Lui: «Due anime». Lei: «Bruciano». Lui: «Due anime». Lei: «Una sola fiamma». C’è questo video che gira su Instagram, datato 18 aprile 2025. Due cantanti, un uomo e una donna, lui è Marian Pyrih, frontman dei “Pyrih i Batih”, lei Elyzabeta Mazur, in arte Ptaha Betty. Una jam session, lui alla chitarra acustica, lei con un rainstick fatto in casa, bastoncino e campanella. Duettano di fronte a un pubblico appassionato, in un locale underground tipo Jazzkeller Club, un bel posto, potrebbe essere a Londra o Milano o Francoforte. Prima hanno eseguito il brano Chuiu, chuiu, che dall’ucraino si traduce “sento, sento”, e che prosegue con: «Mi avvolge il rimpianto…», poesia del 1928 del futurista Oleksa Vlyzko messa in musica da Marian stesso. Chuiu, chuiu suona un po’ portoghese all’orecchio profano: una samba brasiliana, chorou chorou… «Almeno avere un coltello / e una strada stellata come compagna / E una crosta di pane in tasca. / E andarsene scalzo, vagabondo / che bello sarebbe respirare la nebbia / il profumo dei mughetti nel bosco. / Sogno, sogno / mi avvolge il rimpianto, un’aurea nostalgia per l’ignoto / Ma non ci sono né la strada né il coltello / solo una gatta sulla stufa – compagna!».
Adesso i due, Betty e Marian, si scambiano le parole di una canzone, ma senza melodia, solo con la chitarra sotto, botta e risposta, si chiamano e rispondono in un pezzo di parlato, e sembrano Elis Regina e Tom Jobim in Aguas de março quando uno dice «pau» e lei risponde «pedra», e lui «fim», e lei «caminho», e poi: coccio, vetro, vita, sole, notte, morte, laccio, amore.
Potrebbe essere Londra o Milano, o Praga, o Copenaghen, o Rio, appunto. Invece siamo a Kharkiv. Sotto le bombe. Il fronte è poco oltre i sobborghi settentrionali della città. I soldati di Putin sono a neanche trenta chilometri da questa jam session, da questo locale che sta sottoterra come i keller di Francoforte, solo che quelli erano i posti dove andavano a suonare Charlie Parker e Louis Armstrong nel 1946 subito dopo la guerra: questo invece è un rifugio antiaereo per davvero, lo è in questo preciso momento, quindi se ci sarà un attacco Marian Pyrih dirà alla gente in sala di aspettare con loro che la sirena passi. O magari proseguirà e basta. Nel pubblico, a sentire il cantautore ucraino amatissimo in patria per il lavoro di riscoperta che sta facendo sui testi originali delle poesie del “Rinascimento giustiziato”, cioè il movimento di scrittori e artisti ucraini perseguitati e spesso giustiziati da Stalin negli anni Trenta (tra cui Vlyzko stesso, quello di Chuiu, chuiu, arrestato e ucciso nel 1934), c’è anche Tetyana Teren. Tetyana è stata fino a pochi mesi fa la direttrice esecutiva del Pen Ukraine. Ora è qui, a Kharkiv, insieme con un po’ di amici scrittori e giornalisti. Ci tenevano a venire in gruppo a trovare gli amici della casa editrice Savchuk, che ha appena aperto una nuova libreria. Si chiama “Rifugio per libri”. È arredata in modo moderno e minimal, con i faretti che illuminano gli scaffali, le collane speciali, una caffetteria che fa ottime quiche. Ieri Tetyana era qui a moderare un reading poetico con le opere di Svitlana Povalâeva, Hanna Osadko, Natalka Marinchak e Olga Olhova. Ma cosa ci fanno, tutti loro, cantanti e scrittori, poeti e artisti, proprio a Kharkiv, in un luogo così clamorosamente pericoloso, così assurdamente audace?
