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Alla ricerca del tempio perduto

La prima visita ad Angkor, l’antica capitale dell’impero khmer, risale al 2003, quando stava iniziando la guerra in Iraq. Il ritorno adesso, nel giorno in cui è iniziato il conflitto in Iran. Un pellegrinaggio geopolitico e culturale nel sudest asiatico, tra le illusioni della storia, l’albergo mitico ormai chiuso e i ricordi scritti degli esploratori. Qui si osserva, quasi allucinati, la deriva dei continenti

A pochi chilometri da Luang Prabang, in Laos, sulle rive del Nam Kham, un fiumiciattolo che sbocca nel Mekong, in una radura tra la vegetazione c’è una semplice tomba di pietra bianca. È l’ultima dimora di Henry Mouhot, l’esploratore e naturalista francese noto come lo “scopritore” di Angkor, l’antica capitale dell’impero khmer, che fu sepolto qui solo un anno dopo la sua scoperta, a 35 anni.

Da quella tomba, seguendo il corso del Mekong ormai segnato dai ponti su cui passano le strade e la ferrovia che collegano il sudest asiatico allo Yunnan, lungo una delle direttrici della Belt and Road Initiative, si raggiunge Angkor. È un percorso, quasi un pellegrinaggio geopolitico e culturale, che si rivela perfetto per riflettere sull’impermanenza, le illusioni della vita e della storia, tanto più in un momento in cui la storia appare essa stessa un’illusione. È per questo che sono tornato ad Angkor: una recherche per ritrovarla quando ormai sembrava “perduta” davvero, soffocata da un parossismo turistico. Ma poi la paura ha fatto fuggire i turisti: quella del Covid, dei rischi connessi alle centrali della truffa in Cambogia, della guerra fra Thailandia e Cambogia. Secondo Edoardo Siani, antropologo, professore a Ca’ Foscari, esperto di esoterismi, questi turisti potrebbero essere paragonati a fantasmi che allontanano le divinità disgustate. Ora «Angkor torna ad avere una sua sacralità, gli dèi se ne riappropriano», mi ha detto Edoardo.

Il fatto poi che mi sia trovato a visitare Angkor il giorno in cui è iniziata la guerra con l’Iran ha trasformato una recherche in una metafora, una specie di entanglement esistenziale. Tanto più che la mia prima visita ad Angkor risale al 2003, alla fine di marzo, quando iniziò l’Operation Iraqi Freedom e una guerra che sarebbe terminata il 18 dicembre 2011, col passaggio definitivo di tutti i poteri alle autorità irachene.

Capitale di una delle più antiche popolazioni del sudest asiatico, fu edificata tra l’800 e il 1300 nel nordovest della Cambogia, nel cuore dell’Indocina, a quindici chilometri dalla riva settentrionale del Tonle Sap, il Grande Lago, collegato dal suo lungo braccio fluviale al corso del Mekong. Come ribadito da recenti ricerche, nel XIII secolo era tra le più grandi città del mondo, con una popolazione stimata tra i 700 mila e i 900 mila abitanti. Esteso per quasi duecento chilometri quadrati, il sito angkoriano è un labirinto culturale disseminato da oltre cento templi, palazzi, torri, fossati e canali, edificato come una replica del mondo degli dèi secondo la cosmologia brahmanica e decorato e popolato da un pantheon sterminato di statue, migliaia di metri di muri coperti da fitti bassorilievi. Era impossibile che tutto ciò sparisse nel nulla per quattrocento anni: in quel luogo la vita e la storia proseguirono ben oltre la fine dell’impero khmer, e tutti i siti furono visitati da numerosi occidentali fin dal XVI secolo. «Ci si dimentica che era una città», mi disse Claude Jacques, studioso dell’Ecole Française d’Extrême Orient, uno dei massimi esperti d’arte khmer, storico ed epigrafista.

Mouhot, dunque, non ha scoperto Angkor, la città era nota. Lui “inciampò” nelle rovine dell’antica capitale khmer quasi per caso, durante una delle sue spedizioni verso il Laos. Nel brevissimo tempo che la malaria gli concesse prima di ucciderlo, Mouhot l’ha resa un mito, un sogno, un’immagine, una scenografia, uno stereotipo del mistero esotico. Come ha enfaticamente scritto la saggista americana Phyllis Rose: «Angkor materializza il senso della ricerca proustiana, di un amore che cresce quanto meno posseduto, quanto più immaginato. Ed è difficile concepire una città più immaginata d’Angkor, capitale dell’impero khmer: la madre di tutte le città perdute. Immaginate Manhattan, tra migliaia d’anni, deserta da secoli, coperta da una vegetazione primordiale, i grattacieli semisommersi dalle acque. Ecco, solo Angkor può essere paragonabile a quella scena».

