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Antologia della scomparsa del gusto

Il gusto governa ogni libera risposta umana, scriveva Susan Sontag, ma oggi non distinguiamo un’ereditiera dal proletariato ambizioso: i codici estetici sono identici, e non avrai altre unghie all’infuori di quelle a punta. Un manuale di omologazione a mezzo instagram in cui a furia di assorbire Temptation Island siamo diventati New Martina. Woody Allen aveva previsto tutto

Interiors uscì che ero in prima elementare, ricordo d’averlo visto in vhs ma non ricordo esattamente quanti anni dopo, forse alle medie, quando scoprii Woody Allen e passavo le sere a guardare incantata i suoi film di pochi anni prima. Pearl era – lo dice una delle figlie disgustate quando il padre si mette con quella donna rumorosa e che, santo cielo, si veste con dei colori – «a vulgarian», che non ricordo come venisse reso nel doppiaggio e non saprei come tradurre efficacemente: una villana? Una barbara? Una zotica?

Pearl la riconoscevo, Pearl ce l’avevo in casa, e quindi – giacché ci si forma più per contrasto che per emulazione – veneravo Eve, la prima moglie. Che sì, si ammazzava, ma era un dettaglio marginale. Vuoi mettere il suo chignon composto, la sua tristezza ricattatoria, i suoi noncolori (l’etichetta Giorgio Armani esisteva da meno di tre anni, ma a me piace pensare che il colorarmani l’abbiano inventato il costumista di Interiors, mettendo un noncolore addosso a Eve, e il regista e sceneggiatore, facendole dire che quello era «grigio ghiaccio»).

Col senno di poi, giacché la me bambina mica aveva mai sentito parlare del Grande Gatsby, direi che c’era, nell’arredo d’interni di quel film che la critica stroncava come un tentativo di Allen d’elevarsi a Ingmar Bergman, nel grigio ghiaccio, nell’azzurro polvere, in quella casa con più luce che mobili, quel che Jay Gatsby sentiva quando parlava Daisy Buchanan: una voce piena di soldi. Di quelli antichi: la vulgarian era un’arricchita, si capiva dai colori chiassosi; Eve era certamente ben nata, nessuna che non sia ben nata può essere così silenziosamente tragica. Il gusto funziona da orientamento sociale: Pierre Bourdieu non aveva ancora pubblicato La distinzione, e a noialtre il concetto fondamentale l’aveva già inculcato un vhs di Woody Allen.

Otto anni dopo, Cher andò agli Oscar con delle piume in testa e un vestito di quelli che qualcuno avrebbe dovuto dirle «Tu conciata così con me non esci». Andava bene, perché era Cher ed erano gli Oscar, ma io questo non lo sapevo. Io non sapevo niente, perché avevo una madre che alla comunione del nipote – che non aveva genitori smaniosi di dimostrare appartenenze sociali e quindi la comunione la faceva coi calzini da tennis – si presentava conciata come Joan Collins quando arriva in tribunale nella sua prima puntata di Dynasty, falda larga compresa. Non sapevo che la differenza non la faceva l’essere vestite troppo chiassose, ma il contesto. Non sapevo niente perché sarà pur vero – lo diceva sempre Bourdieu? O chi altro? Benedetto Croce? Valeria Marini? André Bazin? – che il gusto si sviluppa soprattutto guardando film brutti, e io non mi facevo mancare nessun Adrian Lyne in prima visione, trovandoli persino più appassionanti dei Fassbinder che andavo a vedere in cineteca; ma, appunto: mica arriva subito, il gusto. Si sviluppa nel futuro assai anteriore.

Per ora ero in terza media e vivevo in una casa piena di paccottiglia costosa, indistinguibile da quella a buon mercato come i Lyne dai Fassbinder. Se tornavo dalla gita scolastica con una statuina di quelle che cambiano colore a seconda del meteo, nessuno la buttava via, nessuno si poneva il dubbio che non c’entrasse col resto, perché niente c’entrava col resto: i tavoli di cristallo erano sorretti da elefanti di porcellana, i divani bianchi da casa al mare stavano sopra tappeti persiani sul parquet di città, i quadri contemporanei avevano cornici barocche, i Guido Reni si riflettevano in specchi di Murano, neanche un angolo era libero da argenteria – e questa è solo una stanza. Quella casa con più mobili che luce era un varco spaziotemporale: eravamo già in questo secolo, quello della sparizione del gusto.

