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Cambio di vita, cambio di stagione

Anche le storie d’amore più grandi possono finire. Allora si deve dire addio al gatto, raccogliere i pezzi e i vestiti e provare ad andare avanti altrove. Ma tua madre ti trova dimagrita, finalmente senza doppio mento, e la protagonista del dolore non sei tu: storia di un bellissimo cappotto

Fino a qualche tempo fa avevo tutto. Un bilocale luminoso in centro a Milano, una fidanzata americana bella come una modella che aveva letto Proust, un gatto un po’ canaglia. La prospettiva di una Green card e di figli biondi da crescere in qualche scuola steineriana in campagna. Ma non mi bastava, volevo pure l’amore libero. Un’amante a Parigi e un maldestro tentativo di poliamore si sono rivelati letali e così, dopo quasi cinque anni di relazione, tre traslochi in due città diverse, un divorzio, diversi ritiri spirituali, una serie tv mai prodotta e la cotraduzione del romanzo di un noto attore di Hollywood, la fidanzata americana mi ha lasciato. Abitavamo in una casa di sua proprietà così io, dall’oggi al domani, me ne sono dovuta andare. Andarmene dove? Prevedibilmente, l’unica alternativa è stata tornare per un momento dai miei genitori, a Roma – mi mancava solo uno stipendio decente: ero felice, mica vivevo in un’utopia.

Mia madre mi è venuta a prendere al parcheggio Kiss and Go dell’aeroporto di Fiumicino, fermandosi con le quattro frecce nel punto più lontano dagli arrivi, senza neanche spegnere il motore per paura della multa alle soste maggiori di quindici minuti. Appena salita in macchina mi ha fatto un grande sorriso di gioia e mi ha detto: ma come sei dimagrita! Ero tornata, coda tra le gambe, nella mia casa d’infanzia, abbandonata dalla fidanzata con il dolo di avere pure torto, il rimpianto di aver perso l’amore della mia vita lo si leggeva nel mio corpo consumato di dolore, e l’unica immagine che mia madre riesce a incamerare sono le clavicole che iniziano a spuntare, timidamente. La forma d’amore che mi infonde è la felicità perché «non hai più il doppio mento» e «hai buttato giù un po’ di pancia». Anni fa, sempre per il cuore spezzato, avevo perso quindici chili in un mese. Vomitavo tutto quello che ingerivo, acqua compresa. Forse addirittura soffrivo di un disturbo alimentare, ma ero rientrata nei jeans del liceo, e mia madre mi guardava intimamente soddisfatta e mi diceva: vai, continua così. Non sei mai stata così magra. Oltre alla gioia dei miei dimagrimenti da stress, però, quando affronto una rottura mia madre si preoccupa soprattutto della redistribuzione dei beni materiali.

A Milano vivevamo nell’appartamento appena ristrutturato e arredato della mia ragazza, e l’unica spesa che ho dovuto sobbarcarmi è stata quella di un pentolino per bollire l’acqua per il tè (e le nostre organicup). Era una casa pulita che odorava di nuovo, con il parquet, le tende cucite a mano e gli infissi che non facevano passare un filo di vento. Insomma, vivevamo da pascià, in confronto all’appartamento sgangherato dove eravamo state in affitto a Roma: bisognava organizzare i turni settimanali per fare la doccia, perché c’era poca acqua calda, e ogni estate aspettavamo che i pulcini di piccione che proliferavano sul balcone imparassero a volare e lasciassero il nido – le sdraio. Il fine settimana prima dell’inaspettata rottura (che a questo punto può sembrare piuttosto aspettata), i miei genitori sono venuti a trovarci in città. Abbiamo fatto la cena con i consuoceri, l’aperitivo con i cugini, tutto il repertorio di impegni famigliari. Ma, soprattutto, i miei hanno insistito per farci la spesa: novantasei euro all’Esselunga, come mia madre ha sottolineato in seguito. Il tradimento è stato due volte più doloroso: come può lasciarti proprio il giorno in cui abbiamo fatto la spesa? Oltre al danno, la beffa: cosa ci farà di tutto quel pesce che abbiamo comprato, lei, disgraziata vegetariana? Ma il cruccio principale che ha occupato tutti i suoi pensieri è stata la questione del cappotto.

