Cosa c’è di più intrigante di una maschera? Nulla, come insegna la celebre scena della cerimonia in Eyes Wide Shut: bastano le maschere a trasformare una banalissima orgia in un rito misterico. La maschera disegna una seconda realtà addosso alla realtà: la trasforma, la moltiplica, la rende accattivante. Di maschere ne indossiamo ogni giorno, per sopravvivere, per impossessarci della nostra vita con la forza del possibile. Oscar Wilde scriveva: date a un uomo una maschera e vi dirà la verità. Perché più che nascondere le maschere ci danno la possibilità di liberarci dai limiti invisibili in cui viviamo avvinghiati. Maschere immaginarie, maschere di ogni forma e colore: le maschere brillano sempre sulla superficie del quotidiano, rendendo l’ordinario straordinario.
Se penso ai momenti più felici della mia infanzia, spesso sono circondata dalle maschere. Indossarle per diventare qualcun altro, o scoprire attraverso di esse ciò che gli altri avrebbero voluto essere, mi ha sempre permesso di accedere a quel sentimento dell’insolito su cui germogliano meraviglia e stupore. Le feste di Carnevale a scuola o nella piazza del paese, le gite al Carnevale di Venezia o di Putignano provocavano in me la stessa attesa che riempie la vigilia di Natale. A illuminare quelle giornate era l’attesa, la pura attesa dell’inaspettato.
Da qualche anno ho deciso di dedicare i miei studi alle maschere, nello specifico le maschere della commedia romana. Così non solo ho dovuto pensare spesso a questi oggetti millenari, ma ne ho anche viste, fisicamente, moltissime. In primavera sono sbarcata a Lipari, dopo un lungo e rocambolesco viaggio attraverso l’Italia, reso ancor più complesso dal fatto che da anni ormai la paura di volare ha preso completamente il sopravvento sulla mia razionalità. Il museo archeologico dell’isola conserva alcuni reperti importantissimi per i miei studi: uno sciame di piccoli oggetti provenienti dalla necropoli, probabilmente un corredo funerario, che non comprende solo mascherine di terracotta ma anche statuine che ritraggono attori colti nelle loro posture tipiche, nella gestualità espansa codificata del mestiere dell’attore. Volti di servi con il sopracciglio rialzato, autorevoli anziani aggrottati, ragazze dalle labbra perfette, servi che si massaggiano la pancia piena, vecchi crapuloni avvolti nel mantello, giovani colti nel gesto di indicare qualcosa che rimane – e per sempre rimarrà – fuori dal nostro campo visivo. Quando sono arrivata a Lipari, la stagione turistica non era ancora iniziata, i traghetti per la terraferma erano sporadici e avventurosi, gli isolani dopo il lungo inverno avevano moltissima voglia di parlare. E così, a ogni barista, a ogni pescatore che dal molo mi chiamava per offrirmi manciate di gamberi rosa di nassa appena pescati, ho potuto parlare delle maschere. Molti le conoscevano. Altri, pur essendo nati sull’isola, non avevano mai visitato il museo; altri ancora, i più tenacemente territoriali, erano indignati per il fatto che Christopher Nolan – che ha scelto l’isola per girare alcune scene di Odyssey – non avesse degnato quel luogo di una visita. La conversazione finiva sempre sullo stesso tema: dove ha mangiato Matt Damon (che pare dal vivo non essere un granché), dove ha mangiato Tom Holland, dove ha mangiato Zendaya, e quale di loro (il nome variava di continuo) avesse deciso di comprare una casa a Lipari, innamorato perso di quel paesaggio marino e lunare. Al porto erano ancora ancorate le navi usate da Nolan per girare tra i faraglioni la scena di Scilla e Cariddi, simili ai giocattoli scordati da un gigante. La realtà continuava a mascherarsi, dentro e fuori dalle sale del museo. Il passato, con la sua potenza immaginifica, riscriveva la vita dell’isola.
