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Captagon nel tè per dimenticare la paura

Il regime di Assad e i suoi alleati avevano costruito un impero con il captagon, quest’anfetamina venduta a un dollaro che aveva invaso i paesi del medio oriente e che nei piani del regime era uno strumento per rientrare nella Lega araba. Oggi il nuovo governo vuole mostrare al mondo che può smantellare il narcotraffico e aprirsi alla cooperazione internazionale, oltre che aiutare i giovani, principali vittime, a disintossicarsi. Reportage dalla Siria che torna a vivere tra le macerie

Nella cittadina siriana di Afrin, a nord di Aleppo, Youssef è un ragazzo di vent’anni e mi racconta di una delle tante volte che ha preso il captagon: «Ero a un matrimonio, mischiavano il catpagon nel tè. È vietato bere alcolici, e gli sposi avevano pensato che dare captagon agli invitati potesse farli divertire. Era piuttosto normale che in situazioni del genere si potesse prenderlo e magari fumare anche hashish».

Ha gli occhi stanchi, come molti dei ragazzi che stanno affrontando la disintossicazione. La fragilità si intravede nei gesti delle mani, che si stringono e fanno trasparire la tensione, la sua insicurezza nello sguardo che lancia al medico presente in sala, per avere conferma che va bene continuare a parlare a uno straniero.

In questo centro rehab, l’Hope Center of Rehabilitation, una struttura privata sostenuta dal governo francese e da quello qatariota, i giovani affrontano i primi giorni di un percorso difficile che fuori da quelle mura, in una Siria disastrata dalla lunga guerra civile, sarà un grande cammino per ritrovare se stessi. A pochi chilometri da lì, ci sono i segni tangibili della guerra civile, interi quartieri di Aleppo sventrati dai bombardamenti e dai combattimenti casa per casa lungo la strada per arrivare ad Afrin, dove sono le basi militari turche.

Negli ultimi anni del regime di Assad, il captagon si trovava ovunque. Un’anfetamina che più volte è tornata alla ribalta quando si è parlato degli attentati terroristici in territorio europeo o durante la battaglia di Mosul, dove i membri dell’Isis ne facevano uso per combattere. In Siria si trovava in tutte le più grandi città, diffusa sia nelle zone degli scontri tra le fazioni che si combattevano durante la guerra civile, sia nei caffè e bar di Damasco. Fortemente distribuito da tutte le realtà criminali siriane sotto l’ordine del fratello di Bashar el-Assad, Maher Assad, comandante della Quarta divisione, oggi il captagon si può comprare per un dollaro.

La famiglia di Assad e imprenditori a lui vicini avevano costruito un impero della droga, producendo e distribuendo il captagon in tutto il medio oriente e creando un vero e proprio cartello di stato. Il narcotico ha invaso paesi come la Giordania e l’Iraq, ma i quantitativi maggiori finivano nella penisola araba, in particolare Arabia Saudita e Oman. Secondo il dipartimento della narcotici del nuovo governo instaurato da Ahmed al Sharaa, l’80 per cento del captagon prodotto e distribuito proveniva dai laboratori sotto il controllo del regime siriano. È stato confermato sia dall’Amministrazione americana dell’ex presidente Biden, sia dagli istituti internazionali come il New Lines Institute che riporta introiti legati al captagon pari a sei miliardi di dollari.

Il nuovo governo di Damasco considera prioritario il contrasto al captagon e ha smantellato i principali laboratori sia nella capitale, sia nel nord del paese vicino alle importanti città di Latakia e Tartus. Proprio presso Latakia uno dei laboratori più importanti si trovava a 300 metri da una delle ville estive di Assad: un palazzo in stile neoclassico dove statue di legionari romani e fontane che richiamavano l’antica Grecia ribadivano ancora di più una vita spregiudicatamente ricca mentre il paese attorno era devastato.

Nei tredici anni di guerra civile, Maher Assad era riuscito a garantirsi tratte via terra che andavano verso l’Iraq, dove le forze curdo irachene hanno dovuto intensificare le operazioni lungo il confine con la Siria, anche a livello urbano: nei caffè del capoluogo Erbil, ogni sera uomini e donne vengono sistematicamente ispezionati. Secondo il report Unodc, solo nel 2024, a ridosso della fine del regime, il governo iracheno aveva infatti triplicato il numero di sequestri. Oltre le tratte via terra, il governo giordano aveva invece intercettato i primi tentativi di consegne via aerea tramite droni, e via marittima dai porti siriani e libanesi dove interi container s’imbarcavano verso la penisola araba. Tuttora, nonostante la fine del regime, continuano a esserci sequestri di captagon prodotto negli anni passati. Secondo il New Lines Institute e le nuove autorità siriane, uno dei motivi per cui tutti questi paesi hanno subìto l’invasione di questa anfetamina, oltre all’enorme ritorno economico, era un vero e proprio piano di usare il captagon per creare pressioni per rientrare nella Lega araba.