«Su Angkor sono state dette infinite coglionerie. C’è troppo spazio per l’immaginazione qui», mi disse Jacques, studioso che non si è mai lasciato confondere dalle suggestioni che gravano su questo patrimonio culturale dell’umanità. «Questo è un posto che richiede riflessione. Devi leggere, osservare, passarci del tempo». Ricordo il nostro incontro in una tranquilla serata nel giardino dell’Auberge des temples di Siem Reap, la città alle porte di Angkor, e mi appare come uno di quei momenti che vivi con piena consapevolezza e che in seguito puoi solo rimpiangere: Jacques è morto nel 2018 e l’albergo, dove sarei voluto tornare, è stato chiuso.

Dopo le mie prime visite ad Angkor, avevo evitato di tornarci per non subire lo choc culturale di un luogo dove si poteva essere colpiti da una specie di “sindrome di Mouhot”, ma al contrario. Per comprendere la violenza di tale emozione bisognerebbe aver visto questi luoghi nel loro stato naturale, come li vide Mouhot e come continuarono a esistere per oltre un secolo dalla sua morte. Mi accadde, per esempio, nel tempio di Trapean Noem, a Beng Mealea, una quarantina di chilometri da Angkor. Quando fu possibile visitarlo, dopo che da quella zona si erano ritirati gli ultimi khmer rossi, era ancora invaso dalla vegetazione, con cumuli di pietre, colonne e sculture sparsi ovunque. Il tutto non per “illuminata scelta” degli archeologi, com’è accaduto in alcuni templi di Angkor, ma per le caotiche leggi della natura e della storia nonché per le mine di cui era stata disseminata. Fu là, tra statue delle apsara, le danzatrici celesti, mani, piedi e acconciature come arabeschi attorno al corpo nudo, e delle devata, le dee protettrici che levitano su un fiore di loto, che compresi anche la tentazione che possono esercitare. Compresi perché André Malraux fosse stato indotto al furto di due statue di devata, da Banteay Srei. Quelle divinità mi avevano tanto stregato da non farmi vedere il cartello che segnalava la presenza di mine disseminate tra le rovine. A ripensarci credo di essermi comportato come il turista descritto dallo storico Maurice Glaze nel 1942: «È guidato da un antiquato individualismo e per lui conta solo il romanticismo alimentato da effetti spettacolari, come un tratto di muro che si sgretola avvinto nell’abbraccio appassionato degli alberi voraci».

Anche quel “pericolo mine” mi apparve come un segno del destino, un modo di sintonizzarmi col “cuore di tenebra” cambogiano che allora esercitava tutto il suo richiamo. Le mine sono tumori maligni diffusi nel sudest asiatico, l’arma occulta di tutte le guerre combattute negli ultimi cinquant’anni, dalla Birmania al Vietnam, utilizzata da governi militari e forze rivoluzionarie. Una piaga che amplifica le miserie delle popolazioni civili e che continua a mietere vittime per un’inadeguata bonifica una volta concluso il conflitto, quasi fossero pronte per il successivo. È una maledizione che perdura ancora oggi, nei territori birmani come al confine fra Thailandia e Cambogia, fra i templi e le rovine contese dai due paesi. Qui le vittime delle mine sono state l’ultimo pretesto per l’ennesima guerra fra thailandesi e cambogiani. Scoppiata nel luglio 2025, la crisi non si è ancora conclusa nonostante il ridicolo tentativo del presidente Trump e quello più serio compiuto dal governo cinese che ha portato alla dichiarazione del cessate il fuoco nel dicembre scorso. Sul terreno sono rimaste poche decine di morti e feriti, ma vi si sono sparsi più di un milione di profughi, soprattutto cambogiani che hanno perduto il lavoro nelle sweat factory, le fabbriche del sudore disseminate lungo il confine thailandese.