Qualche tempo dopo, un altro lungo viaggio – rigorosamente in treno – mi ha portata a Parigi. Anche qui per osservare delle maschere, stavolta quelle conservate al Louvre. Non è stato semplice trovarle nel labirinto delle sale del museo: mascherine e statuine, provenienti dalla necropoli di Myrina, e non solo, sono conservate in due teche davanti alle quali la fiumana che affolla le sale del museo passa perlopiù senza nemmeno rallentare. Eppure, quando finalmente le ho raggiunte, stanca e disidratata, quelle maschere mi hanno sottratta alla contingenza di quel momento così fisico per proiettarmi in un tempo che non saprei collocare: un altrove non del tutto passato, eppure mai stato futuro. Quegli attori immobilizzati da secoli sembravano destinati a durare oltre me, a sopravvivere nelle teche o nella memoria di altri sguardi, nello spazio di una mitologia fantasiosa e impossibile. Pensavo che queste maschere, a differenza del mio corpo mortale, conserveranno sempre una possibilità di ritorno: sepolte non nella terra ma in un visibilissimo oblio, aspettano continuamente di essere ritrovate, rimesse in circolo, riportate alla luce.
Quando esco dal museo chiamo un amico poeta che vive da anni a Parigi: vieni con me, andiamo a casa di Janette, ha organizzato una delle sue serate, mi dice. Le serate a casa di Janette per i miei amici poeti sono mitologiche, ha ereditato una casa enorme ma completamente decadente, da qualche parte nel XX arrondissement, e la usa perlopiù per fare delle feste. Una festa? – chiedo al mio amico. Quasi, risponde lui, ma meglio: una lettura di poesie, puoi leggerle anche tu se vuoi. Quando ci incontriamo sotto casa di Janette il mio amico mi porge una mascherina nera molto semplice, di plastica lucida. Devi indossarla, mi dice, Janette pensa che sia meglio così, non confondere le poesie e chi le recita, ascolteremo meglio le parole, senza distrazioni.
Mi viene da ridere per la coincidenza, sono un po’ scettica ma non lo do a vedere (d’altronde a che serve una maschera?), e la indosso senza protestare. Prima si parla, si balla un po’, poi le luci si spengono e Janette accende e distribuisce tra i presenti lumini di candela pericolosamente simili a quelli che si usano dentro i cimiteri: è il segnale che la lettura sta per iniziare. Mentre uno dopo l’altro gli invitati si succedono al microfono collocato al centro di una stanza spoglia, avviene qualcosa di mistico, di antico, di rituale, impossibile da replicare probabilmente senza quei pochi centimetri di plastica intorno agli occhi.
Il più grande errore che si possa commettere quando si pensa al mondo classico, è credere che ci parli del passato. Ciò che nasce dall’incontro con l’antico, ciò che persiste del mondo classico nel presente non è uno sguardo retrospettivo, ma il tenace sentimento di una persistenza. Il mondo classico non ci restituisce ciò che siamo stati: ci apre, piuttosto, a ciò che possiamo essere. Così le maschere, oggetti millenari, racchiudono ancora oggi, nella loro provenienza dai culti dionisiaci più antichi, la possibilità e la forza di un mondo a venire. Un oggetto che consente la libertà di muoversi dentro una forma riconoscibile, senza coincidere del tutto con essa.
Dioniso, d’altra parte, da cui origina una parte della loro storia, è la divinità della soglia, della metamorfosi, della perdita temporanea dell’identità. Scrive Walter Otto: «Lo sconvolgente avvento del dio e la sua inevitabile presenza hanno trovato un simbolo ancora più eloquente di tutte le forme cultuali finora descritte, un’immagine da cui si affaccia l’enigma sconcertante della sua duplicità, e con esso la follia. Questo simbolo è la maschera. […] Manifestazione di ciò che c’è e al contempo non c’è: immediata presenza e assoluta assenza insieme». La maschera nasce anche qui, nei culti dionisiaci più arcaici, come strumento di attraversamento, come dispositivo che consente di uscire da sé e di abitare, per un tempo limitato e rituale, un’altra forma dell’essere. Il volto mascherato non appartiene più al tempo ordinario; entra in una dimensione liminale, in cui la rete di regole che tiene insieme la società si smaglia e le gerarchie possono essere rovesciate. Ancora Otto: «Il volto di ogni autentico dio è quello di un mondo. Un dio folle può esistere solo se esiste un mondo folle che si dirama attraverso di lui». Da questo nucleo rituale si diramano il teatro e il Carnevale.