«Vai a capire. Cioè, in realtà li capisco benissimo. Però ammetto che fa impressione – la fa a me, figurarsi a voi che non siete ucraini». Siamo nello studio leopolitano di Agrafka, ditta di grafici fondata da Andriy Lesiv e Romana Romanyshyn, a novecento chilometri di distanza da Kharkiv. Fuori, nel viale alberato di Leopoli, Lviv, un po’ di neve è caduta sui frontoni art déco del palazzo di fronte. Andryi li osserva dalla finestra. «Ogni luogo è relativo. Questa è percepita come la parte tranquilla, comoda, anziana, dell’Ucraina». Anziana? «Sì, l’ovest, il posto dove si sente la tranquillità degli Asburgo, la storia della vecchia Europa, la relativa sicurezza».
La relativa sicurezza è un allarme aereo che a Leopoli è suonato poche ore prima di questa frase pronunciata da Andriy, la relativa sicurezza sono i quartieri vicino alla stazione dove un missile a settembre scorso ha fatto sette morti e sessantasei feriti e ha tirato giù un palazzo. Ma è comunque tutt’altra storia rispetto a Kharkiv. Kharkiv, la vecchia capitale dell’Ucraina sovietica, la seconda città ucraina di oggi col suo milione e mezzo di abitanti prima dell’invasione, la grande città di cemento che sorge a pochi chilometri dal confine, dove i russi sono arrivati nella primavera del 2022 a occupare i quartieri periferici della città. «È una specie di onda, un’onda verso est», dice Andriy, «fatta di scrittori, poeti, pittori, grafici, artisti visivi, musicisti, cantanti, compositori. Vanno tutti a Kharkiv. Ci vanno perché sanno che a Kharkiv c’è vita, ci sono feste che durano tutto un giorno e tutta una notte, un sentimento del tempo peculiare. A Kharkiv si vive l’ultimo giorno: ogni incontro, ogni verso, ogni canzone brucia della forza di chi sa di non avere un minuto da sprecare. Poi tornano a Leopoli con addosso l’adrenalina e ci dicono: oh, è tutto così calmo e tranquillo, qui». Ogni luogo è relativo. Gli stessi Andryi e Romana, quando vanno in Europa occidentale, quando vengono da noi per parlare in pubblico del loro lavoro, sanno che devono cambiare stile comunicativo, dal black humour militante di un paese in guerra a un atteggiamento più soft, per non urtare le platee continentali. Fatta la proporzione, ecco che il vecchio termine che designa il cemento armato, zalizobeton, materiale prediletto dell’edilizia sovietica, è diventato in ucraino lo slogan che definisce lo spirito di una città, la resistenza e la determinazione di Kharkiv durante l’attuale invasione russa. Il Derzhprom, edificio costruttivista situato in Piazza della Libertà a Kharkiv (dove nel 2014 gli europeisti hanno abbattuto la vecchia statua di Lenin), è diventato il fulcro di questa simbologia. Costruito tra il 1925 e il 1928, il Derzhprom è stato uno dei primi grattacieli in cemento armato d’Europa. Durante l’invasione del 2022 è diventato praticamente un bastione di resistenza, il designer Patrick Cassanelli, come ha raccontato Jen Stout in un bellissimo reportage per Prospect, ci ha creato perfino un’immagine stilizzata con sotto la scritta, ovviamente cubitale: «Kharkiv Zalizobeton», usata su adesivi e magliette che vanno molto.
