Sì, lo so che adesso qualcuno mi dirà: «Ma come! Ma i baci di Nuovo Cinema Paradiso!». E certo, così son buoni tutti. Tornatore quel montaggio lì l’ha messo apposta perché fosse usato come obiezione contro di me. Ma non mi avrete, non mi convincerete, io la cosa che sto per dire la dirò comunque, la ripeterò all’infinito: io il cinema all’aperto non lo sopporto.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto perché bisogna aspettare che arrivi il buio che però poi non è mai davvero buio. Io il cinema all’aperto non lo sopporto perché ci si appiccica di autan e di sudore, perché c’è la sedia di plastica rossa che traballa, perché non si sente mai niente. (Sì, lo so, adesso in tanti cinema all’aperto hanno messo gli schermi con le cuffie, e gli ultimi romantici rimasti nelle città svuotate d’agosto sbuffano: «Eh, ma così è come non vedere più il film tutti insieme! Allora tanto vale stare sul divano!». E io invece, tutto sommato, il cinema all’aperto con le cuffie forse forse lo preferisco. Ma resta il fatto che il cinema all’aperto non lo sopporto, e questo rimane il dato incontrovertibile, la cosa che vincerà, sempre.)
Oggi i cinema all’aperto li chiamano arene estive, o forse si sono sempre chiamati così, ma adesso è la dicitura corretta per tutti i cinematografari di professione, che alle cene di primavera sospirano: «[Titolo di film italiano a vostra scelta] ora in sala sta andando maluccio, ma sfrutterà bene le arene estive, si rifarà, vedrete». E io, se fossi il regista di [titolo di film italiano a vostra scelta], non vorrei mai dover sperare in quei luoghi dove bisogna aspettare che arrivi il buio che però poi non è mai davvero buio, e dove ci si appiccica di autan e di sudore, e c’è la sedia di plastica rossa che traballa, e non si sente mai niente. L’arena estiva è l’ultima speranza, o forse il miglio verde, per racimolare ancora qualcosa. Poi c’è Venezia-e-i-film-che-vogliono-uscire-tutti-a-ottobre-e-novembre-e-poi-Natale-e-i-comici-diCapodanno, e finisce il giro, si torna al punto di partenza, si arriva alla prossima estate, ai nuovi cinema però senza paradisi, solo all’aperto, dunque – almeno per me – infernali.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto forse perché sono rimasto traumatizzato da piccolo, e oggi di questi traumi mi potrei vantare, li potrei rivendere. Ne approfitto, lo faccio qui. Io il cinema all’aperto non lo sopporto forse perché adesso, ogni volta che ne parlo, mi sento triggerato (oggigiorno si dice così, giusto?). Ricordo come fosse ieri le due volte che dovetti scappare, dal cinema all’aperto. La prima: quando fa il suo ingresso Malefica della Bella addormentata,non Angelina ma quella disegnata a matita, con le corna nere e gli sbuffi di fumo verde. E io di corsa verso il cancello della scuola (il cinema all’aperto lo facevano nel cortile della scuola, però non la mia: dunque luogo doppiamente minaccioso). La seconda: quando uccidono la mamma dell’orso nell’Orso, appunto, di Jean-Jacques Annaud. Un’altra fuga. Ricordo la fuga, e il buio (a quel punto del film forse era arrivato, anche se non era davvero buio: lo capivo anche da piccolo). Mi racconta oggi mamma di come fui accalappiato – ma non se poi, in seguito al riacciuffamento, mi obbligarono a vedere il resto del film, legato sulla sedia rossa che traballa, la stessa di oggi, tale e quale; credo di sì, una volta non avevano sempre ragione i bambini.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto forse per via dell’America, è sempre colpa dell’America. È colpa dei film con i drive-in dove biondi teenager pomicioni andavano a vedere i film d’estate, dopo il ballo di fine anno, in un ciclo senza fine che ti faceva sembrare tutto incantato, tutto bellissimo. È colpa delle decappottabili e della Cherry Coke, che noi non le avevamo e allora tanto valeva non avere nemmeno i drive-in, perché poi andarci con la Uno e il chinotto non era la stessa cosa. È colpa di quando vai a Los Angeles, ancora adesso, e subito controlli il programma dell’Hollywood Forever Cemetery, ma lì son buoni tutti a farti venire voglia di cinema all’aperto, di fianco alle lapidi di Cecil B. DeMille e Peter Lorre e Judy Garland. È come con i baci di Nuovo Cinema Paradiso, però coi morti, che ti ricattano ancora di più, ti ricattano meglio.