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A spasso nel tempo dei cinepanettoni

Bisogna goderseli per quello che sono (o erano): prodotti commerciali senza ambizioni, imperniati su schemi comici triti e volgari retti dalla gigioneria di De Sica. E che male c’è? La regola della borghesia: fai una cosa una volta, ci riprovi perché non è stato male, l’anno dopo perché no, ed è un attimo che sei in galera. Per un’ora e mezza, ma liberato

I miei genitori, quando avevo cinque anni, ebbero l’irriverente idea di produrmi una sorella. Io avevo chiesto il camper delle Micro Machines e quindi – è naturale – ci rimasi malissimo. Finsi aristocratico distacco per gran parte della gravidanza, recitai il teatrino che bello una sorellina, solo un paio di volte mi capitò di fingere un abbraccio per vibrare sussurri minatori attraverso la placenta. Ma, a ridosso della nascita, l’umore crollò. Gelosia, crisi abbandoniche, sentimenti di detronizzazione. Ero imbizzarrito. Mio padre, allora, per provare a consolarmi reclutò due amici e i loro figli e deliberò di andare al cinema. Era un sabato di dicembre. In sala, Vacanze di Natale ’95. Il primo cinepanettone diretto da Neri Parenti. Un’ora e mezzo di serenità, tolto solo il minuto e trenta del trailer di Heat che un po’ mi accelerò il battito. Rincorrendo sullo schermo Luke Perry, sbalordendo per la catena di equivoci, scompisciandomi per la discesa della morte con Boldi seduto sulla tazza, mi dimenticai di quanto fossi avvilito.

O almeno riferiscono così.

Poi mia sorella è nata, io dopo una decina d’anni sono riuscito ad accettare la cosa, ma comunque la storia dei cinepanettoni è andata avanti. Perché vengo da una famiglia borghese, in amicizia con altre famiglie borghesi. E uno degli stratagemmi elaborati dalla borghesia per rispondere alle angherie dei nichilismi antichi e recenti sono le tradizioni. Canoniche, o coniate alla bisogna. Fai una cosa una volta, ci riprovi perché alla fine è stato ganzo, l’anno dopo perché no, ed è un attimo che sei in galera. Altrimenti, pensieri di calamità. E così A spasso nel tempo 1 e 2. Paparazzi. Vacanze di Natale 2000. L’acme del biennio con Bodyguards e Merry Christmas. L’infinita serie dei Natale a, Natale in, Natale su. Scavalcammo anche lo scisma del 2006: piccola destabilizzazione iniziale, poi un rapido confronto telefonico, l’ipotesi di fare doppietta, l’obbligo morale di schierarsi, e il responso condiviso: De Sica. Ma col proposito di noleggiare quelli di Boldi. Tutti, insomma. Li abbiamo visti tutti. Anche quando il Natale non c’entrava ormai più nulla. Fino al coronavirus. Fino, in verità, a quando non hanno deciso di smettere loro. 25 anni: nel frattempo, Megan Gale ha avuto il tempo di macinare fino all’ultimo granello di celebrità, dimenticarsi di Boldi e De Sica, forse anche d’essere stata famosa, e tornare in Australia per reinventarsi albergatrice. Sembrerebbe con profitto. A quasi ogni fase della mia vita riesco ad associare una stagione dei cinepanettoni. Le ho attraversate sperimentando tutti i sentimenti critico-estetici possibili: l’abbeveramento ingenuo durante l’infanzia e l’adolescenza, le prime, istintive reazioni snobistiche, il distacco post ironico degli anni in cui mi iscrivevo all’università e alle primarie del Pd, fino alla sintesi conclusiva del ma, alla fine, perché no. Sui cinepanettoni, in sostanza, sono l’autorità massima che c’è in Italia. Ed è per questo che mi sento chiamato a difenderli, anche se in sede postuma.

Non sono certo il primo. C’è già stato chi ha provato a farlo. Ma nel modo peggiore. Perché se ti costringi a inquadrarli in pletorici discorsi sul paese e i tempi e a riconsiderarli come dispositivi ermeneutici più o meno volontari per una sociologia forzatissima, o, peggio, a sparpagliare accademismi, caschi nel trappolone di chi li ha contestati. E perdi per forza. Pensare che fossero un sofisticato grimaldello per de-intellettualizzare il cinema, o che offrissero spunti per una catarsi nel pessimo italiano: tutte mattane, paragonabili a quelle di chi s’indignava, e urlava populismo, e chiedeva trasparenza sui fondi, e s’impauriva per gli adolescenti, che in effetti oggi sono tutti al riparo. Quindi, se mi scappasse detto che la fisicità di Cipollino Boldi incarna «il corpo grottesco descritto da Mikhail Bakhtin» (senza rancore, Alan O’ Leary – Fenomenologia del Cinepanettone, 2013), vi prego di prendere una doppietta e spararmi in faccia. I cinepanettoni erano e sono quello che sembravano: un prodotto commerciale privo di ogni ambizione, imperniato su schemi comici triti e volgari, trame inconsistenti affidate alla gigioneria di De Sica e alle improbabili gag dei caratteristi, e l’ingaggio della soubrette del momento proposta in video dentro ai margini di sessualizzazione strappati al tavolo degli avvocati. Ma chi l’ha detto che ci fosse qualcosa di male.