Lo scorso inverno mia madre ha deciso di fare un investimento e di regalarmi per Natale quello che lei definisce «un cappotto decente», adatto a una giovane professionista, non a «una stracciona scappata di casa», come mi definisce quando rifiuto l’offerta di fare shopping insieme a lei da Liu Jo, marchio noto per l’uso generoso di strass. Questa volta l’offerta era impossibile da rifiutare: l’imminente trasferimento al nord mi rendeva bisognosa, à la Totò, di un capo per affrontare climi più rigidi e più rigidi codici d’abbigliamento rispetto alla periferia romana. Da Max Mara la personal shopper dedicata mi ha aiutato a scegliere un cappotto bello, elegante, sobrio, senza ombra di dubbio il capo d’abbigliamento più impegnativo mai posseduto in vita mia. Forse addirittura meritevole di essere assicurato. Mia madre è innamorata di quel cappotto e io so che è un segno concreto del suo affetto per me, che lo vive come una testimonianza del mio successo nella vita adulta. Lo ama a tal punto che gode del sapere delle occasioni in cui lo indosso.

Appena trasferita, la prima domanda che mi ha fatto è stata: come va il cappotto? Va bene a Milano? È piaciuto in ufficio? Per lui organizzerebbe una festa, pensa davvero che mi abbia cambiato la vita. E così un po’ ho iniziato a pensarlo anche io: avvolta in quel panno di lana viva mi sento sicura di me, alla moda, bella persino. Come Akakij Akakievich, d’un tratto la mia stessa esistenza mi sembrava che mi si fosse fatta più serena, perché non avevo un semplice cappotto ben imbottito, ma un compagno per percorrere il cammino della vita, e poco importa che sono almeno venti centimetri più bassa dell’altezza ottimale per indossarlo. Certo, non vivo a cuor leggero: vietata la metropolitana, luoghi dove si fuma all’interno – meno male che è finita l’èra dei coinquilini con i teli da spiaggia appesi ai muri. Mi prendo cura del mio cappotto, lo spazzolo persino, con maggiore zelo di quanto non faccia con il mio gatto.

Quando sono stata lasciata era primavera, una stagione in cui i servizi del paltò non erano più richiesti. Ma eravamo ancora in un momento di limbo, troppo tardi per mettere il cappotto, troppo presto per averlo ancora riposto, ripulito, nelle rassicuranti buste di plastica della lavanderia. Così, quando me ne sono andata di casa, non l’ho portato con me e l’ho abbandonato nell’armadio. Non è stata cattiveria, ma ho raccattato frettolosamente il necessario per qualche settimana, prima di tornare per l’effettivo trasloco (per dovere di cronaca: scarpe da corsa, occhialetti da piscina e reggiseni sportivi, partivo forse per il triathlon). Sta di fatto che il cappotto è rimasto, solo, nell’armadio. E questo è stato il principale motivo di apprensione di mia madre, da sommarsi alla solita apprensione da cambio di stagione. Il solstizio di primavera viene infatti festeggiato nella mia famiglia portando i cappotti e la biancheria invernale in lavanderia. Già da prima della rottura erano iniziati ad arrivare i messaggi, disseminati nelle conversazioni in chat, che mi chiedevano se avessi portato in tintoria il cappotto. La preoccupazione era aggravata da due fattori: innanzitutto i precedenti mi rendevano già rea. Ancora mi viene rinfacciato che anni fa sono stata lasciata da una ragazza subito dopo che mia madre le aveva regalato un set di lenzuola Bassetti, e che anche quella volta me ne ero andata dalla casa e dalla città dove convivevamo (forse è questo il mio fantasma ricorrente) lasciando indietro parte della mia vita, in quel caso due cuscini memory ancora incellophanati. Secondo: la settimana prima che ci lasciassimo, chissà che questo non abbia avuto un’influenza nel coefficiente di stress, abbiamo dovuto misurarci con una disinfestazione da pulci (di quelle per cui sigilli gli armadi con lo scotch carta e lasci nebulizzare nell’aria per ventiquattrore un veleno da bombolette pitturate con segni di pericolo di morte). Quindi i motivi per lavare il cappotto e occuparsene erano molti, la situazione allarmante. Tanto che tutto il dolore della perdita e l’angoscia dell’abbandono sono stati integralmente dedicati al cappotto: come si fa? Devi andare a prenderlo, deve essere portato in tintoria. Questo servizio non può aspettare. Così la mia ex, poco importa che avevamo rotto, ma un po’ di bene ancora ce ne volevamo, è stata incaricata della missione, e ogni rancore nei suoi confronti si è dissolto come nuvole in un cielo terso quando ha confermato che stava occupandosi della faccenda. Mia madre voleva che facessi un raid a Milano, un’operazione di soccorso, gettando sale su una ferita aperta, per mettere al sicuro il cappotto.

Ci sono cose che valgono più del dolore, e se hai fiducia la vita ti aiuta: alla fine un’amica, commossa dalla tragedia, si è offerta di farmi da corriere e ha traghettato il cappotto, sano salvo e inamidato di lavasecco, direttamente fino all’armadio del cambio di stagione a casa dei miei genitori. E così la mia famiglia ha potuto serenamente superare l’intera questione della rottura.

Livia Chiriatti (Roma, 1995) è assistente editoriale del Foglio Review.