Quando avevo vent’anni mi sono innamorata di Walter Benjamin. Non solo della sua filosofia, della sua scrittura, ma soprattutto delle sue ossessioni. Una tra queste, la più forte e incorruttibile, era quella per Charles Baudelaire. Mi dovevo laureare con una tesi su di lui quando vennero pubblicate le carte ritrovate da Giorgio Agamben nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Ne risultarono novecentoventisei pagine dedicate al poeta francese. Fu l’editore Neri Pozza a portarle in libreria e io mi sbrigai a correre a comprarle. In questa raccolta vengono messi insieme gli ultimi due anni di scrittura di Benjamin, appunti preparatori per un grande volume su Baudelaire che doveva raccogliere anche molti dei pensieri sulla città di Parigi, sulla figura del flâneur e in generale sulla teoria della società e dell’arte del filosofo tedesco. Però ciò che a me colpiva era proprio questa mania, il pensiero ricorrente, la fissazione così precisa e longeva. Mi pareva caldissima, ustionante e a tratti incomprensibile. Avevo vent’anni, appunto, e cosa potevo capirne di un uomo che si ammazzò pur di non scappare dai suoi studi e dal suo assillo?
Tra gli appunti dedicati a I fiori del male e alla vita di Baudelaire troviamo le informazioni e le considerazioni più disparate: la lista di tutte le riviste francesi su cui Baudelaire pubblicò negli anni (trenta per la precisione), il suo voyeurismo erotico, la sua impotenza e il disgusto per la procreazione, le sue tempie bianche (già a 27 anni), il rapporto morboso tra Baudelaire e sua madre, le strade in cui ha vissuto, il suo numero di scarpe.
Poi sono cresciuta e non ho smesso di pensarci, non ho dimenticato la frase lapidaria ed eccellente di Benjamin: «I fiori del male non è un libro per famiglie».
Negli anni ho capito di adorare i racconti che scrittori e scrittrici fanno dei loro idoli letterari, perché li rendono partecipi delle loro esistenze, ne fanno cibo e vino, lievito madre della scrittura. Per esempio, sullo stesso Baudelaire ha scritto un notevolissimo e corposo libro Giuseppe Montesano, su Fëdor Dostoevskij si è arrovellato a lungo Paolo Nori, che ricorda nei suoi libri l’incontro con Delitto e castigo come una ferita che dopo decenni sanguina ancora da quanto a fondo ha scavato. Alle ossa, mi verrebbe da dire. Capire il cuore altrui (HarperCollins, 2024) di Antonella Lattanzi è un libro sulle ossa, quindi, e sull’amore. L’amore che si può provare per un’opera letteraria, per uno scrittore. Si tratta di un incantamento, una malìa, una contaminazione che avviene all’apertura delle pagine e poi rimane, non passa più. Per Lattanzi questo libro è Madame Bovary di Flaubert, il libro che, quando lei ne parla tra amici, tutti – affaticati – le chiedono: «Ancora?», e lei deve rispondere: «Sì, ancora». Ancora sta pensando dopo anni a Madame Bovary, ancora lo rilegge, ancora ne sottolinea le pagine e le smanaccia, le sporca, le porta al mare.
Lattanzi legge Madame Bovary la prima volta nell’edizione dei Meridiani Mondadori, un tomo dalle pagini fragili, dalle lettere minuscole, un tomo-Bibbia, come nota anche lei, che diventa oggetto d’amore profano e messale da nascondere tra gli asciuga mani per andare in spiaggia.
Madame Bovary rispunta ogni volta che lei guarda un film o va a teatro, la vede nei personaggi, nelle scenografie, nelle singole frasi. Le viene da urlare: «Eccoti», sei proprio tu che ricorri, sei proprio tu che non mi lasci andare. È un sortilegio, una attrazione che diventa viva e impossibile da frenare. Di questo rapporto intimo e spregiudicato ricordo le parole di Jean Starobinski su Montaigne e la palpabile eroticità che veniva trovata nella lettura dei Saggi: una corrispondenza così perfetta da diventare fisica, corporea.
Ci sono certamente i libri che amiamo, che rileggiamo se ne sentiamo il bisogno, e poi ci sono i libri che diventano dita, bocche e lingua e che entrano nella nostra vita e si posizionano agli intestini, sotto la gabbia toracica. Questi libri, ci spiega Antonella Lattanzi, non finiscono mai di essere letti, e conoscerli non è una certezza e non è sufficiente. Anzi con questi libri non basta in alcun caso la lettura. C o m e sassi, che lanciati nello stagno producono cerchi, anche loro si espandono e producono onde. Allora bisogna non accontentarsi e provare a capire di più dell’autore, della sua vita, dei suoi malesseri, delle sue verità – i numeri delle scarpe, le riviste letterarie, i bordelli che frequentava –, tentare di andare nei luoghi dove il libro è stato scritto, usare un taccuino per le citazioni che potrebbero essergli affini, prendere appunti su visioni che ce lo ricordano, e continuare negli anni: a onde, a flussi. Il libro così diventa la ferita, la macchia, la traccia che si allarga, che prende spazio e non si cura, non si lava e non si cancella. «Per ogni cosa che succede nella vita» dice Lattanzi, «io spesso commento: “Come in Madame Bovary”» e ci regala il suo libro-mondo, il suo segreto.