In un ufficio della narcotici ad Aleppo l’ufficio stampa mi conferma l’impegno: «A Damasco abbiamo laboratori per l’analisi, la maggior parte del materiale sequestrato proviene dalla produzione passata sotto il regime. Ma secondo la nostra intelligence lo smantellamento totale di questa industria richiederà almeno altri cinque anni di lavoro. Il nostro presidente è personalmente preoccupato dai dati che riportiamo. Vuole che i tempi siano più brevi. Ma è necessario un coordinamento internazionale, e noi vogliamo dimostrare agli altri paesi coinvolti la nostra buona volontà». Nell’ufficio, mentre beviamo del caffè turco sopra al rumore intenso delle ventole che rinfrescano l’aria, gli chiedo se non teme che ci sia la possibilità per nuovi gruppi criminali di restaurare una produzione interna di captagon. La Siria ha una storia molto evoluta nell’industria chimico farmaceutica, un’eccellenza nel medio oriente, e sarebbe facile disporre di sostanze chimiche e persone capaci. Ma lo sguardo dell’ufficio stampa non lascia spazio a dubbi: «Siamo in dialogo col ministero della Salute e monitoriamo tutti i composti chimici necessari alla produzione di captagon e altri narcotici. Non ci saranno produzioni in questo paese, se mai dobbiamo guardare fuori».

Eppure, soltanto tra gennaio e settembre del 2025, sono state sequestrate più di 58 milioni di pillole di captagon nella sola area di Latakia. Numeri impressionanti che mostrano quanto è ancora profondo il lavoro da fare per fermarne il consumo e la distribuzione. A questo lavoro si aggiunga che bisogna operare in zone spesso particolarmente sensibili dove ci sono ancora sacche di fedelissimi al regime oppure, al confine col Libano, le operazioni possono pericolosamente precipitare in scontri notturni. A formare le squadre antidroga sono spesso ragazzi giovanissimi che nel cuore della notte viaggiano su pickup a 130 km all’ora e si tuffano in strade periferiche per fermare camionette e furgoni dove il captagon viene nascosto all’interno dei veicoli o in prodotti alimentari come scatole del tè, barattoli di salsa di pomodoro o bevande gassate. All’interno del dipartimento centrale dell’antidroga mi mostrano come viene nascosto: le tecniche sono sofisticate, e anche in prodotti come formaggi o batterie industriali il captagon viene magicamente mascherato e nascosto.

Ma per il governo siriano questa lotta è una priorità anche in chiave politica a livello internazionale. Il paese deve mostrarsi diverso da quello del regime passato e una delle chiavi per riuscirci è la cooperazione, anche perché in Siria si è avviato un grande gioco che ha come protagonisti super potenze quali Stati Uniti, Russia e Turchia. Tutte loro hanno interessi che possono compromettere questa fragile pace instaurata: gli argomenti principali sono petrolio e armamenti, e il nuovo governo sa che smantellando l’esercito del regime serve avere alleanze militari forti.

La ricostruzione passa sia dall’approvazione della nuova costituzione, dalla formazione di un nuovo parlamento, dalla ripresa di un mercato economico sia dalla sicurezza, di cui fa parte anche la lotta al narcotraffico. Il report della prima conferenza sul traffico di captagon che si è tenuta a Damasco nel 2025 ha mostrato che la preoccupazione maggiore per le autorità siriane si trova sul fronte libanese, dove Hezbollah, partner nella distribuzione via terra e via mare del regime di Assad, continua a cercare di creare nuove rotte. Inoltre nuovi laboratori per la produzione di captagon esistono oggi anche sul continente africano, in Libia e in Sudan. Un paese che si sta mostrando collaborativo sulla questione con la Siria è la Giordania, che però insiste su un progetto importante di intelligence e formazione di reparti specializzati con mezzi moderni.

Questi sono i punti di vista di analisti e autorità, ma per quello che riguarda chi era coinvolto attivamente in questo mercato? Come viveva in questo narcostato?