Per parlare della sparizione del gusto, occorrerebbe definire il gusto, e gente più qualificata di me non è riuscita a farlo. In Kitsch, uscito in Francia nel 1971, Jacques Sternberg scrive: «Le parole cambiano, il loro significato si slabbra, scivolano in un flusso di assunti metafisici. “Kitsch” applicato all’arte, alle persone o agli oggetti non ha più un significato nitido». Figuriamoci oggi.

In Kitsch – Antologia del cattivo gusto, uscito in Italia nel 1972, Gillo Dorfles la mette così: «Se non esistono inoppugnabili norme che ci permettano di decidere, una tantum, e una volta per tutte, cosa sia o non sia lo “standard of taste”, esistono tuttavia quelle “oscillazioni del gusto” […] che ci insegnano come, a seconda delle epoche, delle situazioni storiche, mutino i gusti e muti la valutazione delle opere d’arte». (Cinquantadue anni di rovine benedettocrociane più tardi, quant’è kitsch quell’«una tantum»).

Infine ma in realtà prima di loro, e per aumentare il coefficiente d’indefinibilità, Susan Sontag. Che nell’America del 1964, in Notes on camp, dice che «La sensibilità di un’era non è solo il suo aspetto più decisivo ma anche quello più deperibile». Dice anche che l’idea che il gusto sia «il regno di preferenze puramente soggettive» è quantomeno ingenua: «Fare la paternale alla facoltà del gusto è fare la paternale a sé stessi. Poiché il gusto governa ogni risposta umana che sia libera e non automatizzata. Nulla è più decisivo. C’è gusto nelle persone, gusto visivo, gusto nelle emozioni; e c’è gusto nelle azioni, gusto nella moralità. Persino l’intelligenza è in realtà un genere di gusto: gusto per le idee». Messa così, pare l’acqua dei pesci di Foster Wallace, o il patriarcato, o quel vecchio spot della Vodafone: il gusto è tutt’attorno a noi, e neppure lo sappiamo. E io che sono convinta sia sparito, un cascame del Novecento, un insieme di criteri che hanno smesso d’esistere.

Elisabetta Franchi è una stilista di Bologna. Ha cominciato vendendo stracci, è una di quelle che hanno preso l’ascensore sociale: più Jay Gatsby che Daisy Buchanan, niente soldi antichi. Ha una figlia adolescente. Madonna Ciccone è una cantante del Michigan. Anche lei è una che ha fatto di sé ciò che voleva, economicamente e non solo. La sua primogenita è nata ricca, da una madre che era la più famosa del mondo da un bel pezzo: ha ventotto anni. Martin Scorsese è un regista di New York. La più giovane delle sue figlie ha venticinque anni: è nata dopo Casinò ma prima di Gangs of New York. Ginevra Franchi e Lourdes Ciccone e Francesca Scorsese sono tre ragazze ricche. Non sono però cresciute negli stessi ambienti: Elisabetta Franchi non credo abbia una passione per il restauro cinematografico o una conoscenza enciclopedica della cultura del Novecento come Martin Scorsese, né è stata fidanzata con Jean-Michel Basquiat o con Warren Beatty come Madonna. Ginevra Franchi non è cresciuta in mezzo al capitale culturale quanto le altre due, eppure le tre sono identiche nello stile, e non solo tra loro. Hanno, per esempio, le stesse unghie di New Martina, che è quella ragazza di Napoli che è diventata una celebrità mettendo su TikTok i video in cui avvolge la plastica protettiva attorno ai cellulari.

Le loro unghie, che ho raccolto in apposita cartella di istantanee dello schermo (detta così sembro una serial killer, lo so), sono quel che mi ha convinta a ragionare sulla fine del gusto. La motivazione che dava Sontag alle sue riflessioni sul camp era che ne era «fortemente attratta, e quasi altrettanto fortemente offesa». Per quanto mi raccapricci la sparizione di criteri estetici che distinguano chi ha capitale culturale da chi non ne ha, sono incantata da questo mistero che distingue l’epoca attuale da quella in cui abbiamo vissuto non molto tempo fa. È come se, in Interiors, Eve si fosse vestita come Pearl: i vestiti sono un linguaggio, nel secolo scorso lo sapevamo e i registi non avrebbero mai fatto un errore così grossolano. In Cercasi Susan disperatamente (1985), la Rosanna Arquette massaia benestante che compra il giubbotto della sciamannata interpretata da Madonna si sta chiaramente travestendo, è un costume di carnevale, mica ha le stesse cose di Madonna nel suo armadio abituale. Va bene che è passato un secolo, ma che fine ha fatto il capitale sociale che creava le fratture di classe appunto a mezzo gusto? Hanno tolto Bourdieu dai programmi del Dams e da lì è andato tutto a catafascio? Quand’è successo che il proletariato ambizioso e le ereditiere hanno cominciato ad avere gli stessi codici estetici? E, se non significano più nulla, sono ancora codici?

