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Forugh Farrokhzād

Forugh Farrokhzād è considerata “la più brillante figura nell’ambito della poesia femminile iraniana” del Novecento. Attiva tra il 1952 e il 1967, ha segnato la transizione della poesia persiana dalla dimensione lirica classica a quella più esistenziale, laica e politica. Nei suoi versi, spesso definiti scandalosi, “la femminilità non costituisce un limite o un ostacolo” ma è linguaggio di ribellione, ricerca di identità e critica sociale. Le sue opere hanno influenzato intere generazioni di poetesse anche dopo la sua morte in un incidente stradale nel 1967. La Rivoluzione iraniana del 1979 cambia tutto: «Non sono più gradite versificazioni aperte ai segreti voli e chiaroscuri del cuore […] considerate deviante e viziose», scrive Faezeh Mardani, docente di Lingua e Letteratura persiana all’Università di Bologna, nell’introduzione a Dovrò prepararmi a fiorire. Poetesse iraniane dal Novecento a oggi, appena pubblicato da AnimaMundi. Bisognerà aspettare gli anni Duemila, dopo “un lungo silenzio nutrito da privazioni e proibizioni”, per leggere nuove voci poetiche che hanno ripreso il filo della tradizione inaugurata da Farrokhza¯d. Secondo Mardani, queste autrici «posseggono ora l’abilità di generare intuizioni poetiche non connotate geograficamente», e grazie anche ai nuovi strumenti di comunicazione riescono a farsi leggere ben oltre i confini della lingua e della censura. In Dovrò prepararmi a fiorire ci sono le voci di sei autrici imprescindibili della poesia persiana moderna e contemporanea – oltre a Forugh Farrokhza¯d, Bita Malakuti, Leila Kordbacheh, Parvin Salajeghe, Fereshteh Sari e Granaz Moussavi, tutte tradotte dal farsi da Faezeh Mardani e Francesco Occhetto.

di Forugh Farrokhzād
Le poete iraniane scrivono da stanze grandi quanto la solitudine, piantano le mani nella terra, scardinano il silenzio con il corpo. Nei loro versi non chiedono spazio. Lo occupano, lo sporcano d’inchiostro, e poi ci […]
Le poete iraniane scrivono da stanze grandi quanto la solitudine, piantano le mani nella terra, scardinano il silenzio con il corpo. Nei loro versi non chiedono spazio. Lo occupano, lo sporcano d’inchiostro, e poi ci fioriscono dentro