Mi viene data la possibilità d’intervistare Ghazwane, un ragazzo siriano libanese di 35 anni. Suo fratello Hassan Dequ era uno dei più importanti trafficanti a livello internazionale e la sua collaborazione con Maher Assad era strettissima: «Studiavo legge a Beirut, poi mi sono unito a mio fratello Hassan che era una trafficante. I primi laboratori erano in Libano, non in Siria, e i prezzi erano diversi, il captagon costava molto, una partita di 200 mila pillole si aggirava sugli 80/100 mila dollari, con la produzione siriana il prezzo era crollato a 20 mila dollari per la stessa partita. […] Collaboravano tutti imprenditori vicini ad Assad, come Amer e Abdulrahman Khiti, che lavorano nel settore ortofrutticolo come produttori, grazie a loro riuscivamo a distribuire il captagon in enormi quantità facendolo salpare su cargo diretti alla penisola araba».

E loro, quanto ci guadagnavano a collaborare con il regime? «Mio fratello in cinque anni ha fatto 100 milioni di dollari, il captagon che gestivamo arrivava ovunque: Kuwait, Giordania, persino destinazioni europee. Io facevo cifre nettamente minori, perché smerciavo sotto il controllo della Quarta divisione di Maher, mio fratello era più autonomo».

Mentre mi parla, gli uomini in stanza con lui lo osservano. In questo momento Ghazwane, come altri arrestati subito dopo la presa di Damasco, sta interpretando un ruolo simile ai pentiti di mafia. Deve indicare i nomi e raccontare come funzionavano la produzione e la distribuzione. Questa collaborazione potrebbe garantire loro indulgenza e non farli condannare per venti o trent’anni. Ghazwane prima di lasciare la stanza ci tiene a dirmi: «Non c’era nulla che avesse un margine di profitto come il captagon […] spero un giorno di poter aiutare nel contrastare il narcotraffico aiutando la polizia».

Prima di lui ho intervistato un altro imprenditore coinvolto, che vuole restare anonimo. Aveva trovato mercato in Turchia, gli era stata offerta la possibilità di far parte del circuito gestito dalla Quarta divisione, ma la “stecca” richiesta era troppo alta, circa 50 mila dollari mensili da versare per farne parte.

Questo fa capire come il regime volesse avere pieno controllo del narcotraffico e come aveva sviluppato questa intensa distribuzione che dai porti provava anche a entrare nei mercati europei. Famoso il sequestro nel 2020 al porto di Salerno da parte della Guardia di Finanza, dove furono scoperte 84 milioni di pillole all’interno di macchinari in una nave cargo che proveniva dal Libano. Questa operazione aveva mostrato come Assad e i suoi alleati di Hezbollah avevano provato a tessere un dialogo con le realtà camorristiche che gestiscono il porto di Salerno. Oltre all’Italia anche la Grecia è stata sotto il mirino di questi tentativi di sbarco e distribuzione su suolo europeo. Indice di una volontà di estendere il mercato dove poteva esserci più richiesta: l’Europa, che da anni vive un vero e proprio boom del traffico di droghe. In primis la cocaina, adesso anche fentanyl, e il captagon, che per l’Euda (European Union Drugs Agency) è una seria minaccia che non va sottostimata.

La Siria, all’avvicinarsi del primo anniversario della fine della guerra civile, sicuramente sa che potrebbe essere stritolata da una nuova ondata di droghe sintetiche: nei rehab oltre al captagon è sempre menzionato anche il crystal meth, tutti i ragazzi ne facevano uso ma le autorità negano ancora il problema. Il mio pensiero torna a Youssef. Quando gli chiedo qual è la parte più difficile della sua disintossicazione si ferma: non sa cosa rispondermi. Dopo averlo ritratto prima di salutarmi mi regala un foglio con il mio nome scritto in arabo. Lui come milioni di siriani deve ricominciare a vivere in mezzo alle macerie di una guerra.

Alfredo Bosco (San Miniato, 1987), è un fotoreporter specializzato in aree di crisi e conflitti. Il suo lavoro si concentra sulle questioni sociali e sulle crisi geopolitiche, con una particolare attenzione alle storie legate al narcotraffico. I suoi progetti su questo tema sono stati premiati due volte con il Visa d’Or al festival di fotogiornalismo Visa Pour l’Image di Perpignan. Nel 2022 ha fondato il think tank Ronin insieme a Giacomo d’Orlando e Karl Mancini.