Noi tutti, appena appreso del compito assegnatoci, abbiamo fatto silenzio e ci siamo concentrati (per la maggior parte di noi, fare silenzio è più facile che concentrarsi). Finché uno di noi ha scosso la testa di botto come se no, non ne potesse più di tutti questi pensieri, la testa gli scoppia, se l’è presa tra le mani e ha detto «Mon Dieu» – lui è un giovane dai capelli scuri tirati indietro che studia Lettere da mattina a sera per diventare prof di ruolo, ma non ce la farà. Lui dunque (si chiama Charles, come Charles Bovary) ha preso a ripetere ossessivamente – e vabbè, ci sta – che questo Quaderno di Review (che lui ama, ha detto, «sia come rivistà sia come quadernò») è troppo difficile per noi. Falliremo, verremo denigrati, perderemo l’affetto delle persone care, il lavoro, moriremo. «Possiamo parlare di Ted, la serie tv su Netflix?», dice il maschietto che il nostro papà ha sempre voluto ma non ha mai avuto. «Sentiamo», ha detto Marta, che vuole tenere sempre tutto sotto controllo e arriva agli appuntamenti mezz’ora prima perché lei è precisa. «Ted è la s-s-s-storia dell’orsetto T-t-ted che in pa-pa-pa-passato ha avuto successo, o-ora è senza lavoro, e vive col s-s-s-suo migliore amico John e la sua famiglia», ha detto un ragazzetto, Bill Tartaglia come Bill di It. Noi ci annoiamo quando parla lui. Dice che se balbetta è colpa dei nostri genitori ma noi e nostra sorella siamo in due, due figlie, e mia sorella Cate è normale. «Anche io ho visto…» si introduce Mia, l’adolescente problematica, «è una bella commedia, ti fa ridere e commuovere. Perché no. In Italia, poi, non ci permetterebbero mai di farla. Di certo non è per i bambini».
«Ma che bambini e bambini», dice la punkabbestia che è contro il Sistema (e pensare che dopo tutto quello che ci è successo sono arrivate qui ben due esperte in ginecologia, una donna che piange e ripete «non è giusto!», e un’altra che ha studiato Medicina, si è specializzata in tecniche di riproduzione, e fa calcoli su calcoli perché rimaniamo incinti – ma poi non funziona mai). «Stop alle cazzatè, zeccà», sempre Charles. E lei: «Non hai rispetto!». E lui: «In un’opera conta solo che la parola sia sonante, ritmata, narrativa, la parola giusta, sì! questo è rispetto!». «Ma vìd’ tu a ’stu chigghiòn», lo indica Vito, il maschio malavitoso col Red Rose (è di Bari). Vuole sempre fare a botte. Oh, quanto vorremmo spaccare tutto anche noi, tutti noi. Quanto vorremmo fare a botte. E invece per provvedimento della personalità che si è imposta sul tema violenza siamo molto buoni. Vito si accende una Merìt di contrabbando e si è già dimenticato tutto, va a bere una Peroni a Bari, al mare. C’è questo vulnus: Bari. Il 90 per cento delle personalità non vuole sentirla nominare, il 5 per cento la nomina di continuo ma non ci va mai, il 5 per cento piange pensando a lei (Vito per es.). «Sapete che Zadie è bellissima? È nata a Londra ma ha la madre giamaicana, ha delle bellissime lentiggini. Si veste con dei jeans neri larghi, stivaletti, bomber nero e parla con una voce wow. Voglio sposarla». Questa è Benni, la stupida, che si innamora subito e si vuole sposare e poi non fa che tradire e tradire. Ma torna Bill Tartaglia, che quando legge non balbetta (non ci vuole uno psi per capire il motivo). Sul libro c’è scritto Zadie Smith, Vivi e morti, e Bill legge: «Come facciamo a sapere con certezza quali frasi daranno a una persona che soffre la forza di continuare a lottare?». Noi stiamo zitti, e lui legge: «E cosa perdiamo, noi scrittrici e scrittori, quando riduciamo in servitù il laboratorio della coscienza, ordinandogli di riprodurre solo il tipo di frasi chiare, leggibili, e in definitiva lobotomizzanti tanto amate dal gruppo». Applaudiamo e fischiamo, molti di noi vogliono fare gli scrittori, ci commuoviamo, e poi si sente un urlo. È la bimba, a cui nessuno ha dato un nome e quindi la chiamiamo Bimba, si raggomitola nel suo tutù rosa (vuole assolutamente diventare ballerina): «Voglio la mamma!», piange. Ci zittiamo. Viene da piangere a tutti. La mamma. Ma si sa, la vita. «Basta, l’ultimo», si intromette un’altra di noi sui quaranta, grassa, faccia a palla, doppio mento, cellulite, che odia il ritardo nelle consegne, potrebbe morire. Però arriva lui che è cattivissimo, Massimo, noi abbiamo paura e lui ci fa vedere un altro libro. «Qual è il colmo per un tarlo?» s’intromette Tonio, senza denti, a cui importa solo far ridere perché spera che così la gente lo amerà, ma non ci riesce mai. Il libro è rosso e oro, Edith Wharton, Bewitched: «La casa è grande e tetra; mia nipote è nervosa, lunatica; suo marito… be’, è quasi sempre fuori casa; e i due bambini sono morti». Noi annuiamo, perché lo sappiamo. Ma una voce tra tutti che non sappiamo decifrare (chi è?) legge una poesia di Katerina Gogou citata in Quattro testimonianze sul fiume Erinnio di Angela Dimitrakaki:
Bianca è la razza ariana
il silenzio
le stanze di tortura
il gelo
la neve
i camici bianchi dei medici
i sudari
l’eroina.
Qualche appunto al volo
per la riabilitazione del nero.
E tutti noi piangiamo, perché lo sappiamo, e dato che piangono tutte le sue personalità anche Antonella, che è colei che ci contiene, piange. Ah la mamma, la vita, il gelo.