Forse c’entra il Grande Indifferenziato. Il crollo del sistema, vale per il senso estetico come per mille altre cose dalla sanità pubblica in su e in giù. Diceva Bourdieu che ogni segmento sociale ha i suoi artisti, i suoi filosofi, giornali, critici, parrucchieri, arredatori, sarti. Adesso no. Adesso è tutto ceto medio arricchito vestito con gli stessi loghi ed equipaggiato delle stesse unghie a punta, ceto mediamente esibizionista che va dai parrucchieri famosi su Instagram e paga coi tag, ceto medio complessato che legge gli stessi psicanalisti che ti facciano sentire istruita senza sforzarti, ceto mediamente plutocrate ma con soldi troppo recenti per non esser terrorizzato di sbagliare mobili e che quindi usa arredatori che fanno tutte case che sembrano sale d’attesa aeroportuali della Emirates, o boutique hotel. Un po’ di tempo fa Gwyneth Paltrow – la Daisy Buchanan che ci possiamo permettere, una delle poche hollywoodiane che riescano a sembrare di buona famiglia – ha instagrammato delle foto d’un appartamento di New York che magnificava come bellissimo, e io spero che prendesse una percentuale sulla vendita, che non le sembrasse davvero bello quell’appartamento arredato come la hall di un albergo costoso ma nuovo, costoso ma piccino, quel posto di tappeti pelosi e lampade di design e sedie che lo fanno strano. Oppure sì, perché se il gusto è finito per tutti non vedo perché non dovrebbe essere relitto d’un secolo estinto anche per Gwyneth, che ripensandoci prese l’Oscar vestita d’un rosa confetto da ballo di fine anno scolastico che forse era in effetti già avanguardia della fine del gusto. «Il camp asserisce che il buon gusto non è semplicemente buon gusto; che esiste, invero, un buon gusto del cattivo gusto […] La scoperta del buon gusto del cattivo gusto può essere molto liberatoria» (è sempre Susan Sontag, che scriveva sessant’anni fa, moriva vent’anni fa, e aveva evidentemente una sfera di cristallo, per vedere il futuro, di quelle con la neve che cade; quelle che nel mio salotto di bambina – gozzanesco ma ben più velleitario di quello di nonna Speranza – neanche si sarebbero notate, tra un ninnolo d’argento ottocentesco che era stato comprato come oggetto da collezione e una radio Brionvega il cui imminente status di oggetto da collezione eravamo troppo zotici arricchiti per preconizzare).

In uno spettacolo teatrale d’un paio d’anni fa, Chris Rock raccontava che il padre era un nero povero nell’America segregata: andava a comprare le scarpe con la fettuccia con cui si era misurato i piedi a casa, perché i neri nei negozi non potevano provarsi le cose. Poi arriva lui, prende l’ascensore sociale, e adesso le sue figlie, se le porti su un aereo privato, si lamentano se non è l’ultimo modello: «Ho due figlie miliardarie e molto scure, e neanche sono campionesse di tennis». Lola Rock ha ventidue anni, ha studiato giornalismo a Parigi, è quel che ora si chiama una foodie (una cui piace mangiare, ma dandosi un tono e restando magra), e l’anno scorso sua madre ha raccontato che a due anni, a Montmartre, aveva ordinato le lumache. E, ne sono certa, senza esclamare

«stronze lumachine» perché non riusciva a usare le posate o come diavolo si chiamano quegli attrezzi con cui mangiarle. Lola Rock vuole fare la critica gastronomica, e quindi dopo la laurea è andata a lavorare in un ristorante. Penso alla prima volta che andai a mangiare il sushi, mi ci portò un uomo che mi piaceva, dissi che non sapevo usare le bacchette e lui alzò un sopracciglio: se vuoi chiediamo una forchetta, ma è molto cheap. Complessata come una Pearl che cerca invano di travestirsi da Eve, imparai istantaneamente a usarle: un minuto dopo sapevo prenderci anche un solo chicco di riso. Il capitale culturale forse serve quando non hai più bisogno di quello sociale: vai al giapponese, e chiedi una forchetta ben consapevole di chi è in vantaggio tra te e il cameriere; oppure, tuo padre si era faticosamente emancipato dai mestieri umili di tuo nonno, e tu sei senz’alcuno sforzo talmente ben nata che puoi andare a lavorare nelle cucine.