Dalla città di cemento armato naturalmente viene la rockstar della letteratura ucraina contemporanea, Serhii Zhadan, che qui si è laureato, indovina?, proprio con una tesi sui poeti futuristi ucraini degli anni Venti. Suo è un libro del 2023, Sky Above Kharkiv: Dispatches from the Ukrainian Front. Sua è la mitica battuta del marzo 2022, quando meno di un mese dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina un bombardamento russo distrusse una popolare libreria sulla via principale di Kharkiv, e lo scrittore caricò una foto delle rovine sui social, chiedendosi: «C’è ancora qualcuno che vuole parlare di Dostoevskij?». Ma non ci sono certo solo Zadan e Pyrih i Batih (che in ucraino vuol dire “frusta e torta”, cioè l’idea che se sbatti bene l’impasto di una società otterrai grandi risultati). Kharkiv è la capitale del libro in Ucraina, è la Mondadori a Segrate, o se vogliamo la Grafica Veneta del paese: cuore pulsante dell’industria editoriale, prima dell’invasione su vasta scala le sue tipografie erano responsabili di oltre l’80 per cento della produzione di nuovi libri in Ucraina. La città ospita anche Faktor-Druk, la più grande tipografia del paese e una delle maggiori in Europa, che stampa circa il 40 per cento dei libri scolastici ucraini e un terzo di tutti i libri a livello nazionale. Il 23 maggio 2024 un attacco missilistico russo ha distrutto la sede di Faktor-Druk, uccidendo sette dipendenti e ferendone altri 21. Che si trattasse del tentativo deliberato di colpire la stessa sopravvivenza della cultura ucraina è una cosa evidente forse perfino ai filorussi italiani (forse). Il parallelo con i roghi nazisti dei libri viene al solo guardare le foto di quella notte. L’attacco ha distrutto oltre 50 mila libri, danneggiando almeno tre case editrici ucraine, tutte di Kharkiv, che stampavano alla Faktor-Druk: Vivat, Family Leisure Club (KSD) e Ranok (che in ucraino significa “mattino”). La tipografia è stata completamente restaurata grazie al finanziamento della Howard G. Buffett Foundation. Il 20 marzo 2025, la vicepremier ucraina Yulia Svyrydenko ha annunciato la ripresa delle attività.
Intanto, gli artisti vanno verso Kharkiv. Zalizobeton, come un magnete, li attrae. La lista dei nuovi residenti è ricca e varia. Olena Huseinova, poetessa, scrittrice, giornalista radiofonica e produttrice, che dal 2016 lavora a Radio Kultura (Suspilne), dove dopo l’invasione del 2022 ha condotto una maratona informativa a ciclo continuo, ha iniziato a lavorare per Radio Khartiya, a Kharkiv, proprio insieme a Zhadan. Il regista e produttore Denys Vorontsov, cofondatore e direttore di Babylon’13, un collettivo di documentaristi ucraini, si è trasferito da Kyiv nella città di cemento armato per documentare la vita degli abitanti, e adesso sta lavorando a un documentario su Oleh Kadanov, musicista e poeta di Kharkiv. La scrittrice e giornalista ceca Adéla Knapová è venuta a vivere qui.
«Kharkiv State of Mind», ha scritto qualche giorno fa su Instagram, parafrasando Billy Joel e facendosi ritrarre accanto a Kostiantyn Zorkin, artista e performer che spazia dal teatro di marionette alla land art.
Knapová è stata ospitata all’Edificio Slovo: e se Kharkiv batte nel cuore dell’Ucraina, Slovo è come un martello pneumatico nel cuore della città di cemento armato. Perché il collettivo di artisti è qui, in questo edificio residenziale di sei piani costruito alla fine degli anni Venti nel culmine della prima fase sovietica, quella che precedeva lo stalinismo, in cui alla cultura ucraina venne data una certa libertà di espressione. Era destinato proprio a ospitare gli artisti. L’architetto Mykhailo Dashkevych lo progettò a forma di lettera “C”, dal nome Slovo, che in cirillico comincia con “C” e che significa “parola”. Slovo incapsula la storia novecentesca del paese, visto che di lì a poco, tra il 1933 e il 1938, i sovietici perseguitarono più di settanta artisti che erano andati a vivere nell’edificio realizzato da loro stessi tre anni prima. Slovo è stato il centro del “Rinascimento giustiziato”, poi venne praticamente dimenticato, poi è stato oggetto di una specie di pellegrinaggio letterario – ed è qui, ora, che molti artisti ucraini di oggi vanno a vivere, con una coerenza cristallina e l’idea che le generazioni storiche vivano fianco a fianco, stiano appiccicate come con la colla. Quasi una risposta al totalitarismo che la storia la vuole sempre azzerare e resettare e dimenticare.