La guerra thai-cambogiana è stato l’ultimo, anzi il penultimo, evento che ha riportato indietro l’orologio dello sviluppo cambogiano. Quell’orologio si era fermato 51 anni fa, il 17 aprile 1975, il giorno in cui i khmer rossi conquistarono Phnom Penh, che fu proclamato l’“anno zero” e furono abolite le misurazioni convenzionali del tempo quali gli orologi in quanto simboli della modernità e della cultura occidentale. Orologio che riprese a scorrere il 7 gennaio 1979 quando i vietnamiti rovesciarono il regime di Pol Pot. In quegli anni i khmer rossi vi materializzarono un inferno in cui morirono quasi tre milioni di persone, uccise nei campi di sterminio, per fame, violenze, torture. Anche questo è stato impropriamente definito un genocidio, mentre fu il tentativo di realizzare il delirio di Pol Pot che voleva trasformare la Cambogia nel santuario di un comunismo purificato da ogni contaminazione, quasi sacralizzato, ricondotto allo stato di natura. Non è per caso che molti intellettuali à la Noam Chomsky cercarono di minimizzare o negare i crimini dell’Angkar, il Partito comunista della Kampuchea.

Per ironia della sorte, negli ultimi tempi la memoria dei campi di sterminio è diventata la giustificazione del regime del Cambodian People’s Party, al potere da oltre quarant’anni e personificato da Hun Sen e suo figlio Hun Manet che gli è succeduto nella carica di primo ministro, complice la distruzione da parte dei khmer rossi di un’intera generazione di intellettuali e professionisti. La Cambogia è divenuta la dimostrazione di come la storia possa essere manipolata. In compenso, però, la Cambogia sembrava progressivamente risollevarsi dall’abisso di distruzione e miseria in cui era precipitata. Negli ultimi vent’anni prima del Covid il pil è cresciuto mediamente del 7 per cento annuo, le città come Phnom Penh o Siem Reap (la porta di Angkor) sono fisicamente irriconoscibili, si è dissolto anche il fetore che le pervadeva.

È una storia, questa, che in gran parte mi aveva narrato la mia prima guida ad Angkor, Claudio Bussolino, un uomo che aveva scelto di vivere prima in Vietnam e poi in Cambogia calandosi anima e corpo nella vita e nella cultura locale. «L’occidente riesce a comprendere ben poco di quanto accade qui», continuava a ripetere.

«Gli manca la prospettiva, continua a giudicare tutto secondo la propria bilancia morale». Ormai Claudio è uno dei tanti fantasmi che popolano i miei ricordi e questa storia, e spesso mi chiedo se dal suo mondo di spiriti in cui sembrava credere nonostante un professato ateismo non stia sghignazzando di fronte alla crisi di quel turismo che disprezzava.

Il primo colpo è stato inferto dal Covid, che qui è ormai divenuto uno spartiacque epocale, quasi mitico – «prima e dopo il covid», dicono. Poi la piaga dei centri scam, che hanno messo in evidenza la Cambogia come centrale del crimine transnazionale, il centro di una delle più gravi minacce alla comunità globale: l’industria delle cybertruffe, infatti ha raggiunto la cifra colossale di 64 miliardi di dollari l’anno, di cui 12,5 sono prodotti in Cambogia, oltre la metà del prodotto interno lordo. La drôle de guerre sul confine fra Thailandia e Cambogia è stato il colpo di grazia, tanto più dopo le notizie di bombardamenti thailandesi a soli 70 chilometri da Angkor.

Tutte queste calamità, tali sono nell’immaginario collettivo del sudest asiatico, hanno alimentato le paure di oscuri pericoli che la nuova classe di turisti cinesi vede celati appena oltre i confini del Regno di Mezzo. E così l’affluenza di visitatori nei templi di Angkor è calata di oltre il 20 per cento da quando è iniziato il conflitto di confine, mentre la cifra di visitatori è passata da oltre 2 milioni prima del Covid a meno della metà.

Il simbolo di questa caduta è l’aeroporto di Siem Reap, aperto nell’ottobre 2023, e concepito per gestire oltre 7 milioni di passeggeri l’anno. È un aeroporto-cattedrale che sembra la plastica rappresentazione dei non-luoghi teorizzati da Marc Augé: uno spazio indipendente da una localizzazione precisa e da un radicamento nella storia e nella memoria. Ed è con un certo sgomento che mi rendo conto che la stessa Angkor, come molti altri siti in tutto il mondo, stava diventando un non luogo, là dove si viene alla ricerca di uno sfondo, per collocare sé stessi in posa di fronte a un monumento quale che sia, semplicemente per affermare la propria presenza sui social.