Lo so io, chi l’ha detto. Perché l’ha detto a me. Più e più volte. In queste faccende, infatti, il vero bersaglio dell’attacco è quasi sempre il pubblico. Aurelio De Laurentiis si appisola sul divano sereno guardando Pimple Popper mentre noi in fila al Vis Pathè veniamo tartassati in sua vece. Nel mondo c’è chi proprio non sopporta che qualcuno possa accontentarsi di Biagio Izzo. Che tra un cornetto malcotto e un cinnamon bun scelga comunque il cornetto. Che d’estate ascolti e riascolti l’ennesimo tormentone, beandosene. Che all’airbnb autentico e con i tappeti sgorati continui a preferire un anonimo tre stelle. Che la bicicletta, se deve ricomprarla, la compri ancora da arrugginire. Che non appiccichi adesivi su niente. Che certe sere opti per il ristorante più comodo, e basta. Che viva, insomma, senza chiedere altro, e soprattutto ignorando di essere deprecato da persone accomunate da un uso smodato del tartan e dal terrore quasi metafisico di apparire ingenui. Un terrore che li induce a un continuo esercizio di sagacia, che purtroppo non sempre possiedono se scadono in roba tipo “ancora i cinepanettoni? Ma non li hanno vietati?”.

Leggere leggono fumetti, studiare studiano podcast, imparare imparano dalle conferenze di Barbero, ma se provi a supporre che il fine primo di qualsiasi prodotto estetico dovrebbe essere il conferimento di una vaga lietezza, pazienza se greve, ti tirano dietro un cortometraggio polacco. Per questa gente, pare che divagare sia peccato. Ridere per ridere, intollerabile. Anche l’umorismo, per loro, è un fattore di collocazione sociale. Un esibizionismo tra i tanti. Ridono per capire, per demistificare, per guardare oltre. Non che gliene importi, poi, di guardare oltre. L’interesse è solo quello di ritenersi partecipi a un rituale da iniziati, secondo il concetto di elevazione intellettuale che hanno appreso da scuole intitolate a partigiani semianalfabeti o da trasmissioni in seconda serata o da genitori frustrati che “ma ti pare possibile questo mondo dove conta il denaro invece che Elsa Morante”. E quando li becchi che ridono, mica stanno ridendo: stanno scarnificando. Se si vedono i denti è tutta roba nervosa. Che poi, la qualità: i comici di cui vanno ghiotti ruotano comunque intorno a escrementi e sconcezze, fanno le stesse vocine di Enzo Salvi, alcuni pure le mossette di De Sica, ma appena azzardi l’accostamento subito “eh, ma qui c’è la narrazione”. Come no, Thomas Mann.

Ora, è vero che ognuno ha le proprie crepe, e che bisogna comprenderle. Però lo è anche che certe crepe a volte vengano siliconate con posizioni intollerabili. Nessuno vi vieta l’illusione di colmare le vostre insipienze partecipando a un ciclo monografico di cinema mitteleuropeo (come vi garba, la mitteleuropa). Ma pretendere che l’ambito d’elezione per le vostre insicurezze sia un bene esclusivo che non ammetta deroghe è ridicolo. Tutta questa rigidezza dimostra che siete sulla difensiva. Che avete paura d’essere smascherati. Perché concedere che esistano persone che campano tranquille chiedendo al cinema niente più che un’ora e mezzo di disimpegno scosciato, ripetitivo, senza pretese, significherebbe ammettere che anche voi potreste fare a meno di Kurosawa. Solo che non lo fate, perché vi serve. Per darvi consistenza.

Sarà per questo che mi viene in mente il padre di una carissima amica. È un professionista di livello, del cinema forse gliene frega il giusto, ma secondo me incarna l’antidoto perfetto contro questa postura. Non sto a dettagliare, e preferisco limitarmi a un episodio che renda il senso dell’analogia: a suo nipote, hanno regalato un orsetto che canta delle ninna nanne. In italiano, e anche in inglese. Ha chiesto che venisse bruciato. Se possibile davanti al pargolo. Perché ha capito tutto. Solo che non ha un podcast dove spiegarlo. No, non ce l’ha: deve lavorare.

Ubaldo Berti è il sesto di tre sorelle. Ha imparato a scrivere a dodici anni e da allora non ha più smesso. Più volte inserito da Time tra le 100 persone più influenti del mondo sotto lo pseudonimo Angela Merkel, ha insegnato Letteratura Italiana ad Harvard per dieci anni, prima che lo scoprissero. Ha scritto «Uno starnuto fortissimo» (Visiogeist Edizioni, 2022).