Nel Carnevale, soprattutto, la maschera conserva la sua carica sovversiva. Il Carnevale è un rito estatico di gioia collettiva, un terreno franco, un’eterna zona di confine, il più irriverente degli spazi anarchici che per un giorno si impossessa del mondo reale. Nel pensiero di Michail Bachtin il Carnevale è una forma di ordine paradossale perché sospende le categorie consuete della realtà: «Al Carnevale non si assiste, ma lo si vive, e lo si vive tutti poiché esso per definizione è fatto dall’insieme del popolo. Durante il Carnevale non esiste altra vita che quella carnevalesca. È impossibile sfuggirgli, il Carnevale non ha alcun confine spaziale. Durante tutta la festa si può vivere soltanto in modo conforme alle sue leggi, cioè secondo le leggi della libertà».
Non è un caso che quest’anno il Carnevale di Putignano, per le quattro giornate che si terranno a febbraio, abbia scelto come tema il paradosso, rimandando così allo stupore e alla verità che così strettamente si legano al carnevalesco. Il direttore artistico Andrea Colamedici ribadisce: «Il paradosso, quando viene riconosciuto e abitato consapevolmente, diventa un dispositivo di risveglio di massa. Il Carnevale rivendica il diritto alla contraddizione fertile». La cartapesta che caratterizza la manifestazione pugliese, e che darà vita ai maestosi carri, è, nel suo essere effimera e plasmabile, incarnazione perfetta dell’azione dello spirito carnevalesco sul mondo: ciò che trasforma, rivela.
C’è stato un tempo, recente, in cui il Carnevale si celebrava con più intensità. Oggi, oltre al Carnevale di Putignano, oltre ai riti privati, estatici, misteriosi di mascheramento, altri carnevali resistono – Venezia, Rio, Santa Cruz de Tenerife, solo per dirne alcuni – eppure mi sembra che questo rito, anno dopo anno, diventi sempre meno sentito, di contro al suo folcloristico, anglofono rivale Halloween. Al dionisiaco si sostituisce il mostruoso: il che dovrebbe, forse, spingerci a fare qualche riflessione.
È stato sempre chiaro ai commediografi antichi che le maschere a cui davano vita godessero di un grande privilegio: un’insolita, altrimenti inaccessibile libertà. E dovrebbe essere chiaro anche oggi che il Carnevale, come il paradosso, è uno strumento rivelatorio. Mostra la realtà sottraendola alle narrazioni che la rendono innocua, costringendo l’opinione comune a guardarsi, a interrogarsi, talvolta a irritarsi e perfino a vergognarsi della propria passiva adesione a ciò che è più facile accettare. Anche quando la potenza dell’immaginario che scatena ci lascia sognanti: «Nessun sogno è mai solamente un sogno».
Carnevale di Putignano, 1, 7, 15 e 17 febbraio 2026
Questo articolo è stato scritto in occasione del Carnevale di Putignano (Bari), che dal 1394 tramanda un patrimonio di arte e saperi attraverso il suo genius loci: le sfilate di maestosi carri di cartapesta, espressione del sapere artigianale legato alla carta a calco, e della visione creativa della comunità. L’evento ha una direzione filosofica e culturale, anche quest’anno affidata ad Andrea Colamedici. Il tema del 2026 è il paradosso, con il titolo “Dove tutto è il contrario di tutto”: un concetto che esprime lo spirito più profondo del Carnevale, il rovesciamento, e che diventa una lente per osservare e smascherare il presente. Sfileranno in concorso sette carri (più uno) che indagheranno diversi temi della contemporaneità – l’eutanasia, la turistificazione, lo sfruttamento animale, la ludopatia, la disabilità, l’intelligenza artificiale, il femminicidio – e ognuno interpreterà un paradosso, perché «il Carnevale rivendica il diritto alla contraddizione fertile», dice Colamedici. La manifestazione è progettata per essere accessibile e inclusiva.