Ora Angkor torna a essere l’esempio, il paradigma delle “rovine” delineate da Marc Augé in Rovine e macerie: «La vista delle rovine ci fa fugacemente intuire l’esistenza di un tempo che non è quello di cui parlano i manuali di storia o che i restauri cercano di richiamare in vita. È un tempo puro, non databile, assente da questo nostro mondo di immagini, di simulacri e di ricostruzioni, da questo nostro mondo violento le cui macerie non hanno più tempo di diventare rovine». Rahu, il dio-demone che appare in moltissimi bassorilievi, non è più una maschera da accostare al proprio volto, lo rivediamo nella sua incarnazione di Kala, il tempo.

Il viaggio iniziato come una recherche si sta rivelando un vagabondaggio in una nuova deriva dei continenti. Qualche tempo dopo il mio viaggio ad Angkor mi ritrovo su un’isola a poche miglia dall’imbocco dello Stretto di Malacca. Quel braccio di mare di 805 chilometri dalla larghezza minima di 55, che corre da nordovest a sudest tra la penisola malese e l’isola indonesiana di Sumatra, collega il mar delle Andamane nell’Oceano Indiano al mar della Cina meridionale nell’Oceano Pacifico e quindi l’Asia orientale all’Asia del sud, medio oriente ed Europa. Vi transitano annualmente circa un quarto dei commerci mondiali e un terzo del petrolio e del gas liquido. È il choke-point, il collo di bottiglia, più trafficato al mondo (sì, più di Hormuz) anche se il suo blocco potrebbe essere bypassato con una minima deviazione dalla rotta stabilita. Il problema è che, se si creasse un altro blocco tra le isole dell’arcipelago indonesiano, allora la deviazione diventerebbe oceanica. Il rischio maggiore è per la Cina: dallo Stretto passa annualmente l’80 per cento delle sue esportazioni marittime. Per definire questa situazione di vulnerabilità, nel novembre del 2003 l’allora presidente cinese Hu Jintao ha coniato il termine di “Malacca dilemma” ed è da allora che Pechino sta cercando di risolvere il dilemma. È per questo che è stata messa in cantiere una flotta che per numero ha già superato quella statunitense e che con le nuove portaerei e i nuovi sottomarini in un futuro non troppo lontano (entro il 2035 secondo molti analisti) potrebbe mettere a rischio la supremazia marittima americana. La soluzione del Malacca Dilemma, tuttavia, si trova a terra, ossia nei nuovi collegamenti terrestri alternativi, corridoi integrati alla Belt and Road Initiative (Bri), che dalla provincia dello Yunnan raggiungono il Golfo del Bengala attraverso la Birmania e la Cambogia. Ed è proprio là, nella base navale di Ream, rinnovata e ammodernata grazie al contributo cinese, che il Dilemma si sta riproponendo. La presunta neutralità̀ della Cina sulla disputa di confine con la Thailandia ha disturbato il governo di Phnom Penh che ha prontamente reagito riavvicinandosi all’America. E il 24 gennaio la nave da guerra americana Cincinnati, con a bordo l’ammiraglio Samuel Paparo, a capo dello United States Indo-Pacific Command, ha attraccato nella base di Ream.

«Stiamo per entrare in acque malesiane, ma se proseguiamo verso sud arriviamo a Sumatra», dice Sam, il proprietario della kolao, la barca tradizionale del sud della Thailandia. Scherza, ma per lui non sarebbe un problema, per lui non esiste la convenzione dell’Onu sulla legge del mare (del resto, nemmeno gli Stati Uniti l’hanno ratificata). Sam è un Chao Lay, un uomo del “popolo del mare”. I Chao Lay sono un gruppo di nomadi di una famiglia austronesiana che da oltre mille anni naviga dal sud delle Filippine al Borneo, da Sumatra sino al mar delle Andamane e all’arcipelago delle Mergui in Birmania. I Chao Lay sono testimoni viventi delle teorie secondo cui la storia delle società va ricercata nei fenomeni migratori.

Massimo Morello (Ancona, 1949), giornalista freelance. Dal 2006 vive a Bangkok dove si occupa principalmente di sud-est asiatico. Il suo ultimo libro è «Burma Blue» (Rosenberg & Sellier, 2021).