Boris Berezovsky o Mikhail Khodorkovsky vengono trattate in modo quasi caricaturale. Oligarchi avidi, irresponsabili, simboli del disordine assoluto. E certamente furono figure profondamente controverse, ma non grotteschi come appaiono nel film. Il problema però è ciò che il film omette. Perché la Russia degli anni Novanta non era composta soltanto da oligarchi e mafiosi. Attorno a Boris Yeltsin esistevano anche figure come Boris Nemtsov (assassinato nel 2015 davanti al Cremlino), che rappresentavano una possibilità diversa di evoluzione politica della Russia: più democratica, più istituzionale, più aperta verso l’Europa. Esistevano giornalisti indipendenti, organizzazioni civiche, movimenti politici pluralisti. Fragili, caotici, incompleti, ma reali. La narrazione del Mago del Cremlino tende invece a cancellare queste possibilità storiche. Tutto sembra convergere inevitabilmente verso Putin.
Ma il paese non ha scelto Putin perché non esistessero alternative, come suggerisce il film. La Russia ha scelto Putin perché la società descritta nel secondo film, Mr. Nobody Against Putin, era ormai una società profondamente svuotata, incapace di produrre veri anticorpi civici.
Questo film, vincitore dell’Oscar 2026 per il migliore documentario, non cerca di spiegare il Cremlino attraverso grandi teorie sul potere. Racconta invece il modo in cui il sistema penetra nelle scuole, nelle famiglie, nelle paure quotidiane e nelle relazioni umane. Ed è proprio per questo che riesce a essere molto più accurato nel descrivere la realtà russa.
Mr. Nobody Against Putin mostra qualcosa di essenziale: il problema della Russia non nasce semplicemente dall’esistenza di un leader autoritario o da un gruppo di manipolatori al Cremlino. Nasce dalla lenta distruzione della società civile, un processo che precede Putin e che Putin ha poi radicalizzato. Il documentario racconta che la guerra contro l’Ucraina non è semplicemente “la guerra di Putin”, è il prodotto di una lunga trasformazione della società russa, dello svuotamento delle istituzioni, della distruzione del senso civico e, come conseguenza di tutto questo, di una militarizzazione lenta e capillare che ha normalizzato la violenza come linguaggio politico e morale. Ed è proprio questa normalità a spiegare la Russia contemporanea molto meglio di qualsiasi intrigo di palazzo.
Il film segue Paša in una piccola città industriale degli Urali. Karabaš viene descritta come “il posto più tossico al mondo”, devastata dall’inquinamento della fonderia di rame, con un’aspettativa di vita bassissima e un paesaggio quasi postapocalittico. Ma proprio questo scenario è centrale per comprendere il messaggio politico del documentario. La devastazione ambientale non è soltanto uno sfondo, è il riflesso materiale di una società in cui il bene comune è stato abbandonato da decenni. In una città dove l’aria è irrespirabile e la mortalità per tumori e malattie polmonari è altissima, nessuno sembra più indignarsi davvero. Le persone sopravvivono. Si adattano. Continuano a vivere dentro una realtà intossicata considerata normale. È la stessa logica che permette alla propaganda di guerra di attecchire: l’assuefazione alla degradazione morale e materiale.
Il documentario mostra come la militarizzazione non inizi con i carri armati, ma con la scuola. Dopo il febbraio 2022, le aule vengono trasformate in strumenti di mobilitazione ideologica. Arrivano lezioni obbligatorie di “educazione patriottica”, inni, bandiere, poesie di guerra, esercitazioni, cerimonie. Gli insegnanti devono filmare bambini che recitano slogan sull’“operazione militare speciale”, caricare video su database governativi e dimostrare fedeltà allo stato. Il linguaggio della propaganda invade la quotidianità fino a diventare amministrazione ordinaria.
La cosa più impressionante del film è però l’assenza quasi totale di resistenza. Molti personaggi del film interiorizzano il degrado ambientale e sociale della città in cui vivono nello stesso modo in cui interiorizzano il linguaggio militarista. L’insegnante Abdulmanov, per esempio, parla apertamente della necessità di eliminare le voci dissenzienti e definisce “parassiti” coloro che non amano la patria secondo i criteri dello stato. Ammira figure della polizia segreta staliniana come Berija o Sudoplatov. Non recita un ruolo, è il prodotto di decenni di costruzione ideologica, revisionismo storico e culto dello stato.