Non tutti si sono (felicemente) accampati all’Edificio Slovo, comunque. A Kharkiv si va e si passa, come per dire: siamo qui, per non lasciare sola la città. Per esempio, la poetessa e agente letteraria Ivanna SkybaYakubova è sempre qui come volontaria dell’organizzazione “Kharkiv with You”; Vakhtang Kipiani, giornalista e storico ucraino di origine georgiana, che ha scritto un bel libro sul poeta Vasyl Stus, partecipa regolarmente a eventi culturali in città, presentazioni di libri e festival come il Docudays Ua Travelling Festival, a novembre scorso; lì si è ritrovato a parlare con lo storico e giornalista Volodymyr Birchak, in occasione di una proiezione del film The Kyiv Files. In quegli stessi giorni, un attacco missilistico russo su Kharkiv colpiva una stazione di polizia nel quartiere di Osnovianskyi, uccidendo un agente e ferendo 46 persone, seguito pochi giorni dopo da un bombardamento su un edificio residenziale di dodici piani nel distretto Saltivskyi e su una fermata della metropolitana, con molti feriti, e poi, il 17 novembre, da un massiccio attacco aereo con missili e droni.
Zalizobeton regge. La calamita attira a sé.
«Andavamo a Barcellona quando la dittatura di Franco cominciava a sfilacciarsi, perdeva acqua da tutte le parti, andavamo a Barcellona nei primi anni Settanta perché lì l’aria era già quella dell’Europa», ha detto Mario Vargas Llosa. I giornali del mondo si sono esercitati nel raccontare l’underground di Kharkiv, che è underground nel senso fisico, cioè il trasferirsi regolarmente sotto terra per evitare le bombe, e lì continuare a creare. Mykola Kolomiets, fondatore a Kharkiv nel 2012 dello studio d’arte per bambini e adulti “Aza Nizi Maza”, con l’inizio della guerra ha trasformato lo studio in un rifugio antiaereo e punto di transito, mentre spostava le lezioni nelle stazioni della metropolitana durante gli attacchi. Le frasi dello street artist Gamlet Zinkivskyi, noto per le opere monocromatiche accompagnate da testi filosofici, molte delle quali si trovano in cortili e passaggi coperti, pensate per essere lette casualmente dai passanti, dicono dello spirito del paese durante l’invasione. Esempi: «Le chiavi che cercano la porta», quelle degli sfollati dalle zone occupate, ovviamente; «il cielo mi trasporta»; «ogni perdita ci rende più forti». Frase quest’ultima tragicamente vicina alla realtà, se si pensa che un altro attacco russo su un parco pubblico della città uccideva il 30 agosto 2024 Veronika “Nika” Kozhushko, artista e poetessa, appena diciottenne. La sua morte, neanche a dirlo, ha suscitato uno choc assoluto nella comunità artistica. In sua memoria è stata istituita “Generazione Nika”, un premio annuale per giovani artisti assegnato dal Museo letterario di Kharkiv. Possiamo immaginarla, la giornata di un premio così. Alla mattina, riempirsi di lacrime ricordando la giovanissima Nika. Alla sera, nonostante tutto, nonostante il rumore della guerra, nonostante i missili che filano sui parchi cittadini e sui supermercati, nonostante il desiderio della dittatura vicinissima di prendersi la città, nonostante gli esili trenta chilometri che separano questa libertà da quel grigiume, nonostante tutto, si fa festa. Ci si veste, si scende le scale di un night, si trovano gli amici scrittori, si beve, si balla, sfidando il coprifuoco, con una strana forma di disperazione piena di speranza e di sfida audace e di voglia di vivere. Zalizobeton.