La madre di Lola si fotografa nella sua casa di Martha’s Vineyard arredata come una sala d’attesa di prima classe dell’aeroporto di Dubai, ma probabilmente anche Carolyn Bessette o Marella Agnelli oggi vivrebbero in case arredate così. Non riesco a immaginarmele con le unghie a punta, decorate in modi che ricordano i disegni di sabbia dei monaci zen, ma è un paragone insensato: il mondo è cambiato da quando i paparazzi che t’inseguivano ovunque producevano di te meno immagini di quante ne esistano della ragazza che impacchetta i cellulari e si fa i video da sola. Nessuna Jackie Kennedy sarebbe potuta rimanere elegante nell’epoca della telecamera sul telefono, per quel comma 22 che è: ci sono eccome quelle che non s’instagrammano la vita, ma non esistendo più i paparazzi come sistema industriale ne ignoriamo l’esistenza, e se non ti vediamo non puoi certo diventare un modello estetico.

Ma non è solo la tamaraggine (o l’assenza di camp, che per Sontag era stile, cioè capitale culturale: «La vita non ha stile, né ne ha la natura»). È anche quel che si chiamerebbe trash se in Italia non avessimo slabbrato la parola: l’essere sempre e solo derivative. Non è che la Madonna Ciccone di quarant’anni fa fosse la reginetta del buongusto, con quei mezzi guanti di pizzo e quei braccialetti di caucciù, ma era una che s’inventava delle cose, un’estetica, un personaggio. Queste invece paiono aver ricevuto un manuale di omologazione alla nascita: non avrai altre unghie all’infuori di quelle a punta, non avrai ombelichi che siano coperti, non avrai una giornata senza instagrammare una borsa di marca, giacché sono finiti i tempi in cui l’abbigliamento per ricchi non era così riconoscibile da avere praticamente il cartellino del prezzo. L’anno scorso, a una qualche premiazione cinematografica, una di quelle derelitte che chiedono alla gente famosa «chi ti veste?» ha fatto la sua domanda standard a Hugh Grant, e quello ha risposto con uno stupore che sembrava autentico «il mio sarto»: chissà se è un grande attore, o se non fingeva ed è l’ultimo gentiluomo novecentesco che ha un sarto invece d’avere uno stylist.

In cosa differisce il catalogo degli oggetti camp che compila la Sontag da quello degli elementi kitsch di Dorfles? Nell’intenzione.
«Percepire il camp negli oggetti e nelle persone significa capire l’esistenza come recita d’un ruolo. È la più ampia estensione, in quanto a sensibilità, della metafora della vita come teatro». Quindi se ti fai le unghie a punta non sei una periferica del Grande Fratello, sei una che gioca a travestirsi da periferica del Grande Fratello pur essendo un’ereditiera. Ma, se ti travesti tutti i giorni, è ancora un travestimento o vale quel Tabucchi della mia adolescenza, «La vita è così brava a sclerotizzare le cose, e gli atteggiamenti diventano le scelte»? Certo, se sei Lagerfeld che mette le modelle vestite da sera al supermercato non sei l’arrampicatrice sociale di provincia che risulta overdressed al rinfresco della prima comunione del nipote. Ma noi abbiamo studiato abbastanza la moda e il costume da percepirci Karl Lagerfeld? O il nostro «è bello perché fa schifo» è invece figlio dell’aver visto troppo Temptation Island atteggiandoci a Pasolini in sessantaquattresimo e in realtà assorbendone l’estetica?

Kitsch sono sempre gli altri. In Dall’Ellade a Bisanzio, Arbasino parla di «insistente arguzia di un teomorfismo camp forse alienante». Giuseppe Pontiggia, in una scheda di valutazione che Mondadori gli fece compilare a proposito degli Scritti di viaggio di Anna Maria Ortese, loda il fatto che non abbia «certa petulanza di Arbasino, quando ostenta di sentirsi a proprio agio dappertutto». Dal declino del gusto ci salverà dunque solo il sentirci sempre un po’ fuori posto? O, a sentirsi fuori posto, si finisce come Joey, una delle figlie di Interiors, che non riesce ad avere né lo stile della madre né la vitalità della matrigna? «Povera Joey, tutte le ansie e le angosce delle personalità artistiche, senza averne il talento». Era il 1978 e, mentre la critica riusciva solo a vedere Bergman, Allen stava indicando un futuro fatto di noialtri disperati che diventiamo celebri agitando le unghie a punta davanti alla telecamera, scrivendo libri con le frasette instagrammabili, specchiandoci in un’estetica indifferenziata in cui tutto è copia di mille riassunti, giacché nessuno ha abbastanza personalità da scontrarsi con la sua epoca.

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).