Altrettanto significativa è la normalizzazione della guerra nei discorsi quotidiani. La madre di Paša dice che «è naturale che i ragazzi vadano in guerra». Gli studenti parlano della mobilitazione come di un destino inevitabile. Alcuni vedono nell’esercito l’unica prospettiva sociale o economica, dove l’uniforme diventa insieme salario e identità. Persino i bambini imparano che amare il proprio paese significa sostenere l’esercito. E prima ancora emerge la resistenza a qualsiasi cambiamento. Non a caso il film si apre con degli scolari che cantano una semplice canzoncina sovietica, banale e apparentemente innocua, ma simbolo di una continuità culturale mai davvero interrotta.
Il film suggerisce che il vero obiettivo del regime non sia soltanto controllare la politica, ma distruggere la fiducia reciproca. A un certo punto Paša racconta che la sua opposizione alla guerra lo rende improvvisamente sospetto agli occhi dei colleghi. «In un secondo, è sparita tutta la fiducia», dice. Ed è forse questa la vittoria più profonda del sistema: trasformare la società in una comunità atomizzata, dove nessuno osa più parlare apertamente e fidarsi l’uno dell’altro.
C’è poi un altro elemento che il documentario lascia intravedere: il rischio che la guerra diventi l’unico collante identitario rimasto. In assenza di istituzioni credibili, prospettive economiche o ideali condivisi, il conflitto offre alla società russa uno scopo collettivo artificiale. È un meccanismo tipico dei regimi autoritari: la guerra non serve soltanto contro il nemico esterno, ma anche per impedire alla popolazione di interrogarsi sul proprio vuoto interno.
Paša rappresenta l’eccezione tragica. Ama profondamente la Russia, ma proprio per questo rifiuta la propaganda. In una delle scene più intense del documentario afferma che amare il proprio paese non significa sventolare bandiere o cantare inni, ma essere capaci di dire: «Abbiamo un problema». Le implicazioni per il futuro della Russia sono enormi. Anche se la guerra finisse domani, resterebbe un ambiente dove violenza, nazionalismo e obbedienza sono stati presentati come virtù morali. Intere generazioni hanno imparato a considerare il dissenso come tradimento e la crudeltà come necessità storica. Il dopoguerra rischia quindi di essere segnato da problemi profondissimi: reduci traumatizzati, ulteriore brutalizzazione sociale, sfiducia generalizzata, dipendenza economica dal settore militare e incapacità di costruire una cultura civica autentica. Una società educata per anni alla logica della mobilitazione permanente difficilmente imparerà rapidamente a concepirsi come comunità democratica.
Per questo Mr. Nobody Against Putin è un documentario tanto importante. Il film ci ricorda che le società non diventano autoritarie all’improvviso. Si degradano lentamente, fino a perdere la capacità di distinguere tra normalità e violenza. E quando questo accade, la guerra non appare più come una catastrofe, ma come la naturale continuazione della vita quotidiana.
È qui che emerge il limite culturale del Westsplaining. L’occidente continua spesso a leggere la Russia soltanto attraverso il Cremlino, il leader, gli oligarchi, i servizi segreti, la Nato, l’Unione europea e la geopolitica. Così facendo però ignora la trasformazione più profonda, quella della società russa stessa. La guerra contro l’Ucraina non è stata possibile soltanto perché Putin l’ha voluta. È stata possibile perché per anni la società russa è stata privata degli anticorpi civici necessari a opporsi davvero alla militarizzazione dello stato.
Ed è anche per questo che il futuro della Russia non potrà essere risolto soltanto attraverso accordi diplomatici, fine delle sanzioni o nuovi equilibri geopolitici. La riconciliazione russa dovrà essere prima di tutto interna. Prima ancora di riconciliarsi con l’Ucraina o con l’occidente, la società russa dovrà riconciliarsi con sé stessa, con la propria storia imperiale, con la propria violenza, con la propria passività e soprattutto con la distruzione del proprio tessuto civico. Finché questo non avverrà, qualunque “Russia post putiniana” rischierà semplicemente di riprodurre nuove versioni dello stesso sistema.
Ed è proprio questo che Mr. Nobody Against Putin riesce a mostrare con una lucidità che Il mago del Cremlino, prigioniero dei propri cliché occidentali sulla Russia, non riesce nemmeno ad avvicinare.