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto forse perché l’estate è la stagione più bella di tutte, ed è anche la stagione più bella raccontata al cinema, e dal cinema, e allora sullo schermo bisogna vederla bene, senza zanzare davanti o sagome degli alberi dietro. «Sono una figlia di pirata, mi chiamano la filibustiera. Amo il vento, amo l’onda, fendo il mare come l’albero della nave…». Eccetera eccetera, se volete ve la canto tutta, mi son già messo una bella maglietta a righe per l’occasione. È la canzone di Conte d’été, cioè Racconto d’estate, anche se da noi gli è stato dato a suo tempo – era il 1996 – un titolo scemo, come spesso accade: Un ragazzo, tre ragazze. È il film che Éric Rohmer ha dedicato all’estate nel suo ciclo sulle stagioni (confessione che mi costa fare: forse vince l’Autunno), e però Rohmer è il più grande raccontatore dell’estate che sia mai esistito, al cinema e non. La collezionista coi suoi giochini maliziosi, Il ginocchio di Claire e il gioco che invece è nell’occhio di chi guarda, Pauline alla spiaggia che basta il titolo, Il raggio verde che basta il finale, Reinette e Mirabelle che dovreste mollare tutto e (ri)vederlo adesso, qualsiasi cosa stiate facendo… Ecco, se me li mettete tutti in fila in una retrospettiva estiva allora vengo persino all’aperto, però cominciando dall’ultimo, quello dell’ora blu, che «non è proprio un’ora, è solo un minuto», come spiega Reinette alla sua amica. «Un po’ prima dell’aurora, c’è un minuto di silenzio. Gli uccelli del giorno non sono ancora svegli e gli uccelli notturni sono già a dormire. Ed ecco… scende il silenzio. Se un giorno ci fosse la fine del mondo, sarebbe in quel preciso minuto e sai perché?». E Mirabelle la ascolta come la ascolto io, ogni volta mi sembra che la ascolti più attentamente. «Perché è l’unico momento in cui hai l’impressione che la natura cessi di respirare e questo… questo fa paura»; ecco, quell’ora blu lì, quel minuto preciso che esiste solo lì, solo così presto di mattina, si confonderebbe con il blu-viola dell’istante esatto dell’imbrunire in cui il proiezionista dell’arena estiva – sempre che le arene estive abbiano ancora un proiezionista – decide di far cominciare il film, e allora forse tutto avrebbe un senso, tutto sarebbe giusto, compiuto.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto forse perché amo tutti i film ambientati d’estate, nessuno escluso, incredibilmente pure quelli che non ha girato Rohmer, anche se permettersi di girare un film d’estate dopo che c’è stato lui è un atto davvero da impavidi, o forse da maleducati. Per non andare troppo indietro, ai tempi di quelli delle lapidi dell’Hollywood Forever Cemetery e delle loro estati, dico solo che, quando il cinema racconta l’estate, può diventare bellissima pure un’immaginaria isoletta del New England, se a riprenderla simmetricamente è Wes Anderson e se da un mangiadischi si sente cantare Françoise Hardy. E può diventare meta ideale di villeggiatura persino un paesetto della Bassa padana, tra bronzi ripescati dal lago, pesche sporcaccione e amori che non si possono dire, o forse sì. Solo che adesso da lì sono scappati tutti, sono rimasti solo i gadget, le cartoline e le biciclette appoggiate ai portici a favore di tiktoker sudcoreane, e sono rimaste, passate di bocca in bocca, le gesta di “Timmy” (per gli amici), che quando non era ancora nessuno aveva avuto i suoi amorazzi estivi con le ragazze del luogo, amori che oggi invece si possono dire, quelli sì, e che sono diventati leggenda locale più dei tortelli che, solo qui, sono un po’ dolci, come i baci.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto forse perché, come dicevo prima, oggi è diventato terreno di scontro anche politico, O.K. Corral del nostro (presunto, scalcagnatissimo) box office, di sconti, “Revolution” e altre nobili, giustissime cause. Ma – nonostante i supereroi da fumetto che hanno provato a farci sentire un po’ ammerigani (ma sempre senza drive-in e senza Cherry Coke), nonostante quei pochi intrepidi che decidono di uscire in piena calura (o sono costretti a farlo) – temo resterà una fortezza nel deserto dei Tartari, a cui non arriverà mai nessuno per davvero – il caldo dopotutto è lo stesso, con la differenza che almeno noi, rispetto a quei poveri soldatini, abbiamo l’autan.
Io il cinema all’aperto non lo sopporto ma forse, a furia di scriverne adesso, mi è venuta voglia di andarci, e allora forse quest’anno mi troverete lì, nell’ora blu però all’incontrario, quella appena prima del buio che però poi non è mai davvero buio, a dare due soldi a [titolo di film italiano a vostra scelta] che non ne ha fatti perché già in primavera le sale si svuotano, e magari poi a correre via quando arriva un orso o una strega, a far volare la sedia rossa e fuggire fino al cancello, e forse, per la prima volta, sarà finalmente bellissimo.